Intervista parecchio approfondita a Leonello Anello: un po’ di biodinamica raccontata da chi la pratica

di Mauro Mattei

Parlare di biodinamica è infilarsi in un ginepraio. Argomento ormai di dominio pubblico in contesto enoico grazie ad alcun figure che ne hanno veicolato i temi, sebbene i contorni rischino ancora di rimanere fumosi.
Inauguriamo con questa intervista a Leonello Anello un approfondimento dedicato a chi pratica quotidianamente la biodinamica, studiandone le applicazioni sul campo.

Anello è un agronomo, consulente e ricercatore, ha realizzato e diretto il primo centro pubblico di ricerca olistica in agricoltura biodinamica.

Leonello, sei arrivato alla biodinamica in tempi non sospetti partendo da un background di tipo “convenzionale”. Il tuo non è stato un colpo di fulmine ma una relazione costruita lentamente, puoi raccontarci questa fase di avvicinamento?
Io sono un agronomo, la mia formazione è di tipo tradizionale ma già nei primi anni ’80 sentivo l’esigenza di approfondire determinati aspetti che in quel periodo venivano introdotti da alcune figure carismatiche. Cominciava ad emergere, infatti, un certo interesse per il mondo del biologico e per me fu naturale confrontarmi con questa dimensione. Volàno per questa curiosità fu l’incontro con Masanobu Fukuoka, botanico e filosofo giapponese, durante un convegno a Firenze.
Fukuoka predicava concetti evoluti per il periodo: eco-compatibilità e non interventismo in primis, teorie che si ispiravano all’idea del “senza” (MU), direttamente legata al buddismo Zen.
Fu ovvio per me prendere contatto, in seguito, con quelli che all’epoca erano i rappresentanti del biologico (fra gli altri: Francesco Garofalo, Gino Girolomoni, Ivo Totti) per arrivare in un secondo momento ad avvicinarmi alla biodinamica, i quali concetti – allora semi sconosciuti – venivano applicati da uno sparuto gruppo di aziende agricole, se non ricordo male appena una decina in Italia. Sin da allora ero orientato ad approfondire con l’attività pratica, condizione necessaria a sviluppare la necessaria esperienza; un processo cognitivo che è andato delineandosi grazie all’arrivo di nuovi impulsi, proprio di profilo pragmatico, provenienti soprattutto dall’Australia.
E’ stato in particolare il confronto con Alex Podolinsky, incontrato più volte a partire dal 1991, a stimolare una tipologia di approccio che poi è alla base di quella che io chiamo “Agricoltura Biodinamica Moderna”. Non mi definirei, comunque, un suo seguace non avendone sposato completamente la linea filosofica, che non condivido in tutto e per tutto, ma è chiaro come alcune intuizioni sui preparati, sull’ utilizzo delle macchine e sull’idea di vitalità della terra e delle piante, arrivino da lui.

Cos’è che non condividi dell’approccio filosofico a cui ti riferivi in precedenza?
Io ritengo che l’agricoltura biodinamica non abbia bisogno per forza di un sostegno filosofico essendo essa un’attività pratica. Tutto quello che esce fuori dalla prassi è da prendere in considerazione ma rientra, a mio avviso, in quella che potremmo chiamare sfera personale; la biodinamica è in ogni caso – invece – una metodologia, un modo di fare, un approccio all’ambito gestionale-agricolo come all’ambito della conoscenza del mondo naturale. La filosofia invece non ha nulla di netto, è qualcosa che può lasciar intendere dell’altro.

Questo modo di vedere le cose apre le porte a quella che tu definisci “Agricoltura Biodinamica Moderna”? Potresti chiarircene i tratti?
“Agricoltura Biodinamica Moderna” significa conservare integralmente i principi fondamentali della biodinamica adeguandoli al contesto socio-produttivo ed economico del nostro tempo. Significa applicare un modello di lavoro che, partendo dai postulati steineriani, ha prodotto inoppugnabili risultati nella pratica agricola ordinaria. Essa propone di identificare e diffondere un metodo operativo applicabile e inconfutabile, dove l’uomo, riappropriatosi della sua interezza – senza necessità di separazione tra la dimensione spirituale e quella fisica – ha la capacità di essere libero nella conoscenza della natura e nella sua trasposizione in atti agricoli.

Prendendo spunto da questa visione puoi disegnare la figura di colui che quotidianamente compie l’atto agricolo?
Partendo da quello che è stato detto in precedenza possiamo affermare che non abbiamo necessità di un agricoltore che sia “spiritualmente” preparato; il contadino deve essere semplicemente un contadino e non gli servono ulteriori sovrastrutture per arrivare all’agricoltura. Praticando la biodinamica lui potrà però seguire un percorso che potremmo definire inverso: si renderà conto che le conoscenze che ha in campo materialista non rappresentano la natura e che ottenendo dei risultati con il metodo, potrà risalire ad una “nuova” concezione – che poi è antichissima – in grado di mostrargli il funzionamento dell’ambiente che lo circonda e delle forze che lo muovono; il contatto con tali meccanismi, successivamente, gli permetterà di innescare dei processi che potremmo definire introspettivi. In buona sostanza, egli non deve prima essere un indottrinato per poter applicare la biodinamica, non deve frequentare scuole di pensiero per riferirsi a questa pratica.

Vinibiodinamici® è un tuo marchio registrato. Possono fregiarsi di questa dicitura i vini prodotti sul territorio italiano da aziende che seguono il metodo biodinamico moderno e sono riconoscibili – peraltro – da un apposito collarino riportante questa definizione. Perché hai creato questo marchio?
Non c’è un’unica finalità. Innanzitutto c’è stata la volontà di palesare come la biodinamica non sia soggetta ad un monopolio, nessuno può “possederla” in maniera assoluta. Anche sotto questo punto di visto non credo sia possibile una visione univoca, ci sono modi diversi di intendere questo modo di fare agricoltura; io faccio la Biodinamica Moderna, ho messo a punto un modo di fare il vino a partire dalla vigna e questa indicazione sta a sottolineare che in quella determinata azienda si è seguito un preciso processo operativo. Non si tratta di una certificazione ma è vero che la ricerca portata avanti da alcuni anni con diversi istituti di ricerca (quest’anno ad esempio le Università di Bologna e di Siena) sfocerà in un sistema – ancora in fase di sviluppo – che siglerà il “fare biodinamico”, sia in vigna che in cantina. Si tratterà di una serie di valutazioni oggettive basate sui risultati ottenuti, più che di un iter da seguire a prescindere. Ci sarà dunque la possibilità di valutare i risultati, basandosi su parametri legati alla pianta e ai terreni, che ci permetteranno di verificare se la biodinamica ha dato o sta dando realmente i suoi frutti. Non è il caso di ridurre la biodinamica, come qualcuno vorrebbe, semplicemente ad una checklist attuata.

Alcune realtà produttive hanno giocato, per un lungo periodo, sul filo del rasoio mettendo il racconto e l’aspetto teorico a traino di vini talvolta zoppicanti dal punto di vista organolettico. Ora è più chiaro che un vino difettoso è difettoso, un vino buono è buono. Quale è il tuo punto di vista a riguardo?
Condivido pienamente l’analisi. Se un vino biodinamico non è eccellente la responsabilità è solamente dell’uomo. Si può produrre un prodotto di qualità servendosi esclusivamente degli elementi naturali al contempo occorre ricordare com’è possibile produrre una cattiva bevanda a base d’uve servendosi delle tecniche enologiche e degli ausili fisici e chimici. Sin dal 2009 abbiamo portato all’interno del Vinitaly i nostri Vinibiodinamici® con l’idea di cercare un confronto dal punto di vista organolettico con i prodotti frutto di dinamiche convenzionali e dimostrarne così la correttezza e la qualità imprescindibile dei progetti che portiamo avanti; questo proprio per uscire dal luogo comune che vedeva sottolineare come caratteristiche proprie quelle che erano al contrario anomalie, processo che ha screditato per molti anni sia il vino biologico che biodinamico.

Fare biodinamica, oggi, per un’azienda, significa mettere a bilancio dei costi più elevati rispetto ad una conduzione di tipo convenzionale?
Non necessariamente. In uno dei primi convegni da noi organizzato, presso San Michele All’Adige, furono portati dei dati che riguardavano i costi per ettaro legati alla “difesa” e alla concimazione dei terreni (solitamente voci cospicue nelle dinamiche gestionale di una vigna o di una coltura in genere) e da queste informazioni – tutt’ora consultabili – risultava addirittura che gli oneri di gestione delle vigne in biodinamica erano inferiori (tra un terzo ed i due terzi) di quelle che prevedevano una coltivazione legata alla chimica. La differenza tra gestione oculata e spreco è legata alla capacità di applicare un modello, all’esperienza, al savoir-faire.

Molte aziende, negli ultimi anni, si stanno avvicinando a questo approccio e in alcuni casi è labile il confine fra marketing e necessità morale ed agricola. Secondo te quanto deve durare il momento della conversione affinché una realtà produttiva possa sentirsi pienamente in biodinamica?
Ti pongo io una domanda. Nel caso in cui tu oggi smettessi di fumare, da quando ti considereresti un non fumatore? Se io ti ponessi questo quesito tu mi risponderesti che sei un non fumatore dallo stesso momento in cui hai spento l’ultima sigaretta. Io ti posso dire che nell’attimo in cui interrompiamo determinate pratiche per applicare la biodinamica ed una volta che l’intero ciclo vitale della pianta è concluso la “conversione” è terminata. Si è in biodinamica lo stesso momento in cui si inizia ad esserlo. Purtroppo tendiamo ad antropomorfizzare la vite ed i terreni, come se le piante o il suolo fossero degli organismi (fegato, polmoni, sangue) intossicati da determinate sostanze. Così non è, però. Ci sono numerose ricerche, alcune anche recentissime, portate avanti da noi, che prendono in considerazione la vitalità della pianta, attraverso una serie di valutazioni oggettive, la carica microbica dei suoli e qual’è la risposta del terreno; ebbene più sembrano esserci delle situazioni border line più la risposta appare essere immediata. Ovvio che le pratiche che mettiamo in atto devono essere perpetrate nel tempo, in maniera costante, nonostante l’immediatezza della risposta; con la stessa rapidità – infatti – nel caso in cui dovessimo interrompere tale atteggiamento agricolo, potremmo osservare un’involuzione delle migliorie registrate.

Se tu dovessi convincere uno scettico ed orientarlo alla tua visione delle cose quali sono gli argomenti che toccheresti?
Lo inviterei semplicemente a venire a vedere con i suoi occhi i risultati tangibili nelle aziende che da decenni applicano con successo i dettami della biodinamica moderna.

Secondo te perché non esiste una visione univoca in Biodinamica ma correnti, fazioni e manifesti programmatici?
Perché non esiste UNO ma MOLTI modi di attuare la biodinamica. Perché neanche in questo contesto l’ego evapora. Perchè senza questa pluralità non avremmo avuto lo sviluppo di un modo di produrre che rappresenta già il futuro dell’agricoltura. Perché con unica visione a disposizione sarebbe complicato distinguere fra chi è mero “spacciatore di biodinamica” e chi ne ha compreso l’essenza applicandone i crismi e ricavando e i giusti risultati.

[Foto: Andrea Gori]

Mauro Mattei

Sommelier multitasking (quasi ciociaro, piemontese d'adozione, siculo acquisito), si muove in rete con lo stesso tasso alcolico della vita reale.

7 Commenti

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Nelle Nuvole

circa 6 anni fa - Link

Eccellente post e complimenti a Mauro Mattei che ha congegnato le domande giuste, le ha messe in ordine rettilineo, senza saltabeccare di qua e di là. Cosicché le risposte sono ampie, articolate, comprensibili e in gran parte condivisibili.

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Paolo

circa 6 anni fa - Link

Beh, non è da tutti farsi rispondere da Leonello Anello!

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alessio

circa 6 anni fa - Link

Buttato giù tutto d'un fiato; very interesting. Quali sono le aziende che da molti anni sono in biodinamica che consigliate di visitare ?

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jack vincennes

circa 6 anni fa - Link

bravi intravinici. per una volta poca ideologia ancor meno prosopopea sui presunti vigneron senza macchia e senza paura e invece molto pragmatismo scevro dai tanti santoni-cialtroni che affollano il settore.

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Nic Marsél

circa 6 anni fa - Link

Forse interpreto male ma trovo talmente odioso il fatto che sia stato possibile registrare un simile marchio (con simbolino o meno) che mi vien proprio voglia di non comprare mai quei prodotti.

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M.G.

circa 6 anni fa - Link

Grazie Mauro, finalmente un approccio oggettivo e senza "postulati" all'argomento. Domande e risposte che danno un'idea completa, senza preconcetti e senza "esoterismi", del fenomeno biodinamica. Il marchiettino registrato così come è, effettivamente inquieta un poco anche me, forse parole così generalistiche non dovrebbero potersi registrare.. Che so, sarebbe stato più opportuno concedere solo una più spiccata personalizzazione, tipo VinibiodinamiciAnello® o VinibiodinamiciLA®; ma questo è senza dubbio più colpa di chi le registrazioni le concede che di chi le chiede (che ha certamente gioco a domandarle il più omnicomprensive possibili). Ad esempio, se io per assurdo riuscissi a farmi registare il marchio Vini®, gli altri che dovrebbero scrivere sulle etichette? :-)

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Durthu

circa 6 anni fa - Link

Ci sono ovviamente delle regole per la concessione dei marchi, proprio per evitare l'esempio che citi. Apple per esempio si puo registrare come marchio per un'azienda informatica, non per una azienda che produce mele. Poi il fatto che un marchio venga concesso non e' garanzia del fatto che non possa essere "attaccato" per violazione di diritti preesistenti (Apple ha per l'appunto una bella storia di causa contro aziende che avevano registrato marchi simili al proprio, regolarmente concessi). Nel caso specifico, non mi stupirei se Demeter, detentore del marchio Biodinamica, facesse causa ad Anello (a meno che non ci sia un accordo gia' in vigore fra i due).

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