Hugh Johnson e il linguaggio del vino

di Mauro Mattei

E’ vero lo ammettiamo, pecchiamo di continuo. Ma crediamo nella redenzione. Perciò Mr Johnson – faro della nosta vinodipendenza – ci perdoni. Anche noi, frustrati dalla lotta al riconoscimento olfattivo più originale, abbiamo parlato di “ciliegia Ravenna” e di “pino mugo”. Anche noi abbiamo banalizzato il vino riducendolo ad una mera accozzaglia di descrittori strampalati. Le nostre schede tecniche di degustazione? Una colorita lista della spesa più che un doveroso succedersi di emozioni.

Esempio pratico:

Mr A: “Salve, buongiorno. Ho un sauvignon neozelandese, cosa ci sento?”
Mr B: “ Bah, io fossi in lei, ci sentirei un bel pompelmo rosa, del frutto della passione e una deliziosa nota vegetale.”
Mr A: “Perfetto, di quest’ultima, me ne dia 2 etti.”

Beh, anche grazie alle illuminanti affermazioni del vate, stiamo vagliando l’ipotesi di intraprendere una nuova strada.
L’idea è questa: basta, svuotiamo pure la memoria olfattiva (sigh, anni spesi inutilmente ad annusare a destra e a manca!) e ricalibriamo il concetto di descrizione. Non più un elenco di ingredienti, incomprensibili al popolo, ma metafore e similitudini maggiormente approcciabili, volte a mettere in risalto le caratteristiche “antropomorfiche” del vino preso in esame.

Esempio pratico:

Mr A: “Buongiorno, pensavo di acquistare questo cabernet maremmano del 2000. Me lo racconta in due parole?”
Mr B: “E’ una bella donna con una quarta di seno. A dirla tutta, è un po’ eccessiva e un filo troppo truccata. Se guarda bene, ha pure qualche capello bianco. Ah, mi scusi. Volevo segnalarle, che – vista l’annata – la signora in questione è parecchio calda.”

Ehm, innovativo, non c’è dubbio. Però, pensate che imbarazzo – se al ristorante – i connotati snocciolati, coincidessero con i tratti caratteriali o somatici di qualcuno dei vostri commensali. La rissa, anzi – pardon – la divergenza di opinione,  sarebbe assicurata.

Dunque, ricapitolando: descrizioni complicate ed intangibili (per anatomopatologi della degustazione) oppure ardite similitudine con risultati altalenanti e sganassoni compresi?

Lasciamo esprimervi a riguardo. Noi ne prenderemo atto. Al momento ci è vietato prendere una posizione, siamo in penitenza e dalla nostra celletta cablata non possiamo fare altro che leggere per l’ennesima volta “The World Atlas of Wine”.
Che Hugh Johnson sia con voi, amen.

Mauro Mattei

Sommelier multitasking (quasi ciociaro, piemontese d'adozione, siculo acquisito), si muove in rete con lo stesso tasso alcolico della vita reale.

3 Commenti

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Niki Marsél

circa 12 anni fa - Link

Un articolo molto carino e divertente. Io comunque, se viaggio all'estero per lavoro, la guida tascabile di Hugh Johnson me la porto sempre.

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Danilo Ingannamorte

circa 11 anni fa - Link

Sono d'accordo con Mr. Hugh! Basta carrube e cestini di selvaggina! Evviva la metafora spinta! Beh, magari prima misuro un attimo chi mista davanti... Però Matteo, tu vacci piano...la colorita inventiva laziale di cui sei maestro potrebbe portarti troppo oltre! Quanti nero d'avola si beccherebbero del buzzicone?

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Danilo Ingannamorte

circa 11 anni fa - Link

oops lapsus: Mauro! sorry

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