Gli anni ’70 dell’Amarone mondiale di Giuseppe Quintarelli

di Fabio Cagnetti

Pieno inverno, Roma nella morsa del freddo. L’Amarone della Valpolicella chiama, pochi navigati amici rispondono. Per chi è cresciuto a Barolo e Borgogna, il più blasonato dei vini italiani sottoposti ad appassimento è un prodotto controverso. Specialmente quando alcol bruciante e concentrazione fine a se stessa caratterizzano vini pachidermici, magari pesantemente condizionati dal legno piccolo. Poi ci sono le riserve di Giuseppe Quintarelli, e l’Amarone entra di prepotenza nei salotti buoni del vino mondiale. Nessuno, talebani del pinot nero inclusi, si sognerebbe di mettere in discussione il posto del “vecio” Bepi di Negrar fra i produttori di culto. I suoi vini sono i più tradizionali, paradigmatici, ricercati e costosi dell’intera denominazione. Romano Dal Forno, altro grande dell’Amarone, prima di sviluppare uno stile modernista, ha ammirato gli Amarone di Quintarelli prendendoli come ispirazione per le sue prime uscite, alcune delle quali – penso soprattutto a 1988 e 1990 – formidabili interpretazioni di Amarone lontane anni luce dal modello di concentrazione attuale. Per chi ama certi vini, Monte Ca’ Paletta è sacro come il Fuji per un giapponese. La degustazione dei capolavori di Quintarelli è uno sport comprensibilmente poco praticato e ogni occasione è una festa.

Mettere insieme quattro esemplari anni ’70 del Maestro è una rarità che merita il racconto sin dalla chirurgica stappatura. Le bottiglie provenivano dalla splendida collezione di un appassionato che, subito dopo l’acquisto, ha provveduto a sostituire le capsule con una colata di ceralacca: conservazione ottimale – mai vista una bottiglia di quarant’anni con un livello così alto – ma apertura laboriosa. I tappi sono perfetti e il cavatappi a lame aiuta ad estrarli con meno tribolazioni del previsto. Le riserve 1971 e 1974 appaiono subito in splendida forma, mentre le altre due riserve più “giovani”  – 1975 e 1977 – al momento dell’apertura destano qualche preoccupazione: non resta che sperare in un’evoluzione nel bicchiere positiva.

Stupisce da subito la coerenza di questi vini, uniti da un solido filo conduttore ma al contempo segnati dalla diversità del millesimo. I nasi profondissimi di prugna, amarena, caffè accomunano le quattro annate, dotate di strutture imponenti, in cui comunque il grado alcolico non è stratosferico per la denominazione – 15% per tutti, 16% per la Riserva 1974: il famoso 1995 di Romano Dal Forno dichiara 17,5%, per dire. Nonostante gli anni passati, il residuo zuccherino è nettamente percettibile in tutti i vini, pur essendo perfettamente integrato nel corpo.

L’Amarone Riserva 1971 è il più austero, il più nobile, il più piemontese; più eleganza che alcool, la spinta è importante ma dettata in primis dall’estratto, il residuo zuccherino si sente ma non squilibra il vino. Tutt’altro che stanco, ha una bella acidità che ne facilita la beva, e al naso è caratterizzato da note maltate da grande Whisky che lo nobilitano rendendolo unico. 93

L’Amarone Riserva 1974 ha una partenza impressionante, da peso massimo con le spalle di Carnera e la forza pura di Tyson. Ci si perde nella sua frutta in confettura come fra le curve di una cortigiana voluttuosa, fra cui spuntano evidenti note balsamiche ed empireumatiche. Fortunatamente ha una spina acida di un certo rilievo, altrimenti diverrebbe un vino-crostata, caricatura di se stesso. Col passare del tempo, esaurisce prima degli altri il suo carburante, così come le stelle supergiganti sono le prime a divenire supernova. 92

Le perplessità intorno all’Amarone Riserva 1975 non svaniranno mai, non per la conservazione, impeccabile, ma per ciò che il vino è divenuto in questi trentacinque anni. L’alcool è slegato dalle altre componenti, sia al naso che in bocca, ed è a tratti un po’ fastidioso; al palato, si percepisce all’inizio una certa presenza di anidride carbonica, che va pulendosi nel tempo. Il residuo è piuttosto importante, il profilo abbastanza classico, ma con qualche limite rispetto alle altre bottiglie in degustazione. 89

Anche l’Amarone Riserva 1977 all’inizio ha un po’ di carbonica in bocca, ma la perderà presto. Il naso è assolutamente tipico, impreziosito da richiami di ginepro e caffè, molto elegante, gemello diverso del 1971; più rigoroso quello, più suadente questo, imponente ma fresco, maturo ma vitale, interminabile, con ancora una lunga vita davanti. E’ probabilmente la versione più coerente con le grandi riserve di Quintarelli dei decenni successivi, il canone che bisognerebbe avere sempre presente quando si parla di Amarone. 95

Aggiungere qualcosa, a questo punto, potrebbe sembrare problematico, ma prima di chiudere il sipario ecco entrare in scena un’ultima bottiglia di Quintarelli: l’Amabile del Cerè 1988. Di sorprendente intensità e finezza, specie per la tipologia, è un tripudio di frutta candita e uvetta, irresistibile peccato di gola, freschissimo nonostante l’etichetta dica 14+3%, di persistenza infinita, una gioia per il palato e uno dei grandi vini dolci italiani 94

Sfiniti forse, soddisfatti di sicuro, avendo raggiunto l’obiettivo di onorare l’incontrastato signore della sua denominazione, con nostro ovvio e prevedibile piacere, possiamo quindi lasciare il rassicurante antro dell’Oste della Bon’Ora a Grottaferrata, riscaldati da vini che uniscono, come un’amicizia vera. Alle prossime bicchierate.

15 Commenti

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Tenute Dettori

circa 10 anni fa - Link

Complimenti Fabio. In questi ultimi tempi più che mai c'è bisogno di leggere e godere dei veri pochi Maestri del Vino italiano. Noto che quando si postano "appunti di degustazione" in pochi rispondono.

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Nelle Nuvole

circa 10 anni fa - Link

E' vero. In primis la sottoscritta, ma é perché non ho nulla da aggiungere, solo da imparare. Questi sono post da gustarsi in silenzio.

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Massimiliano Montes

circa 10 anni fa - Link

Concordo con Nelle Nuvole: c'è solo da imparare

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Mario Crosta

circa 10 anni fa - Link

Verissimo. Noto che molti lettori enoappassionati cercano sui blog proprio le note di degustazione per orientarsi meglio nella ricerca di quei vini che hanno le caratteristiche piu' adatte al gusto personale. Bevono le informazioni. Ma non intervengono quasi mai con dei commenti, specialmente se i vini non sono fra quelli controversi e appartengono invece alla cerchia dei migliori oppure di quelli da scoprire perche' fatti da piccoli produttori senza rinomanza nazionale. Guai pero' se i blog del vino riducessero i temi di discussione soltanto a quelli che richiamano il maggior numero dei commenti e quelli piu' infuocati. Assumerebbero un'altra funzione, quella piuttosto della sfida tra opinionisti, anche della bagarre, perfino della rissa. Questa e' una delle ragioni per cui attualmente mi sono allontanato da questo modo di commentare, perfino da blog diretti da amici di lunga data e preferisco leggere e star zitto in questo mondo in cui adesso va di moda fare a braccio di ferro anche sul vino. Il vino unisce, non divide. E' solo una riflessione personale, ovviamente, non uno sciopero. Pero' spero che le mie parole possano far breccia su chi gestisce i vari blog, in modo che possano parlarne nelle riunioni di blogger, perche' da una parte si stanno perdendo sempre piu' commenti di contenuto mentre dall'altra si stanno acquistando invece un maggior numero di provocazioni e insulti, che allontanano la gente dal commentare anche quando vorrebbe.

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enrico togni viticoltore di montagna

circa 10 anni fa - Link

ben tornato! quando hanno vendemmiato quei vini io dovevo ancora nascere, forse non ero nemmeno stato concepito nella mente dei miei genitori, e questa è la cosa bella dei grandi vini, saper resistere al tempo ed essere sempre attuali, questo è ciò che mi preme imparare di più! la prossima volta mi invitate?

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Jacopo Cossater

circa 10 anni fa - Link

Ho recentemente conosciuto un grande appassionato che, quando non è sicuro della qualità del tappo in alcuni vini che ama, lo sostituice (!) con uno di più pregievole fattura. Scusa l'OT Fabio, è che l'idea della ceralacca è straordinaria. E, ça va sans dire, grande post.

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Franco Ziliani

circa 10 anni fa - Link

intervengo solo per dire all'amico carissimo Mario Crosta che sono lieto di aver visto che ha rotto il suo tenace e motivato silenzio e che é intervenuto, per dire le cose intelligenti che ha detto, su Intravino. Lo abbraccio idealmente, con tanto affetto e sincera amicizia e spero tanto di poterlo presto leggerlo anche dove lui sa... ciao Mario!

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Mario Crosta

circa 10 anni fa - Link

L'amico Franco Ziliani sa che mi e' dispiaciuto molto sospendere i commenti anche sul suo bellissimo blog per via di qualche provocatore che lui con le spalle forti che ha riesce ancora a sopportare, mentre io non ce la faccio proprio piu'. Ho 58 anni, e' difficile che possa cambiar a quest'eta' il mio carattere, mentre spero invece che il tempo e l'esperienza aiutino sia Franco che altri titolari di blog del vino a riconsiderare molto piu' attentamente le loro scelte editoriali rispetto ai commenti da pubblicare, quando si vede che alcuni cercano pretestuosamente la polemica. Aspetto e spero... Molto interessante quanto scrive piu' sopra Cossater! E' proprio quel tipo di commento che fa grande un blog di enoappassionati, perche' da' delle dritte a tutti, invece di di mostrare a tutti i costi i propri denti agli altri. La macchinetta per tappare infatti non costa molto e per esperienza so che nessuno dei grandi personaggi di qualche cantina di grido ti negherebbe mai un paio di tappi "sicuri" (oppure l'indirizzo di un produttore di tappi eccellenti cui rivolgersi), perche' so per esperienza che sono tutti molto gentili con chi gli scrive con sincerita' e passione.

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carlo

circa 10 anni fa - Link

in realtà io starei attento con la "macchinetta"(TIPO MONDIAL). Il più delle volte, anche nuova, nell'atto di chiudere tra le sue ganasce il tappo per poi infilarlo nella bottiglia, può pizzicare il tappo stesso. Questa piccola scanalatura che si viene a formare, farà passare l'aria e comprometterà la conservazione del vino. Le tappatrici professionali hanno mascelle, molle ecc ecc non replicabili nelle macchinette per hobbistica. PS: condivido e mi allineo con il tuo pensiero sul tema della "deriva" dei blog e degli interventi in esso pubblicati.

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Fabrizio Giorgi

circa 10 anni fa - Link

Grazie Fabio per le note che rinfrescano i ricordi di quella bella giornata. Valutazioni con cui concordo, eccezion fatta forse per la 75, troppo generose, in poco tempo nel bicchiere ha avuto un decadimento impressionante. E' piaciuto solo a chi l'ha bevuto subito. 77 su tutte, indimenticabile. Grazie anche per l'Amabile del Cerè che non avevo mai provato prima. p.s. ciao Alessandro, a presto!

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Francesco Fabbretti

circa 10 anni fa - Link

Magari sbaglierò, ma non credo che la rilevanza di un post sia data dal numero dei commenti. Certamente in questo caso si parla di annate eccezionali anche difficili da reperire per cui personalmente posso solo lamentarmi di non aver avuto occasione di bere certe bottiglie. Quanto a me il Quintarelli più vecchio bevuto è "appena" il 1995..... inutile dire che leggendo il post mi sento un bimbo :-)

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gionni1979

circa 10 anni fa - Link

Ciao Francesco, scusami ma ti chiedo una info personale.... Visto che dici di aver bevuto il '95 e per l'appunto ne ho una da parte, quando, secondo te, sarebbe il caso di aprirla???? E poi, dimmi un pò com'era????? Per il post i miei più vivi complimenti!!!! Anche se rosico per l'invidia......

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Francesco Fabbretti

circa 10 anni fa - Link

semplicemnete vero. Come tutti i grandi vini fatti con sentimeto e sincerità. parliamo di due anni fa per cui avrei difficoltà a ricostruirti per filo e per segno la scheda organolettica. Certamente molto meno marmellatoso di altri blasonati colleghi. Sentori evocativi di terreno, quasi un sottobosco di mora di rovo impreziosivano il classico corredo di note balsamiche, spezieatura rosa, spruzzate di cacao mai schiaccianti. Mi fermo qui perchè la tua domanda potrebbe riformularsi più o meno così: "so che sei andato a letto con angelina Jolie (magari!!!); lei come è fatta?" Anche comunicandoti con precisione millimetrica la circonferenza dei suoi seni, la sezione aurea dei glutei, il perfetto appiombo delle gambe, la consistenza delle sue labbra, l'esatto colore (scala dell'iride alla mano) dei suoi occhi e i precisi rapporti matematici intercorrenti fra lunghezza del naso e convergenza delle ciglia, non ti avrei comunque detto un bel nulla. Ciò che conta è l'emozione che si prova, se si prova. E quella è rimasta mia e non potrò mai trasmettertela. Comunque, per inteso, mi è piaciuto più di quanto non temessi, meno di quanto sperassi

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gionni1979

circa 10 anni fa - Link

grazie Francesco, è stata la risposta che volevo.... Non mi interessava se i sentori più evidenti erano di prugna o di mora, ma sapere che ti ha dato tanta emozione.... In fondo certi vini si bevono per questo!!!

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