Route 89 | Sulle tracce del nero di Troia e altre storie di confine

di Emanuele Giannone

Il viaggiatore avveduto ed esperto sa che la Route 89 è un rettifilo di duemila chilometri che collega Great Falls a Flagstaff, dal Montana all’Arizona. È probabile che quest’ipotetico viaggiatore conosca anche la seconda Route 89: strada dal tracciato ardito ed errabondo, perché prima s’incunea a forza tra le rughe boscose di un promontorio, poi s’intestardisce a tracciar serpentine sulle falesie di Vieste e Mattinata, stilizzandone il taglio in un calco curvilineo. È la Statale Ottantanove, che riscendendo lambisce Manfredonia, volge le spalle al mare e punta decisamente verso l’interno. È là che si entra in Arizona: il sole strina, il termometro erubesce e infierisce su uomini e radiatori; in particolare sugli Svevi, epigoni di Federico nella sua terra più amata, anche qui a caccia di storia con le loro indefesse teorie di guide e Birkenstock.

Otto giugno: trentotto, trentanove gradi. È la Capitanata, brucia come il Canyon State, ha avuto anch’essa le sue sfide all’O.K. Corral ma le analogie si fermano qui, al gradiente di temperatura e ai briganti. Il fiume che la solca si chiama Ofanto, non Colorado. Le mirabilia locali sono opere imperiali e regie, non scenografie di multistrato ignifugo a imitazione dei villaggi western. Soprattutto, global warming permettendo, il deserto sembra lontano. Lasciando poco oltre Manfredonia l’abbaglio riarso dell’ocra, è tutto un verdeggiare: distese d’orti, frutteti, ulivi e finalmente le vigne, che in effetti erano la ragione principale della mia visita laggiù, nell’Arizona.

Due incontri per un dialogo sulla storia del vino a Cerignola. Molti assaggi, quasi tutti utili per rivedere opinioni radicate e mai discusse. Se oggi le ascendenze normanne e sveve stentano a risaltare, forse acribia e industriosità proverbialmente nordiche potevano ancora rinvenirsi a metà Ottocento, allorché una parte significativa delle colture cerealicole e orticole fu riconvertita a vigneto. L’opera previde la scelta di impianti funzionali alla riduzione delle rese e la realizzazione di cantine moderne, talora interamente meccanizzate. Per me inizia così il racconto di un Nero di Troia diverso dalla caricatura iperpugliese comunemente spacciata, quella smodata e corpulenta; racconto che procede con i francesi, assediati dalla fillossera e risoltisi a inviar messi per ogni dove alla ricerca di vino: ebbene, nei rossi di Cerignola trovarono caratteristiche conformi ai loro gusti. Per mitigarne durezza e acidità piantarono un poco di malbec, alloctono oramai di casa. I francesi faranno il mercato e poi, ricreato il vigneto domestico, lo disferanno. Qua e là ancora affiorano, tra vigne e albereti, i fastigi di vecchie masserie o le mura di cantine abbandonate a suscitare il solito, impotente dipolo sentimentale: ammirazione per l’opera, vergogna e sconforto per l’edace incuria.

A questo punto il racconto diviene quello dei soliti noti, Veronelli e Soldati, che durante i loro viaggi riscoprirono quel che doveva già essere patrimonio culturale comune (e ovviamente non lo era). In parallelo al primo racconto se ne snoda un secondo, più breve: l’adagio burlesco del bianco pugliese. Decoroso, quantunque non degno di lustro e menzione, nei casi migliori; e in quelli peggiori patibolare. Finché ne arriva uno a irridere questa presunzione. I due racconti dall’agro più vasto d’Italia sono uniti da un fil rouge fine e profondo. È un sapore di terra, in senso letterale: una mineralità sottile, salina e ghiaiosa, che narra al gusto l’effet terroir e a sorpresa si ritrova alla radice dei tanti assaggi.

I primi hanno luogo a Contrada Viro presso la cantina di Michele Biancardi. Qui sosti e basisci per il mistero di Fiano bifronte, che condotto tra le sabbie e i ciottoli di un antico fondo marino – tale è il Tavoliere – smette l’abito sulfureo e pirico, smette il fieno e il fumé, la frutta secca e la fleur fanée; in breve, smette l’Irpinia e il Sannio per assottigliarsi (nell’Igt Puglia Solo) intorno a una traccia finissima di sale e sasso, chiara e fiorita di limone e mughetto, gustosa di frutta bianca (gelso, pera, pesca), mandarino, cedro e nespola. L’apporto fruttato, assai marcato nell’annata 2011, si offre più composto nella 2010. Tensione, grande bevibilità e chiusura pulita con dissolvenze che richiamano agrumi, calcare e salgemma. È la medesima traccia minerale che sprona l’Igt Puglia L’Insolito (minutolo 100%), lo sostiene e ne governa la chiusura: decisamente meno teso e persistente, apprezzabile per il candore dei richiami floreali e fruttati.

È sempre lei, solitaria, a dar gusto e senso al Rosé (primitivo e nero di troia). Quando ricompare nei rossi, finalmente non è più sola: è buono il Ponte Viro, asciutto e conciso come un Primitivo più meridionale non sarà mai, assaggiato dalla botte e forse per questo ancora brusco e serrato. Ancor più buono è Mille Ceppi, il Nero di Troia della rivelazione: sa di calcare e sale già in attacco, nel procedere rivela prima una sferza che fa la bocca liquescente, poi l’ornamento del frutto scuro croccante (amarena, mora), presentito in olfazione insieme a cenni di rosmarino e lavanda, quindi balsamici e marini. Si sviluppa in equilibrio tra slancio e rigore, misurato e fine nei riscontri gustativi, impostato in una trama tannica seria, minuta e giustamente ruvida. Difficile da collocare idealmente in questa Arizona e nel suo clima; eppure, chi sa più e meglio di me dice che il vino buono da Uva di Troia è fatto proprio così. Di ugual fattura, spostandosi a Contrada Risicata, si presenta quello di Antica Enotria. A quest’azienda si arriva attraverso un dedalo di strade di bonifica, immersa com’è in una sorta di parco agro-archeologico spontaneo, fatto di scheletri di masserie e coltivazioni a perdita d’occhio.

Il Nero di Troia 2010 e il 2011 sono asciutti come sasso, per acidità due corde tese e sottili, senza sovraccarichi, impavesate di frutti scuri, fragola, pepe, maggiorana e inchiostro. Il primo, sebbene comprensibilmente serrato, è già assertivo per durezza della trama tannica, sviluppo gustativo, lunghezza e pulizia del finale su ritorni floreali e vegetali; il secondo è ancora irruento, mulina mora e ciliegia sotto spirito come fendenti. Tra gli altri vini degustati annovero il Falù 2010 (montepulciano), il Negroamaro 2010, l’Aglianico 2008 e soprattutto il Dieci Ottobre 2009, un blend di nero di Troia e aglianico dall’esito felice: più che semplice combinazione – o, peggio, giustapposizione – è un connubio di caratteri teoricamente discordanti e invece espressi qui euritmicamente. Amarena, acqua salmastra, essenza di rose e una diffusa percezione di terra al naso. Tensione già all’impatto e presenza gustativa immediata, nonostante la stoffa più spessa rispetto al Nero in purezza. Tannini più dolci, meno scabri, anche per effetto della permanenza piuttosto lunga in legno grande. Per finire la seconda sorpresa in bianco della giornata: la Falanghina 2011 dai profumi sottili di fiori bianchi, nespola, basilico e – ancora – la pietra, fresca al palato e coerente nel suo paradosso di liquido sapido ma estremamente dissetante: sale e beva, infatti, ne sono i tratti essenziali e integrano insieme al Fiano di Biancardi un’inedita via pugliese, o quanto meno dauna, al vin de soif.

Disclaimer: I produttori visitati da Emanuele Giannone sono miei clienti per alcuni lavori di grafica. Dato il poco tempo a disposizione, ho preferito giocare in casa di amici, avvisati con qualche ora di anticipo. Antonio Tomacelli, editore associato.

Michele Biancardi Vigne Daune
Cantina in Contrada Viro
Strada provinciale 68
71042 Cerignola (Fg)

Antica Enotria
Azienda agricola di Luigi Di Tuccio
Masseria Contessa Staffa
Sp 65 C.da Risicata
71042 Cerignola (Fg)

(Foto della Daunia: Michele Sepalone)

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

3 Commenti

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Nelle Nuvole

circa 7 anni fa - Link

Questo è un bel post, di quelli che mi tengono ancorata ad Intravino. Un post senza polemica. Non è un post da spiaggia. Parole che arricchiscono e convincono. Ho imparato qualcosa. Nessuno lo ha commentato, ma spero che molti l'abbiano letto. Emanuele Giannone ti ringrazio ancora una volta, non è la prima e non sarà l'ultima. Mi hai fatto tornare la voglia di montare in macchina e di percorrere la Route 89 nostrale, alla scoperta di quello che abbiamo sotto casa e non conosciamo.

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Eleutherius Grootjans

circa 7 anni fa - Link

Grazie a te per la chiosa di doppia v, vino e viaggio.

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