I vini naturali sono un’evoluzione del gusto

di Alessandro Morichetti

Andrea Scanzi ci sta simpatico perché mette pepe ad arte nel mondo del vino. Conosce l’ambiente ma ha il terribile marchio d’infamia di non farne parte. È molto comunicativo e quando parla di Josko Gravner lo capisce anche mia zia, ho fatto la prova. Gli chiedi dei vini naturali e lui risponde semplice, sentite come.

Non manca l’affondo finale: “È un pò sborone e snob affermarlo però il vino naturale, per comprenderlo, un pò devi capirne. Se fai provare il Pico di Angiolino Maule a una persona che ha sempre bevuto vini facili non lo capirà e dirà che è cattivo”. Sacrosanto. Quello che vedete è il primo stralcio di un’intervista più ampia ad Andrea Scanzi, realizzata ieri in occasione della consegna del premio Durruti – nel giorno del compleanno di Andrea (auguri). L’editor che stava curando lo sbobinamento dell’intero video è svenuto dallo shock per quanto sentiva. Continua la prossima settimana.

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Alessandro Morichetti

Tra i fondatori di Intravino, enotecario su Doyouwine.com e ghost writer @ Les Caves de Pyrene. Nato sul mare a Civitanova Marche, vive ad Alba nelle Langhe: dai moscioli agli agnolotti, dal Verdicchio al Barbaresco passando per mortadella, Parmigiano e Lambruschi.

73 Commenti

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fabrizio scarpato

circa 10 anni fa - Link

Basta. Stiamo attenti che di questo passo si finirà col parlare di "involuzione del gusto" o "evoluzione del disgusto" per il vino tutto. Si danno medaglie, si fanno distinguo tra persone, tra uomini, tra vignaioli. C'era una volta "il" vino. Punto.

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Andrea Gori

circa 10 anni fa - Link

purtroppo però è così fabrizio, semplicemente certi vini non sono commerciali, non possono e spesso non vogliono piacere al primo sorso, come certi gruppi musicali e certi dischi. E non conosco nessuno che in vita sua abbia ascoltato sempre e solo jazz, direi che è una conseguenza fisiologica dell'adattamento sensoriale, vale per il gusto così come la vista, il tatto, il naso...

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fabrizio scarpato

circa 10 anni fa - Link

No, maestro, non capisco, o meglio lo capisco bene ma non mi piace, perché l'evoluzione sia solo in un senso, portando in sé una contraddizione pazzesca, forzata: perché, per fare nomi che "esistono" di per sé, qualunque cosa facciano, non potrei evolvere il mio gusto passando da Gravner a Giacosa? Perché oggi sembra che si sia bevuto rumenta per anni e ora arrivano i salvatori, che per di più si chiamano "naturali". E gli altri cosa hanno fatto fino a oggi, coca cola? Dirò di più, a proposito di cocacola, intravedo laggiù lontano lontano, non certo nelle intenzioni dei primi o attuali fautori, ma come appunto "involuzione" del gusto, un appiattimento sul naturale, che porterà a tante Giulia da Pisa, felici del loro vino della nonna, con la torta della nonna, le lasagne della mamma... Non c'entra nulla il gusto o la sua evoluzione, è questione di conoscenza e curiosità, di evoluzione anche tecnica: poi ci saranno tanti vini, corretti, rispettosi, originali, buoni o come volete, ognuno con uomini e storie dietro. Ma per favore non "surfiamo" sull'onda delle parole vuote o ormai già svuotate di significato.

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Simone e Zeta

circa 10 anni fa - Link

C'è del Vero..

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Rinaldo Marcaccio

circa 10 anni fa - Link

credo che l'evoluzione del gusto di cui parla Scanzi, sia quella del consumatore medio; il quale normalmente non è neanche troppo al corrente delle tendenze del momento o delle motivazioni di qualche produttore. è difficile per quest'ultimo, giustificare al primo (non molto allenato o comunque diversamente abituato), le ragioni di quelle sensazioni organolettiche, senza supportarle idealmente all'interno del discorso più ampio sulla sostenibilità ambientale(che ha più facile appeal). indirizzando in questo modo coerentemente, l'evoluzione oggigiorno costante, della sensibilità ecologista del consumatore medio. il discorso è diverso per l'utente evoluto o d'avanguardia, che non ha certo bisogno di qualcuno che gli predisponga il binario su cui muovere le sue scelte. in realtà a me sembra in fin dei conti, che si dica un po' tutti la stessa cosa: quando si ribadisce il primato delle proprie scelte e conoscenze, nei confronti di qualsiasi eventuale tentativo di forzare le stesse o comunque imbrigliarle. non ci può essere un punto di arrivo di tale evoluzione.

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Valter

circa 10 anni fa - Link

Molto difficile un 'adattamento sensoriale' a qualsiasi cosa che non venga registrata ai 'nostri sensi' come piacevole.

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Andrea Gori

circa 10 anni fa - Link

non lo direi in senso così assoluto, quando entri in un cesso fetente il puzzo di cacca lo senti per i primi 5 minuti, poi non ci fai quasi più caso ;-)

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TERROIR

circa 10 anni fa - Link

favolosa...comunque te che hai fatto un'orizzontale di Amarone ed hai sperimentato il concetto di "assuefazione temporanea" dei sensi,lì entra in gioco il cervello e gli "effetti" sono molto particolari...pensa a lungo termine... ;)

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Eugenio Bucci

circa 10 anni fa - Link

In quello che scrive e dice Scanzi non si trova nulla che abbia sentore di "eresia" o "rivoluzione" ma solo "evoluzione". Cioè, il personaggio pare mediamente pacato ed esprime concetti (o pareri) chiari sul vino. Dice che in questi anni la qualità nel bicchiere (perché è lì che si va a parare) del 'vino naturale' è aumentata. Concordo. Dice che molta gente cerca sapori diversi da certi vini omologati (e bisognerebbe parametrizzare il concetto di 'omologato', forse concentrazioni fittizie, iper-legno,vitigni standard?). Concordo. Dice che il 'vino naturale' deve essere capito, deve essere la conclusione di un percorso. Concordo a metà. Proprio grazie all'evoluzione qualitativa di questi vini oggi si possono bere cose che sono buone tout court, che sono democraticamente ed egualitariamente alla portata di chiunque, donne e uomini, cani e gatti.

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Pisa Nicola

circa 10 anni fa - Link

Premetto che è il mio primo post, e che sono un giovane consumatore e appassionato di vino, ma mi sento di dire che in questo mond è difficile parlare di omologazione. Certo, se si usano vitigni internazionali o lo "stesso enologo affermato" è più facile che ci siano vini che si assomigliano,ma comunque avranno delle piccole differenze perchè il vino non è fatto solo da un vitigno, ma anche da un terreno,e forse cosa più importante dalle mani dell'uomo.

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Marco

circa 10 anni fa - Link

Secondo me, più che evoluzione del gusto,c'è un'evoluzione nella sensibilità "ecologista" in senso lato del consumatore. C'è maggior attenzione per chi punta sul rispetto profondo per l'ambiente e per la salute del consumatore e quindi, di conseguenza, c'è più curiosità per quel tipo di vino. Ora che i produttori di "vini naturali" riescono più spesso di qulche anno fa a proporre vini cha mostrino anche un po' più di piacevolezza, è chiaro che aumenta anche il numero dei consumatori che si rivolge a questo mercato. Come ha scritto Eugenio Bucci, il gusto non è evoluto (si cerca sempre la piacevolezza): si sono evoluti alcuni "vini naturali". A questo occorre aggiungere, ovviamente, la curiosità degli appassionati veri per ciò che è nuovo e l'aspetto "modaiolo" e à la page che interessa tanti "consumatori medi", come li chiama Scanzi.

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fabrizio pagliardi

circa 10 anni fa - Link

... Evoluzione del gusto ecco questa mi mancava. Quindi ora se non ti piacciono i vini naturali hai un gusto non evoluto. Ma poi evoluzione del gusto di chi ??? Noi che beviamo vini che costano al di sopra dei 5 euro o giù di li, sullo scaffale, siamo meno del 10% della popolazione italiana. Ogni tanto ricordiamocelo. La vera evoluzione del gusto è E&J Gallo che ha triplicato le sue vendita in Italia con i suoi vini truciolo da 4 euro a bottiglia. Non la nostra evoluzione verso i vini naturali ben lontani da quei prezzi e per altro anche leggibili solo da noi che abbiamo le capacità e l'esperienza per farlo... A me sembra sempre più un'involuzione decadente di una presunta aristocrazia del gusto.

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Francesco Fabbretti

circa 10 anni fa - Link

porc!!! Straquoto alla lettera!!!

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Roberto Giuliani

circa 10 anni fa - Link

ragazzi, cerchiamo di confrontarci con chi di vino non si nutre quotidianamente il cervello (oltre che lo stomaco). Ieri ho portato a casa di amici e parenti che di vino non bazzicano quasi nulla, soprattutto sul piano culturale. Ebbene avevo portato, non senza timore, una falanghia Vàndari e un Sauvignon di Skerk come bianchi. Skerk non fa vini propriamente "naturali", ammesso che questo termine abbia un senso, ma sicuramente si avvicina a quel modo di approcciare la vigna e la cantina. Il suo sauvignon non ha nulla di classico e riconoscibile, alla cieca se ne accorgerebbe solo chi ha grande esperienza. Non è un vino facile né al naso né al gusto, eppure vi giuro che è andato a ruba, è finito subito, sono rimasti tutti entusiasti, pur non avendo alcuna base tecnica né culturale sul vino. L'evoluzione del gusto è una cosa difficile ma necessaria per tutti, e non vuol dire che i vini naturali rappresentino "evoluzione", ma semplicemente un passaggio di esperienze. Gravner non cancella Giacosa e viceversa. L'unica vera evoluzione, in senso stretto, viene da una consapevolezza che se in vigna non la si smette di fare trattamenti chimici, la terra perderà totalmente la sua fertilità e la nostra salute pagherà sempre maggiori conseguenze. Questa è la vera evoluzione, peraltro necessaria.

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bacillus

circa 10 anni fa - Link

Se in vigna smettessimo di fare trattamenti chimici potremmo dire addio al bicchiere di vino, caro Giuliani. ...però, forse, una possibilità ci sarebbe davvero...

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Roberto Giuliani

circa 10 anni fa - Link

non sono d'accordo. se dici: "non tutti possono permettersi di non fare trattamenti chimici" hai ragione, infatti dipende molto dalla collocazione dei vigneti, dal microclima, dalla qualità del terreno, e in ogni caso è un processo che richiede tempo, le piante devono rinforzarsi, radicarsi, imparare a difendersi. Inoltre è una materia della quale si sa poco dal punto di vista sperimentale, almeno da noi, sono ancora troppo pochi quelli che seguono questa pratica per poter trarre conclusioni. La chimica serve a se stessa, succede anche con l'uomo, più si fa uso di vaccini e antibiotici, più la chimica si sostituisce a noi rendendoci più deboli e incapaci di difenderci persino da un banale raffreddore. E' anche una mentalità, forgiata su martellamenti e luoghi comuni, che ci fa credere che questa sia l'unica strada percorribile. Non è così, ci sono molti modi per aiutare le piante (e le persone) a difendersi dalle aggressioni virali. Poi, ripeto, se uno pianta una vigna lungo un fiume, ha una bella pretesa non solo di fare naturale ma soprattutto di fare un buon vino.

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Mr. R

circa 10 anni fa - Link

Pagliardi concordo con lei, ma calma altrimenti la pressione....sà.....

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fabrizio pagliardi

circa 10 anni fa - Link

Guarda Stefano, (credo), che sono molto tranquillo, il discorso di Scanzi al primo ascolto mi sembrava pienamente condivisibile, poi però riflettendoci sopra mi sono reso conto che lo consideravo condivisibile in quanto mi ero auto considerato uno di quelli con l'esperienza per capire.......

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Antonio Marino

circa 10 anni fa - Link

non sono d'accordo.non si può semplificare in questo modo:" piacciono i vini naturali"..."non piacciono",sono vini. alcuni possono piacere altri meno, ma hanno gusti differenti come gli altri, dati dal territorio dalla capacità del produttore... ci sono vini naturali economici sotto i 5 euro, come ci sono vini naturali talmente "puliti" da essere irriconoscibili. l'evoluzione sta nel gusto più vero, più personale che non corre dietro alle mode, eseguire una viticoltura naturale è tutt'altro che facile c'è una fatica dietro talmente alta che fa pensare, ma chi glielo fa fare? la passione.non la moda. siamo noi consumatori a ridurre tutto ed a semplificarlo una volta che arriva a noi.ovviamente in mezzo a tanti c'è anche il furbetto che vuole cavalcare la notorietà del momento di questi vini, ma scomparirà nel tempo appena arriverà un altra tendenza da seguire.

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Roberto Giuliani

circa 10 anni fa - Link

quoto in toto.

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Andrea Gori

circa 10 anni fa - Link

continuo a pensare che la maggior parte dei vini naturali sono semplicemente vini difficili da capire al di fuori degli schemi ais o che in genere vengono insegnati ai corsi. Pensate anche solo agli schemi del colore! Per chi sta cercando di imparare qualcosa sul vino, i vini "naturali" sono molto più complicati della rassicurante didattica sul vino che troviamo ovunque. I vini naturali sono cresciuti tantissimo e ci sono tanti esempi di vini che da "naturali" sono ormai diventati riferimento per le proprie tipologie, tipo Soldera a Montalcino o Bea nel Montefalco o Le Boncie nel Chianti Classico. Quindi presto semplicemente forse non ci sarà una dicotomia così netta...che sarebbe poi la cosa migliore e meno settaria!

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fabrizio pagliardi

circa 10 anni fa - Link

Si ma sono tre esempi che riguardano tre produttori che sono tra i più convenzionali della tipologia.

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fabrizio scarpato

circa 10 anni fa - Link

Bene, auspicabile, nessuna distinzione o dicotomia: ognuno presenta il suo vino, e col vino le sue idee, le sue manie, i suoi sogni, i suoi interessi, la sua vita. Punto. Ma c'è un mercato che sta spingendo, facendo leva sul termine naturale, come su "genuino" di strisciante memoria, come sul prefisso "bio" adatto ad ogni bisogna, sulle paure del consumatore e sulla sua presunta nuova sensibiltà ambientalista. La parolina si insinua nelle trasmissioni televisive, nelle pubblicità, nelle parole del sommelier di turno, del nutrizionista, del divo del talk show: e vai con tutta un'erba un fascio, viva il vino naturale. Sanno e se ne fanno assai i consumatori medi delle macerazioni, dei trattamenti, della solforosa, del biodinamico , delle anfore, del biologico e così via: sapranno che naturale è buono e meglio. Meglio di cosa? E perché? Dove porterebbe la corsa al "naturale"? E quelli che si smazzano tra le vigne onestamente, tradizionalmente e legittimamente senza bandiere? Ripeto: si facciano vini, anche nuovi, di carattere, scontrosi o scorbutici, se possibile si abbassino i prezzi, si porti la gente in cantina e si rispetti l'ambiente: ma si parli di vino, possibilmente buono, senza distinzioni che verrebbero subito strumentalizzate (sta già accadendo), esibite e in un attimo fagocitate come tutte le mode.

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Roberto Giuliani

circa 10 anni fa - Link

Bravo Fabrizio, non fa una grinza!

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Luca Iorio

circa 10 anni fa - Link

Ritengo non sia un'eresia parlare di 'evoluzione del gusto': il gusto evolve, che lo si voglia o no, al pari di tanti altri aspetti sensoriali e non della nostra vita. Senza andare troppo in là negli anni basti dire che anche 5 o 10 anni fa quello che mangiavamo (o meglio che ci mettevano negli alimenti di cui ci nutrivamo) era diverso da quello che mangiamo oggi, percepivamo odori, sapori e sensazioni sicuramente differenti, e ancor più diverse erano quelle che percepivano i nostri genitori o nonni. E' ovvio che un giovane, ma anche un meno giovane, abituato a bere solamente Gewurztraminer o Muller-Thurgau di dubbia qualità all'happy hour con gli amici non può per ovvii motivi arrivare preparato all'incontro (che noi tutti gli auguriamo) con un Trebbiano di Valentini (e noi tutti ci auguriamo anche che non lo rimandi indietro al ristorante dicendo che 'è andato a male'!?!). Non ci vedo nulla di eretico o di aristocratico, è solo un problema di cultura a mio parere: ci spaventa il 'diverso', il fatto che quel bicchiere sia diverso da quelli a cui siamo abituati ci mette istintivamente sulla difensiva, invece dovremmo avere il coraggio di degustare veramente quel bicchiere e di capire se ci piace o no, a prescindere dal fatto che sia naturale, convenzionale o che si chiami Gravner o Antinori. E' un fatto però, e questo secondo me tra le righe intendeva Scanzi, che se uno si è allontanato da troppo tempo da certe percezioni organolettiche (e questo è più facile che accada 'downtown', nella Milano da bere o nella Roma 'per pochi' piuttosto che nella campagna abruzzese o nel maso trentino, questo più che 'aristocrazia del gusto' sarà anche 'classismo' al contrario, ma mi sembra comunque un dato oggettivo...) o che peggio non ha mai provato certe sensazioni è più difficile che le apprezzi, per una questione psicofisica prima ancora che culturale.

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gianpaolo

circa 10 anni fa - Link

Io proporrei una tesi contraria a quella di Scanzi: il vino naturale deve essere buono e basta. Di piu', deve avere la caratteristica di comunicare la sua naturalita', la sua semplicita' non ovvia, fin dal primo sorso. In caso contrario si perde il motivo principale per berlo. Oggi a pranzo ho aperto una bottiglia di un biodinamico della Loira, un Vouvray frizzante naturale con due dita di fondo, e ne ho versato due bicchieri ai miei suoceri, che di vino non conoscono, per vedere le reazioni. Il vino in questione e' tanto naturalmente piacevole, che se avessero avuto bisogno di capirlo per piacerlo, mi sarei preoccupato (visto che ci devo fare una specie di cena con un pubblico di gente "normale"). I vini naturali, opionione mia naturalmente, hanno un senso solo se rimettono in sintonia chi li beve con il vino nella sua forma piu' "naturale", diretta, agricola. Senno si ritorna ad una moda come quelle gia' passate.

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Eugenio Bucci

circa 10 anni fa - Link

Quoto assolutamente. Deve essere buono e comunicare qualcosa. Certo capita che certi vini abbiano bisogno di un passaggio mentale il che è certo un limite ma forse è anche un po' più complessa la cosa, forse ci sono scalini da fare. Esempio: ad una degustazione di bianchi macerati (c'erano tra gli altri Oslavje 2004 di Radikon, il Fiano Don chisciotte 2006 di Zampaglione, Anphora 2003 di Lispida), un signore abituato a bere bianchi 'tradizionali' (un amante del Cervaro ci disse) è rimasto perplesso tutta la serata, perplesso per odori e sapori diversissimi dalle sue abitudini, odori e sapori che gli ricordavano il vino del nonno (un bene o un male?); e questo signore, ricontrato dopo qualche settimana, disse che la scoperta di certi sapori l'aveva disorientato e, certo, non gli erano piaciuti tutti i vini ma quelli buoni li avrebbe comprati e riassaggiati. E che si ricordava ancora i sapori.

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gianpaolo

circa 10 anni fa - Link

Forse bisognerebbe ragionare su un fatto: i vini stile "radikon", prima ancora che essere "naturali", sono vini "estremi". Quest'ultima e' forse la loro caratteristica principale, il resto viene dopo. Vini estremi hanno bisogno di degustatori estremi per apprezzarli? Forse si. A me forse pero' interessano altri tipi di vini, almeno nella maggior parte delle occasioni. Hai visto quante virgolette tocca mettere? Vino senza aggettivi, ritorniamo alla semplicita', e che poi ognuno, come diceva Scarpato, ci metta le sue idee, la sua storia. Allora sara' il vino di Gianpaolo, di Giovanni, ecc., ecco, cosi' mi piacerebbe di piu'. @Christian. Mi faccio paura anche io :)

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Christian Bucci

circa 10 anni fa - Link

EVVIVA GIANPAOLO!!! Condivido in pieno...

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Fabio Italiano

circa 10 anni fa - Link

Ma le due dita di fondo di quel piacevole vino lo hai anche bevuto?

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Eugenio Bucci

circa 10 anni fa - Link

Quoto quasi tutto quello che dice Fabrizio Pagliardi, specie su quel 10% o giù di lì che spende al massimo 5 euro. Siamo un paese in cui i nonni e i babbi bevevano sfuso, abituati a spendere poco o nulla per un alimento quotidiano. Però questo mi sembra un discorso di partenza. Fare educazione è come fare politica in democrazia (viene un po' da ridere, lo so), bisogna spostare la gente verso qualcosa che si ritiene giusto (e, in questo caso, buono) con la forza delle idee (e del bicchiere). Non credo che sia così importante come uno sia arrivato al vino, se da un viaggio per cantine in Toscana o se dagli happy-hour. L'importante è se gli scatta la curiosità, se vede nel vino qualcosa di più che alcool e moda. Ho amici enotecari che hanno tirato su generazioni di ragazzi entrati anche solo per caso e chiedendo un rosso o un bianco e che guidati si sono piano piano appassionati: "Prova questo, costa qualcosa di più ma è meglio, poi mi sai dire" e cose di questo tipo. Questa dovrebbe essere la vera spirale virtuosa. Anche e soprattutto in epoca di crisi. Gli operatori del settore capaci di fare 'opera di proselitismo'. Allora, parlo da semplice appassionato, mi sembra di vedere meno nero.

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Francesco Fabbretti

circa 10 anni fa - Link

Chiedo scusa anticipatamente ma, Andrea Gori a parte, quanti di voi hanno a che fare con i clienti finali del vino? Non vorrei sembrare presuntuoso ma da come parlate sembra che i clienti siano cavie da laboratorio o babbuini con un encefalogramma semipiatto da "instradare" verso un sentiero di illuminazion di stampo tardosettecentesco. Spero sia solo un mio fraintendimento. Colgo l'occasione per fare i dovuti complimenti al signor Scanzi per i suoi successi editoriali e per il coraggio di mettere nero su bianco le affermazioni di certi produttori. Detto questo due post in tre giorni dedicati a lui mi sembrano pretestuosi e finalizzati solo ad alzare il battibecco dacchè si parla di un signore rispettabilissimo che ha cominciato a frequentare il vino con i corsi ais circa 4 anni orsono (qui la sua biografia http://www.andreascanzi.it/biografia/bio_main.htm). Senza voler offendere nessuno credo che le sue affermazioni riflettano un percorso di conoscenza della materia ancora superficiale, per quanto rispettabilissimo.

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bacillus

circa 10 anni fa - Link

"Evoluzione del gusto". Fenomeno oggettivo riscontrabile nei consumatori o forzatura strumentale a chiari fini speculativi? Evoluzione "spontanea" o evoluzione "indotta"? Non sarebbe la prima volta che le preferenze dei consumatori sono il risultato di iniziative di pochi intelligenti, determinati, agguerriti stakeholders... :-)

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bacillus

circa 10 anni fa - Link

"Nella musica ti avvicini alla musica leggera, poi strada facendo ti avvicini al jazz, poi alla musica classica". Un'affermazione di una banalità disarmante, espressione di un pregiudizio diffuso che definisce "classifiche" del tutto improbabili. La cultura musicale prevede ben altri percorsi. Probabilmente, allo stesso modo, anche quella enologica.

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Andrea Gori

circa 10 anni fa - Link

ah beh non dirlo a me, io ho iniziato con gli Wham e poco dopo sono approdato al metal e lì sono rimasto, il jazz e la classica mi fanno quasi solo dormire. Il maestro di musica di mio figlio però dice che non è colpa mia ma dell'educazione musicale che ho avuto. sarà lo stesso per il vino...

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carolina

circa 10 anni fa - Link

tu a metal? non l'avrei mai detto....

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Rinaldo Marcaccio

circa 10 anni fa - Link

un conto però sono i valori presenti in una proposta, un conto le sue possibili strumentalizzazioni; che, se non capisco male, consisterebbero nel fatto di spacciare per naturale ciò che non lo è. impegnarsi non solo nella lettura, ma anche nella determinazione stessa della tendenza del mercato, solo per fini speculativi; appropriandosi di valori largamente condivisi solo come pretesto. tutto ciò è possibilissimo. che fattispecie andrebbe a configurarsi in questo modo?... possibile che ci sia spazio tale da permettere a qualcuno di predicar bene e razzolar male? se tali e tante sono le lacune in fatto di trasparenza dell'offerta, allora si tratta di un'altra questione. altra cosa ancora sono i gusti individuali; su questo tema direi sinteticamente che, così come giustifico e capisco il desiderio di alcuni produttori di porre come prioritari rispetto al risultato del lavoro, i fondamenti valoriali che ne sono alla base (è il risultato stesso che serve a veicolarli, generando in questo modo un sistema che si autoalimenta); allo stesso modo ritengo che l'utente comune non debba lasciarsi inflenzare nella scelta, da questi condizionamenti ideali e considerare quindi come prioritario il risultato del lavoro. insomma non credo che serva il pregiudizio nei confronti di qualcuno per decretarne il successo o l'insuccesso; ma sarà il mercato a decretarlo o meno.

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lido

circa 10 anni fa - Link

in risposta a contrapporre Giacosa ai vini naturali, penso che sia un dualismo che non regge si sta parlando di vini di vignaioli grandi e rispettabili sia i Giacosa i Conterno i Mascarello i Soldera i chianti di Villa Rosa,ecc, che i vignaioli chiamati " Naturali, Biodinamici, bio ecc," attenzione tutte parole che la grande industria se ne sta impossessando bisogna ritornare a chiamarli vini di tradizione da vignaioli con terroir alla fine è questo che conta che i vini siano buoni, onesti, salubri digeribili,..... non omologati,emozionanti, poi ognuno di queste persone può raggiungere lo scopo come vuole e come pùò ma sicuramente rispettando il territorio la vigna l'uva, basta a fitofarmaci, uso smodato di solforosa, gomma arabica, tannini di vari generi super tostature nuove, acidificatori e deacidificatori, enzimi, estrattori, osmosi,filtrazioni fitte, e tempi di imbottigliamento troppo repentini. Ma non vi creano problemi sti vini e poi ha ragione Scnzi sono tutti uguali. I Vignaioli di vini naturali cosi' chiamati stanno percorrendo questa strada chi ci riesce chi no ma sicuramnte ci provano.

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fabrizio pagliardi

circa 10 anni fa - Link

...E' qui secondo me si apre un'altra questione. Ma voi quei vini che definite tutti uguali.... li bevevate?? io no si tende sempre a fare il confronto tra vignaioli naturali e imprenditori del vino. Però la maggior parte di noi appassionati ha sempre bevuto vini o di imprenditori illuminati, per certi versi, come il marchese incisa della rocchetta per dirne uno. O di vignaioli, artigiani, convenzionali ma vignaioli-artigiani. Ora siamo in una fase in cui molti viticoltori stanno abbracciando la filosofia del naturale, con risultati a volte buoni, io ne bevo e ne vendo molti. Parlare con sufficenza degli altri produttori "convenzionali", o parlare di chi li beve come un appassionato non evoluto, sono atteggiamenti che non accetto. Se mi mettete da una parte maule, Gravner, radikon, bea, massavecchia, cornelissen, pacalet, joly, la sansonniere, e dall'altra Giacosa, Bucci, Palari, Sassicaia, tutti i piccoli produttori in borgogna che non si sognano di fare vini naturali e producono dei monumenti al vino, Paticamente tutto il Bordeaux, la maggioranza dei grandi produttori di riesling tedeschi che in certe annate usano più solforosa che uva, allora si può iniziare a fare un confronto. E allo stato attuale non c'è per me ancora il minimo confronto. ne riparliamo fra una decina d'anni e aggiungo anche un bel "forse". E quando dico produttori naturali, dico NATURALI, non biologici o biodinamici, o ad agricoltura sostenibile, per intenderci Romanee Contì è un produttore ad agricoltura biodinamica non un produttore naturale, così come Weinbach, prima che li nominiate. La discriminante è la cantina. Nella vigna tutti stanno riducendo l'uso di prodotti chimici. Anche nella champagne, regione con la viticoltura più industrializzata nel mondo, forse, il CIVC ha programmato un abbattimento dell'uso dei prodotti fino al 30% del livello attuale entro il 2015, ed è da tutti i produttori comprese le grandi maison come il primo passo. Poi se mi rispondete che a Bordeaux, fanno vini tutti uguali o poco interessanti possiamo anche interrompere la discussione.... abbiamo due formazioni diverse fortunatamente per me. E il mio gusto non lo cambio. Preferisco non evolvermi e ogni tanto procurarmi un bel mal di testa con Chateau D'yquem.

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bacillus

circa 10 anni fa - Link

Parole sante! Davvero. Un vero cultore del vino è questo. Io sono l'ultimo tra gli ultimi produttori, ma dal mio punto di vista fa piacere sapere che esiste gente che ama il vino in questo modo.

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Francesco Fabbretti

circa 10 anni fa - Link

rassegnti. Capisco esattamente il tuo punto di vista perchè è anche il mio... purtroppo fai (faccio) "poco trendy". Vuoi mettere l'appeal di chi sentenzia dando addosso ai BIG? Posso non concordare con Cernilli, con Ziliani, con uno tra i grandi relatori AIs (Billeto, Lauciani, Scrobogna, Maestri, Siciliano, Castagno... fai tu) e via discorrendo, ma gli riconosco la conoscenza profonda della materia. In questo caso stiamo a un livello poco più alto della chiacchiera da bar

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Eugenio Bucci

circa 10 anni fa - Link

Mi pare che in realtà poca gente ragioni per dicotomie così nette e precise. Esistono vini prodotti in maniera 'naturale' con zero chimica in vigna e in cantina. Esistono vini prodotti con tanta chimica e tecnologia. Esistono vini prodotti che stanno a metà tra i due. Questa è una distinzione iniziale. Incide sul gusto? Incide sulla salubrità? Non in termini assoluti. Una cosa che ho imparato negli anni è non ragionare per etichetta o blasone. Sassicaia 2006 è un ottimo vino e credo possa essere messo alla cieca in qualsiasi degustazione e credo possa tranquillamente perdere da un cabernet romagnolo o veneto e credo che questa non sia un'eresia. Ma una fa più di 200.000 bottiglie, l'altro magari solo 3 barrique e la cosa è diversa. E questo non ragionare su etichette o blasone si può applicare ragionando sui vini naturali. Che nella mia esperienza più recente mi ha portato a bere cose più buone. pur continuando a bere di tutto e a rallegrarmi di un'ottima annata di Sassicaia o chi per lui. Solo una piccola nota: se vai da certi produttori la prima cosa che ti fanno vedere è la vigna e la terra e ti parlano di salubrità dell'ambiente (inteso come luogo che produce cose salubri e dove lavorano in salubrità); e la cantina (che dovrebbe essere la 'discriminante' come dici) è la conseguenza del lavoro in vigna. ps: Yquem bevuto dal 1990 in poi (una o due bottiglie la massimo) non mi è mai parsa una gran cosa. Con tutto il rispetto.

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Rinaldo Marcaccio

circa 10 anni fa - Link

..ma perchè bisogna mettersi su barricate contrapposte come due fazioni? non mi sembra che l'intervista possa essere interpretata in questo senso. tutt'altro: sollecitare interesse verso altre opzioni possibili, non significa essere "contro", ma "pro" qualcosa.

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Renzo

circa 10 anni fa - Link

Premesso che molti "vini conbvzionali" non mi piacciono per niente, di quali vini naturali si parla? Di quelli che "eh sì, puzza ma è naturale" o di quelli ben fatti? Perchè la "moda" è di scusare vini naturali mal fatti; fare vini naturali non significa farli male. Sarà anche per quello che in alcuni casi non "vemgono capiti" ?

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Fabrizio pagliardi

circa 10 anni fa - Link

.... Bucci sinceramente se hai provato gli yquem post novanta e trovi che come vino non sia granché penso sia inutile andare avanti, parliamo due lingue diverse. Abbiamo parametri valutativi sul vino troppo distanti.

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Eugenio Bucci

circa 10 anni fa - Link

Non credo si parlino due lingue diverse. Siamo due appassionati di vino che si confrontano senza il bicchiere davanti, basandoci sulle nostre esperienze. Un confronto per me sempre stimolante. Non credo che il povero Yquem possa definire una separazione così netta tra persone. Io ho riportato solo la mia minima esperienza con quel vino fatta di un bicchiere o due all'anno messo a confronto con altre cose simili, tutto sempre alla cieca. E non volevo dire che Yquem è cattivo, certe annate (per fare dei numeri) superava abbondantemente i 90/100, altre annate per stava sugli 87-88 e gli ho preferito, per dirne uno che è un suo competitor diretto, Muffato della Sala. Di certo riporto solo quello che ho trovato in quel momento in quel bicchiere. E riporto, in generale, la sensazione di un vino che non mi ha mai entusiasmato. E il prezzo (che centra poco con la qualità e che non deve influenzare i giudizi) purtroppo mi impedisce di berne con più frequenza.

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Fabrizio pagliardi

circa 10 anni fa - Link

...dimenticavo sono commercialmente interessato ai nomi di cabernet sauvugnon e franc romagnoli e veneti prodotti in poche Barrique che possono tranquillamente battere alla cieca il sassicaia 2006.

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Francesco Fabbretti

circa 10 anni fa - Link

una di queste sere passo a trovarti

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Francesco Fabbretti

circa 10 anni fa - Link

p.s. sono inpreparato sulla materia cabernet sauvignon e/o franc romagnoli :-(

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Gabriele

circa 10 anni fa - Link

Prima Luce, az. agr. Costa Archi. Provare per credere.

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Eugenio Bucci

circa 10 anni fa - Link

Mi hai preceduto. Si, Prima Luce di Costa Archi è un gran prodotto. L'annata 2006 in una serata sui bordolesi arrivò primo per un pubblico di una cinquantina di persone. Secondo fu Sassicaia 2006. E l'annata 2007 è ancora più buono. Altro cabernet romagnolo che vorrei segnalare è il Castellione di Calonga. Strepitoso il 2003 (che non si trova più quindi è solo un dato statistico), vino profondamente mediterraneo, densissimo e con una trama tannica dolcissima. Buono il 2006, meno dimensionato e con note più sull'erbaceo. E un 2007 in uscita che pare riportarlo ai livelli del 2003. E sui vini romagnoli (e per tornare all'argomento del post) segnalerei i produttori del consorzio del biologico: il faentino Francesconi (grande merlot Impavido e ottimo sangiovese ris. Le Iadi e, altro cabernet, il Miniato, molto buono il 2007), i brisighellesi Vigne dei Boschi e Campiume (sangiovesi e, cosa molto interessante, malbo gentile), Bragagni (rossi buoni ma meno interessanti e buonissima l'albana Rigogolo 2006).

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patrizio mengozzi

circa 10 anni fa - Link

Sui Cabernet Sauvignon romagnoli, quoto Bucci e Gabriele. @ Eugenio Bucci: Per onor di cronaca devo precisare che il confronto con il Sassicaia, riguardava le annate 2005; recentemente ho avuto occasione di confrontare alla cieca i 2006 e devo dire che, secondo me, il Sassicaia è ancora un gradino sopra; ma sui 2007 vedremo, perchè per stare sopra al Prima Luce 2007 il Sassicaia deve, come dicono dalle mie parti, "mangiato di tagliatelle", perchè altrimenti la vedo dura.... Del "Castellione" 2007 dell'azienda forlivese Calònga ne ho assaggiato una bottiglia recentemente, ma aveva dei problemi e quindi non posso giudicare. Se è davvero a livello del 2003 la bottiglia che ho assaggiato era decisamente fallosa. @ Francesco Fabbretti: Non è mai troppo tardi... :)

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Antonio Marino

circa 10 anni fa - Link

Io credo nell'evoluzione del gusto, credo che chiunque possa fare un percorso partendo dal sapore immediato che subito aggrada il palato per poi arrivare ad un sapore molto più complesso ed evoluto che dona sensazioni più ampie, non solo date dal sapore in se ma dall'esperienza dello stesso gusto. Ci credo talmente tanto che ho appena lasciato il mio vecchio lavoro per aprire (a Roma) un'enoteca dove si potranno trovare soprattutto questi vini e contribuire(spero) ad allargare la conoscenza a tutti, perchè sono difficilmente reperibili e spesso li si trova relegati in angoli di enoteche senza che nessuno li sappia "spiegare" e far apprezzare.

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TERROIR

circa 10 anni fa - Link

Mi sembra di essere tornato "pischello" quando ai primi approcci di politica ci davamo di "comunisti " o di "fascisti"...naturali vs moderni...buoni vs cattivi...tristezza... Inoltre in nessun intervento ho visto la parola "rispetto",vocabolo in disuso ma fondamentale in questo momento storico ,anche nel mondo del vino. Almeno in quello dai seri "pionieri" del vino naturale (perchè sì ! è vero ! ci sono anche lì dei mezzi furbacchioni) c'è solo da imparare...ma il vino alla fine è soggettivo e anche se lo si può valutare in centesimi (concordo con difficoltà in termini ais per i vini naturali)alla fine "ci garba " o "non ci garba"...ma collegare il cervello ai nostri sensi non mi sembra un eresia anzi...poi ci sarà chi berrà con piacere Chianti al merlot e chi apprezzerà un Chianti bio ,de gustibus non disputandum est .

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Luca Ferraro

circa 10 anni fa - Link

Arrivo un pò tardi per dire la mia. Fino a pochi mesi fa mi sarei schierato dalla parte di chi "non sostiene" i vini naturali non essendo abituato a quei profumi e quei gusti così diversi. Poi ho voluto anch'io dar vita ad un vino "insolito" non conforme agli standard del prosecco meglio conosciuto, il Colfòndo a fermentazione in bottiglia. Scopro così ad ogni assaggio con stupore ed approvazione che non solo il vino cambia ma cambia anche la percezione che abbiamo noi dello stesso. Ora mi sento di dire che Scanzi ha pienamente ragione, è questione di un'evoluzione del gusto.

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fabrizio pagliardi

circa 10 anni fa - Link

....... ecco altro mio dubbio personale. Se un vino è strano, ha dei profumi insoliti, se non è limpido .... E' NATURALE. Il prosecco rifermentato in bottiglia non filtrato è un prodotto tradizionale unica versione che bevo del prosecco. Domanda quale hai bevuto??: Il Colfondo dell'azienda Drusian, che è un azienda biologica ma con il naturale ha poco a che fare, ha impianti modernissimi e produce 500.000 bottiglie di prosecco l'anno. con lieviti selezionati. Il Colfondo di Belel casel che, a mia memoria ma potrei ricordare male, non è neanche biologica ma a lotta integrata o come si dice. E usa lieviti selezionati e impianto ad azoto in assenza di ossigeno. però questo effettivamente è un bravissimo artigiano. ma non naturale. Il Colfondo di vald'oca??? non devo aggiungere altro Il Colfondo della cantina cooperativa??? non devo aggiungere altro In nessuno di questi casi hai bevuto un vino naturale. non me ne vengono in mente altri con il nome colfondo. Casa coste piane Sur lie Costadilà sur lie invece possono essere considerati naturali per certi versi.

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Luca Ferraro

circa 10 anni fa - Link

ciao Fabrizio, si , la Bele Casel (io) fa lotta integrata in vigna e usa lieviti selezionati, non sono naturale e non ho detto di esserlo. Ho solo detto che per approcciarsi a certi vini bisogna avere un naso ed un palato educati alla bevuta!

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fabrizio pagliardi

circa 10 anni fa - Link

Piacere luca, non ho ancora provato il tuo sur lie, ma lo farò appena possibile (ma è uscito??) mi complimento per il resto della produzione che comunque è molto interessante per la tipologia. nel leggere dal cellulare mi era sfuggito il tuo "dare vita" nel messaggio precedente e non avevo capito tu fossi il produttore.

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Luca Ferraro

circa 10 anni fa - Link

Non ti preoccupare. No , il colfòndo non è ancora uscito sul mercato, lo sto usando solo per piccole degustazioni!

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carolina

circa 10 anni fa - Link

pure quello di Gatti Lorenzo è naturale, di prosecco col fondo, non usa lieviti selezionati e in vigneto fa le cose con intelligenza.

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Luca Ferraro

circa 10 anni fa - Link

Fabrizio ricorda che il prosecco colfondo e il sur lie sono la stessa cosa. Il termine sur lie però noi italiani non potremo più usarlo. I francesi hanno registrato il nome!

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fabrizio pagliardi

circa 10 anni fa - Link

....si .. si ho saputo riportavo quello che mi sembra sia scritto in etichetta su quei due vini.

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Alessandra Rossi

circa 10 anni fa - Link

@ Luca: non è mai tardi per leggere ciò che scrive chi il vino lo fa e non si limita a mescerlo ed a chiacchierare :-). Tornando invece alle definizioni, per quanto io adori Scanzi stavolta non mi allineo totalmente con lui. Non vedo "evoluzioni sensoriali" nella massa, magari vedo - come già sottolineato da altri - una maggiore sensibilità verso l'agricoltura biologica. Quanto alla piacevolezza di certi sapori, lì concordo con Andrea Gori: non possiamo essere assoluti. C'è anche un'abitudine a sapori ed odori che sviluppiamo con l'esperienza. Chi nasce in zone rurali - anche se poi a livello personale privilegia vini eleganti o bollicine - ha confidenza con certe ruvidezze o apparenti "tanfolini" presenti nei vini naturali e riesce a scinderli ed a riconoscere la bontà. Ritengo che l'esperienza e l'immaginazione contribuiscano molto, in ogni caso, a stimolare e cambiare le nostre percezioni sensoriali, quindi ben vengano informazione e cultura poiché allertano nella massa (e non solo) nuove antennine/papille percettive. Saluti maremmani, Ale

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fabrizio pagliardi

circa 10 anni fa - Link

si è vero!!!!!!!!! e di ristoranti si dovrebbe parlare solo con chi è ristoratore, di arte solo con l'artista, di libri solo con gli autori...... di etica e filosofia solo con chi è filosofo, di scienza solo con gli scienziati. Così magari quando si parlerà di vino si parlerà di vino e basta. E i produttori si dovranno astenere da altri argomenti. :-)

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brett

circa 10 anni fa - Link

La vera prova del nove sarebbe poter verificare fino a che punto la mano dell'enologo, o all'occorrenza la capacita' di NON intervenire volutamente possa ricreare in vini da uve PERFETTAMENTE convenzionali dei tratti di vino naturale.Questo sarebbe un esperimento che potrebbe cercare di fare luce sulle vere origini di certi profili "naturali"presenti in alcuni vini.Il fatto poi di approdare ai vini dai profili piu'naturali come percorso di ogni degustatore sia una questione diciamo di "sostenibilita'"e di auto-medicazione diciamo: certi vini iperconcentrati semplicemente alla lunga ti distruggono il fegato...Per chiudere direi che quando si riesce a capire che certi vini essi stessi semplicemente non evolvono nel tempo, beh, allora...

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Paolo Ghislandi

circa 10 anni fa - Link

Sul fatto che l'allenamento dei sensi porti l'individuo ad apprezzare uno spettro sensoriale sempre più ampio non ci piove, ma non vedo come questo debba essere necessariamente legato ad una categoria di vini piuttosto che un altra. Io ho vigne in lotta integrata ed altre in bio, vinifico sia con lieviti aggiunti che con fermentazioni spontanee, alcuni vini li filtro e aggiungo solfiti altri nemmeno ci penso. Le mie scelte si basano da una parte sulla ferma intenzione di essere il più naturale possibile, dall'altra dalla consapevolezza scientifica di ciò che è veramente possibile, quando e come e cosa non lo è. Il resto è marketing, congettura e speculazione. Quello che conta è che la complessità o se volete la difficoltà di un vino non risiede nella filosofia del come lo si ottiene, ma dal potenziale dell'uva di partenza e dalle intenzioni che si hanno nel momento in cui la si lavora che determinano le scelte in cantina. Non è necessariamente vero che per apprezzare un vino naturale bisogna avere alle spalle chissà quale percorso di crescita sensoriale, così' come non è sempre vero che un vino naturale debba possedere sentori fuori dall'ordinario, non basta se è semplicemente buono ? Ci sono vini che seppur non siano per nulla ottenuti da filosofie di vinificazione ancestrali, mettono a dura prova anche i degustatori più esperti. Del tutto normale e direi per niente sensazionale come notizia se scopriamo che tanto più ci si allena tanto meno ci piacciono i gusti omologati e quindi per semplice voglia di nuovo ci innamoriamo anche di sentori nuovi, che non avevamo esplorato prima. Tali sentori nuovi comunque, non dipendono altro che dalle intenzioni del vignaiolo, almeno questo per la mia piccola esperienza di cantina. Insomma secondo me, indipendentemente dalla scuola di pensiero, se il gorgonzola non ti piace e per te puzza, poco importa come è stato fatto, ma se ti piace, allora vai a cercare non certo le puzze, ma la perfezione degli aromi e quella è riconoscibile a chiunque abbia buon gusto. Imho Ciao Paolo

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fabrizio pagliardi

circa 10 anni fa - Link

Per chi mastica vino, i prosecchi sui lieviti non filtrati non sono dagli aromi insoliti, come non sono insoliti i vini macerati sulle bucce (pinot grigio ramato in friuli ma anche i vini di qualche produttore ligure, per non parlare della Georgia), come non sono insoliti i vini in ossidazione controllata (i vin de paillè della jura, ma anche gli champagne), o i vini ridotti al momento dell'apertura che si aprono con l'ossigenazione (caratteristiche di vitigno o di lavorazione), o la volatile alta, o la coda di malolattica e conseguente leggera rifermentazione sia al livello tattile che aromatico . Tutto ciò non appartiene all'evoluzione del gusto portata dai vini naturali ma è bagaglio culturale. Sono gusti e profumi gia sentiti, ora estremizzati, cosa che a me ricorda molto quella brutta abitudine del passato di utilizzare in modo esagerato quelle piccole arcaiche botticelle che rendevano i vini bianchi migliori, ma poi abusandone li rendeva tutti uguali ed omologati.... a si!!... le barrique! ... non mi ricordavo :-) Se si descrivono queste come caratteristiche peculiari dei vini naturali, si fa disinformazione non cultura. Ognuna è caratteristica di molti vini naturali e convenzionali. In alcuni casi estremizzate. Per fare un esempio i vini macerati sulle bucce gli americani li chiamano "orange-wine", sono ormai considerati da una parte della stampa americana come una ulteriore tipologia di vino: bianco; rosso; rosato; "arancione". L'essere naturale o meno non conta, visto che ce ne sono prodotti in modo assolutamente convenzionale negli Stati uniti, e mi dicono anche di più in Nuova zelanda. In california c'è gia chi ha ordinato le anfore. Ma quest'impegno è finalizzato alla ricerca di qualcosa di diverso dalla gradazione alcolica e dal gusto oacky e fruity, da proporre, a un consumatore, con il palato abituato a farsi aggredire dal vino piuttosto che goderne. Se veramente volete far progredire il mondo dei vini naturali non dovete accettare gli estremismi. Se un vino bianco macerato sulle bucce, è andato oltre, ha bruciato il profilo aromatico ed è coperto da quel velo di fiori di camomilla che equivale nei vini anni novanta alla vaniglia e alle tostature del legno. Perde le tipicità territoriali e varietali. In un vino di questa tipologia fatto bene, il sauvignon è sauvignon e si riconosce, il moscato è moscato e si riconosce subito. Lo stesso dicasi per le ossidazioni controllate, che in realtà spesso tanto controllate non sono. Se la rifermentazione dopo un'ora è ancora nel bicchiere, il vino è da lavandino.. Se la volatile non accompagna il vino ma lo sovrasta...... ...................... Poi i gusti sono gusti

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Carlo Macchi

circa 10 anni fa - Link

Premessa: sono abbastanza vecchio e soprattutto vecchio di questo mestiere. Per questo sono uno dei tanti sfortunati che, intorno alla metà degli anni Ottanta faceva parte delle varie commissioni di degustazione dei vini biologici che allora erano di gran moda. Vi garantisco che la gamma di puzzi e difetti che ci mettevano sotto il naso era veramente imbarazzante. Il problema era che “erano biologici” e quindi non potevi buttarli semplicemente nel cesso, dovevi chiudere un occhio ed alla fine premiare il migliore, alias il meno peggio. Sempre la mia vecchiaia (lavorativa) mi ha portato anche ad emicranie clamorose assaggiando a maggio frotte di biancucci italiani assaliti da maree di solforosa, fatti da produttori che avevano scoperto da poco tempo i pregi della “moderna enologia”. La mia vecchiaia (sempre lavorativa) mi ha fatto vivere splendori e miserie di diverse denominazioni e soprattutto di tipologie enoiche. La barrique è stata come la mamma per i degustatori della mia generazione (con diverse giuste ragioni), mentre oggi è divenuta il demone da annientare (con diverse giuste ragioni). C’era un periodo in cui se non piantavi Cabernet e Merlot non potevi fare grandi vini, a cui è succeduto il periodo in cui se piantavi Cabernet e Merlot non potevi fare grandi vini. Gli autoctoni sono stati il faro per alcuni anni, salvo non capire (tra i produttori e non solo) cosa si intendesse per il termine autoctono. Mi fermo qui…. Inoltre vorrei cercare di comprendere se queste fasi (mode??) che si sono succedute nel brevissimo periodo di 25-30 anni siano avvenute anche nei più importanti paesi dove si produce e si consuma vino. Non credo di essere in errore se piazzo subito un NO a caratteri cubitali. La Francia ha digerito e metabolizzato in quasi due secoli i nostri ultimi 20-30 anni di storia. La Spagna sembra vicina ma dal punto di vista dell’informazione enoica è lontana anni luce. L’Australia e quasi tutto il nuovo mondo enologico si è sviluppato su concetti etico-qualitativi che non sono ne migliori ne peggiori dei nostri, sono solo diversi (e non chiedetemi quali sono perché ci vorrebbe un poderoso saggio per provare a spiegarli) . Si parla tanto di globalizzazione: le notizie globali sono però quelle portate nel mondo dai grandi media e ascoltate o lette da miliardi di persone. Il vino italiano non fa certo quel tipo di audience sui grandi network e tantomeno il modo del web italiano è solcato da milioni e milioni di lettori in ricerca di notizie “globali” sul vino italico. Insomma: anche se di lusso, (come la stragrande maggioranza del mondo del vino di qualità) siamo una provincia: di lusso, ma provincia. Il che vuol dire che viviamo una finta globalizzazione dove, accanto ad un Sassicaia conosciuto da diversi milioni di abitanti del globo fa riscontro l’impossibilità di molti di questi ad identificare su una carta dell’Italia la zona dove viene prodotto. Capisco: la globalizzazione porta con se il concetto di generalizzazione e di scarso approfondimento..ma questo è. Inoltre: per giustificare questo o quel tipo di vino si è spesso usato (oggi forse più di ieri) il termine di evoluzione del gusto. Attenzione: la tanto decantata (non in un decanter…) evoluzione del gusto dovrebbe in realtà essere un processo lento e complesso che, nella sua forma “velocemente ibrida” si chiama moda. La prima passa attraverso cambiamenti molto lenti della società, dei rapporti anche economici tra individui, per non parlare di cambi e variazioni climatiche. Tutto questo necessita di tempo, di anni, per non dire di molte decine d’anni. Il secondo invece è di una semplicità disarmante. Estremizzando: entri in un wine bar e chiedi “che c’è di nuovo? Cosa bevono tutti?”. Con queste premesse mi voglio approcciare alla discussione sui vini (cosiddetti) naturali. Inizio citando un bellissimo articolo di Maurizio Gily uscito sull’ultimo Porthos, in cui cerca di presentare i vari gruppi di produttori (cosiddetti) naturali. Articolo molto chiaro, preciso e profondo, pone un quesito grosso come una casa: fare vino (cosiddetto) naturale è un dogma di fede o un esercizio della ragione, della conoscenza e dell’esperienza? Faccio un esempio: è giusto che non usi un diserbante a basso dosaggio e per togliere l’erba faccia due lavorazioni consumando (ed inquinando) il doppio con il gasolio del trattore? Mi sembra che quando si disquisisce di vini (cosiddetti) naturali si cammini su un pericoloso crinale, quello che divide la fede e la ragione, il gusto personale (anche “evoluto” ) e la moda,il “particulare” Guicciardiniano di un determinato momento e la visione ampia e generale dello storico. Credo che nessuno in questa discussione (io tanto meno) abbia in mano il Sagro Graal della verità. Per questo mi permetto di dire che non si può affermare che i vini (cosiddetti) naturali non sono per dilettanti, per neofiti del gusto, perché nel frattempo questo “gusto” si è sviluppato,inoltrandosi in campi che solo i grandi esperti possono comprendere. In primo luogo perché quelle stesse parole sono state usate in passato per caricare di significati mode più o meno passeggere (la barrique, il cabernet, il non cabernet, il biologico etc) ma soprattutto perché non fa bene allo stesso settore, creando un muro mentale che moltissimi consumatori non supereranno mai, relegando cosi i (cosiddetti) naturali in un ghetto che potrebbe soffocarli una volta passata l’ennesima evoluzione del gusto. Inoltre non è giusto nei confronti di quei produttori che hanno sempre avuto davanti a loro l’idea che un ottimo o grande vino deve essere buono ora e meglio dopo anni. Il concetto di bevibilità, di piacevolezza di un vino non è un qualcosa che serve solo ai neofiti, ma una delle condizioni sine qua non del buon bere. Diciamo quindi che hanno questo e quel profumo, questa e quella caratteristica gustativa che possono piacere o meno, ma non arrocchiamoci sul concetto “Tanto tu non puoi capire adesso” perché facendo così si rischiano sonore musate. Riprendendo quanto accennato sopra vi ricordate quante volte, presentando (nel periodo di evoluzione del gusto che considerava la barrique il toccasana per ogni cosa) vini chiusi come ostriche è stato detto enfaticamente “ora certi aromi non si esprimono, il legno è dominante, ma tra qualche anno…” salvo risentirli dopo anni e trovarli o morti o allo stesso punto di prima. Comunque è anche sbagliato e non rispettoso del consumatore cercare di omologare il vino rincorrendo un “gusto” (ma quanti gusti ci sono??) facile, simile dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno. l’enologia copiativa non è corretta perché è nel concetto stesso di vino il dover essere diverso da un luogo all’altro. Insomma: produttori bravi, seri e onesti di buoni, ottimi vini fatti in maniera rispettosa ci sono in tutti e settori siano essi biodinamici o no, come al contrario esistono fior di farabutti che spacciano vini omologati per chicche particolari e puzze biodinamiche o biologiche per sentori unici del terroir. Oggi tutti parliamo di questi vini (cosiddetti ) naturali senza un necessaria prospettiva storica, che dovrebbe permetterci di inquadrarli per quello che sono, una sparuta minoranza (anche se significativa) tra i produttori di vino, che deve crescere e strutturarsi. Parlare solo di questi, prenderli come metro di paragone rischia di far inquadrare la mosca ma non il bufalo su cui è appoggiata. Sono il primo a dichiarare che “la sostenibilità” è un grande atout di un vino, che il rispetto del territorio è della natura è fondamentale, ma tutto questo può (e deve) essere discusso prima o dopo l’assaggio, non può essere il pilastro della degustazione stessa.

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filippo

circa 10 anni fa - Link

concordo in pieno con quanto esposto, ci farebbe bene rileggerlo per 2 o 3 mattine di fila....grazie.

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Niki Marsél

circa 10 anni fa - Link

L'evoluzione del gusto è un percorso individuale che ognuno copre in modo diverso. Andrea ha voluto probabilmente tracciare il proprio che capisco sebbene non sia aderente a quella che è la mia esperienza (soprattutto fuori dalla sfera enologica). Se ti ci ritrovi anche tu ... bene, altrimenti non credo che la sua intenzione fosse di proporre un modello necessariamente universale.

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Alessandra Rossi

circa 10 anni fa - Link

Interessanti gli ulteriori commenti. Un vino da uve biologiche straordinariamente elegante è il Morellino di Scansano della piccola (meno di 4 ha vitati) azienda maremmana Poggio al Toro. Ho litigato un paio di volte con sedicenti degustatori che non credevano fosse naturale per via dell'estrema raffinatezza. E menomale che la non esperta sono io... Sino a che ci sarà in giro certa ignoranza, questi argomenti possiamo continuare a discuterli tra noi, fa piacere, ma come tradurli ai consumatori e, ancor più importante, ad enotecari e ristoratori che poi sono il veicolo di collegamento?

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Roberto Giuliani

circa 10 anni fa - Link

L'esperienza sui vini (cosiddetti) naturali non la devono fare solo i produttori ma anche chi li beve. E ci vogliono anni e differenti condizioni di degustazione. Un vino (cosiddetto) naturale soffre più degli altri gli spostamenti, i cambi di temperatura, perché non è stabile. Per questa ragione è del tutto normale trovare vini che "puzzano" in una manifestazione. E' necessario farli riposare, magari mesi se non anni, per poi riassaggiarli e vedere se quelle "puzze" sono davvero un errore enologico o semplicemente effetto di uno scombussolamento del vino. "Puzze" che possiamo ritrovare anche in vini che non sono stati semplicemente filtrati né chiarificati né stabilizzati in alcun modo, senza essere per questo (cosiddetti) naturali. Io ho aperto dopo anni un "Nude" 2004 della Cantina Giardino, che non so se definire "naturale", ma sicuramente è un vino estremo, difficile, sperimentale. Quando lo assaggiai in cantina rimasi turbato, era squilibrato, con odori non proprio piacevoli e un gusto confuso, sebbene intrigante. Riassaggiato 4 anni dopo, ho scoperto un vino del tutto diverso, niente "puzze", un grande equilibrio, una intensità e complessità aromatiche stupende. Ecco, forse bisognerebbe essere meno precipitosi nel giudicare in modo categorico un vino, tanto più se è (cosiddetto) naturale, ovvero privo di quei sistemi enologici che lo stabilizzano e lo "purificano".

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Maurizio Gily

circa 10 anni fa - Link

definire "vini naturali", prego. E' difficile esprimersi su un concetto così vago. I consumatori esperti cercano più che in passato" l'impronta del terroir", Se poi la trovino, e se abbiano davvero i mezzi per cercarla, questo è un altro discorso, ma sicuramente le forzature omologanti tipo le tostature pesanti e i vitigni "Miglioratori" hanno stufato, questo si sa: anzi si cade ormai nell'eccesso opposto, i vini sanno tutti troppo di legno e di Merlot, anche quelli che non hanno mai visto nè l'uno nè l'altro... ma non parliamo dii evoluzione nel consumatore medio, con tutto il rispetto, dalle cose che dice, Scanzi il consumatore medio non l'ha mai incontrato.

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