Vinitaly 2018, a proposito di viticoltura eroica

Vinitaly 2018, a proposito di viticoltura eroica

di Jacopo Cossater

Vinitaly, terzo giorno: tra un assaggio al ViVit e una conferenza al Palaexpo (a proposito, avete letto il post con quelli preferiti della redazione?) mi sono fermato allo stand del Consorzio Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore per ascoltare alcune brevi testimonianze sul tema della viticoltura cosiddetta eroica. Termine questo che il sottoscritto ha sempre trovato un po’ spinoso, da prendere con le pinze e da utilizzare con moderazione a causa di un suo uso spesso troppo disinvolto, magari poco aderente alla realtà ma funzionale a una certa idea di storytelling del vino, se mi spiego.

L’occasione era una tavola rotonda organizzata dallo stesso Consorzio per parlarne e per capire se e quanto territori geograficamente molto lontani possano trovare terreno comune proprio nelle difficoltà legate a un certo tipo di coltivazione (spoiler: la risposta è sì). Protagonisti di questa breve chiacchierata Roberto Gaudio, presidente del CERVIM (Centro di Ricerca, Studi e Valorizzazione per la Viticoltura Montana), Mamete Prevostini del Consorzio per la Tutela dei Vini di Valtellina, Benedetto Renda di quello dei vini a DOC dell’Isola di Pantelleria e Innocente Nardi, presidente del Consorzio di Tutela del vino Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore. Come potete immaginare ognuno dei presenti ha portato la propria testimonianza relativamente ad aree in cui la coltivazione della vite presenta particolari difficoltà. Lo stesso CERVIM ha definito quelli che sono i criteri per definire la viticoltura come eroica:

  • una pendenza del terreno superiore al 30%
  • un’altitudine superiore ai 500 metri s.l.m.
  • un sistema viticolo che si sviluppa su terrazze e su gradoni
  • la viticoltura delle piccole isole

Un punto, quest’ultimo, che sottolinea quanto la viticoltura delle isole più piccole del Mediterraneo sia caratterizzata sia da difficoltà strutturali (salinità, impossibilità di meccanizzazione, etc.) che da un carattere di isolamento che può essere fattore penalizzante sotto il profilo della redditività aziendale. È su quest’ultimo punto che va poi focalizzata tutta la questione: esistono luoghi dove nonostante una grande vocazione e una sicura tradizione la viticoltura rischia di diventare attività antieconomica a causa dello straordinario numero di ore di lavoro richieste dalla vigna. Si è parlato di dati precisi: una viticoltura di collina, classica e senza particolari difficoltà dovute alle caratteristiche del terreno, non meccanizzata, può impegnare per un totale di circa 300 ore per ettaro annue. Un valore che in alcuni dei casi sopracitati può più che triplicare fino a sfiorare le 1.000 ore di lavoro per ettaro.

Incontro Vinitaly

Un dato che è facile immaginare soprattutto in Valtellina dove lungo tutto il versante retico, da est a ovest, ha particolare senso parlare di viticoltura eroica: basti pensare che dei circa 850 ettari vitati della denominazione la stragrande maggioranza presenta le difficoltà di cui sopra tra terrazzamenti (la quasi totalità del vigneto valtellinese), pendenze estreme e grandi altitudini. Oltre al fatto che le aziende il cui vigneto è superiore ai 3 ettari rappresentano appena l’1% del totale in un panorama più frammentato che mai, dove il 96% delle cantine può contare in meno di un ettaro di vigna.

Un tipo di viticoltura che è possibile trovare quasi speculare all’interno di quelle che sono conosciute come Le Rive del Conegliano Valdobbiadene. Un’area di circa 270 ettari che insieme a quella del Cartizze rappresenta il cuore non solo scenografico della DOCG. Le Rive – è con questo termine che la parlata locale identifica i versanti stessi delle colline – sono dei “cru” individuati per esaltare il legame della DOCG allo specifico territorio di origine, vigneti che mettono in evidenza il diverso carattere che ogni microzona è in grado di donare al vino. Colline particolarmente scoscese che richiamano quelle della Valtellina e delle altre zone più difficili della Penisola e non solo (si è per esempio tenuto qualche giorno fa alle Canarie il 6° congresso internazionale dedicato proprio alla viticoltura eroica).

Non è però solo una questione economica: “la viticoltura eroica è ben più di una pratica agricola -ha detto a Vinitaly Innocente Nardi – coltivare queste pendenze significa anche curare il paesaggio, disegnarlo e tutelarlo, infatti è la cura dell’uomo che riduce il rischio di smottamenti ed erosioni. Inoltre l’agricoltura in questi luoghi consente alle popolazioni locali di mantenere un legame con il territorio che diversamente rischierebbe lo spopolamento come accade a tante aree montane”.

[immagini: Consorzio di Tutela del vino Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore]

Jacopo Cossater

Comunicazione digitale ed e-commerce, è tutta una questione di vino, di birra e di trail running. Vive in Umbria, a Perugia, per motivi diversi ha un debole per NYC e per Stoccolma ma non potrebbe mai fare a meno dei ritmi dell'Italia Centrale. Su Intravino dal 2009.

8 Commenti

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Andrea R.

circa 3 settimane fa - Link

Nel caso specifico del prosecco, mi piacerebbe pensare un mondo dove il lavoro di persone eroiche non finisse dentro un'autoclave. Un mondo dove i grandi cru o rive si smarcassero dalle pianure promuovendo un vino di qualità nettamente superiore, di grande mineralita e allora si significativamente territoriale e degno di riconducimento alla provenienza. Un mondo di invecchiamento e non di banalizzazione, un mondo di lavoro e sacrificio venduto al giusto prezzo, ovvero più caro, in cui il giudizio finale fosse più ricco di riflessione e autenticità. Non sarebbe forse un mondo migliore? Perché questi meravigliosi pendii sono finiti nel calderone della DOC? Perché l'autoclave si è pappata tutto? Immaginate se tutti i produttori delle rive puntassero su metodi di vinificazione piu tradizionali di qualità che razza di meraviglia? Cioè, non piu una manciata di casi isolati, ma tanti e tanti buoni...ah...la provenienza...

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Carlo Padoin

circa 3 settimane fa - Link

Buongiorno Andrea, leggo le sue righe e le chiedo, senza polemiche, una cosa desidero chiedere; a parte che le Rive non fanno parte del Prosecco Doc ma appunto sono il simbolo della zona storica di Conegliano Valdobbiadene, non arrivo a capire il perché l'autoclave "si pappa tutto" e venga dipinta come un mostro. Ripeto: non voglio essere polemico o fare il leone da tastiera. Desidero capire. Carlo

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Andrea R.

circa 3 settimane fa - Link

Salve Carlo, so benissimo che le rive fanno parte della DOCG, ho voluto fare un commento personale solamente legato ad un mio gusto. Con il passare degli anni mi sono convinto che l'autoclave penalizzi la qualità delle uve di queste rive. Inoltre sottolineo che i numeri della DOCG stanno rapidamente scendendo ad 1/10 di quelli della DOC. Ed il rapporto si basa su un numero di bottiglie molto elevato. Ho solo immaginato un mondo migliore per un attimo. Idea soggettiva. La volontà del mio commento era: grande cru, grande vino.

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Carlo Padoin

circa 3 settimane fa - Link

....Magari scrivendole in Italiano sarebbe più facile capire! Perdoni la ripetizione iniziale. Carlo

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Carlo

circa 2 settimane fa - Link

Buongiorno Andrea, se si riferisce ad un suo gusto, sono convinto che non ci sia nulla di sbagliato o giusto in quanto appunto è personale, e quindi, unico e ripetibile solamente da lei. Questo è proprio uno degli aspetti meravigliosi di assaggiare qualsiasi vino o cibo: ognuno ha la propria opinione e nessuno sbaglia. Per quanto riguarda la rifermentazione in acciaio e non in bottiglia, alla luce delle caratteristiche fruttate e floreali proprie dell'uva Glera ( e delle varietà che hanno queste caratteristiche), per me il metodo di Martinotti, perfezionato anche da persone come Antonio Carpenè, è il migliore per valorizzare appunto le peculiarità stesse di queste uve. Starà poi a chi coltiva l'uva (e fa lo spumante) scegliere il vigneto più adatto ad ottenere uno spumante piuttosto che un altro e quindi poi avere armonia ed l'equilibrio in bottiglia ( e qui si gioca una partita fondamentale). Detto ciò, posto che gli zuccheri in più sono quelli che non servono ( se fosse questo il problema dell'autoclave) Chardonnay e Pinot Nero, come metodo classico, "allevati" tra Reims ed Epernay, hanno veramente pochissimi confronti a questo mondo. Ne segue quindi a mio avviso che, se la scelta è "produrre bottiglie", non centra più il metodo ma l'approccio di chi lo fa il vino. Quindi grande cru, grande vino, ma il metodo centra poco per me. Però bisognerebbe assaggiare insieme tante cose diverse e parlarne per sbrogliare la matassa!!! Per quanto riguarda i numeri, penso sia più la DOC a crescere in maniera considerevole, che la DOCG a calare. Grazie per il confronto, Carlo.

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Carlo

circa 2 settimane fa - Link

Per nulla. Solamente passione. Grazie invece!

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Andrea R

circa 2 settimane fa - Link

Suvvia Carlo non se la prenda.

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Carlo

circa 2 settimane fa - Link

Solamente passione! Tutto qui. Grazie invece !

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