I nostri assaggi rigorosamente sparsi e disordinati dal Vinitaly 2018

I nostri assaggi rigorosamente sparsi e disordinati dal Vinitaly 2018

di Redazione

Gewürztraminer Tenuta Dornach, di Patrick Uccelli, padiglione ViVit.
I vini aromatici non sono esattamente my pair of shoes, come amiamo dire noi del centro Italia. Però questo vino è stato l’assaggio memorabile dei giorni di fiera. Si tratta di una selezione di uve raccolte nel 2015, macerate per circa un mese, fermentato e affinato in acciaio e fatto riposare in bottiglia. Profumi tipici del gewürztraminer ma puliti dalla superfragranza da Lolita che caratterizza questo vino. In bocca il succo è potentissimo, largo e dall’acidità gradevolmente bilanciata. Non stanca, invita piuttosto a far finire il contenuto della bottiglia. Solo per appassionati del genere, in enoteca a 50 € circa.
Vorrei segnalare il Brunello di Montalcino San Lorenzo, Bramante Riserva 2006. Indimenticabile, ma se ne è parlato parecchio in Intravino perciò invito alla lettura del post. (Sara Boriosi)

Casa e Chiesa è un Merlot biodinamico fatto in lucchesia da Tenuta Lenzini. In una precedente vita mi è capitato di degustare tanti merlottoni dai 100€ in su. Per quanto mi riguarda Casa e Chiesa spxxxa il cxxo a tutti quanti, per profondità, carattere e compattezza. Ed esce di cantina ad un prezzo che è una vergogna da dire, ma basti sapere che è basso in modo ridicolo.
L’altro assaggio che mi ha messo di buonissimo umore è stato il canaiolo in purezza di Tenuta La Gigliola, fattoria che si trova vicino a Montespertoli, che fa tanto vino (non tutto per sè), ma che con questo Canaiolo ha trovato il verso di darti un “buongiorno finezza” che sa di merenda toscana con pane, cacio e “bona merde”. (Tommaso Ciuffoletti)

Due vini campani, anzi irpini: il Taurasi Riserva 2008 di Perillo ed il Fiano di Avellino 2016 di Rocca del Principe.
La piccola azienda di Castelfranci (5 ha) non è una novità; nel complesso panorama taurasino si colloca oramai da tempo ai vertici,
regalando di annata in annata, vini che si distinguono per complessità
e beva succosa, mai appesantita. Le durezze sono tenute a bada, più per
il lavoro su vigne vecchissime, parte delle quali a piede franco, che per interventi in una cantina più simile ad un box auto.
L’annata 2008 si conferma in Irpinia buona annata per i rossi; in particolare la riserva di Perillo si esprime con grande nitidezza di frutto, spiccate note saline, richiami terrosi brillanti – lontani da certe cupezze autunnali – ed in generale un equilibrio mirabile che rende la bevuta appagante, piena.
Se il Taurasi di Perillo primeggia in una denominazione capace di regalare in egual misura entusiasmo e frustrazione, il Fiano di Avellino di Rocca del Principe si distingue in un panorama stabilmente posizionato ai vertici del bianchismo nostrano. Non so dove si possa trovare altrettanta qualità in modo altrettanto diffuso. L’azienda di Ercole Zarrella e Aurelia Fabrizio partecipa a questo primato dal presidio di Lapio, il comune forse più rappresentativo della denominazione.
Impressiona la pulizia di questa bevuta. Se al naso è ancora tenue, di espressione giovanile, con una prevalenza di camomilla, fiori bianchi, fieno e pera, all’assaggio impressiona il senso di compiutezza, l’amalgama tra freschezza citrina, salinità e frutto, perfettamente solidali, a restituire oggi una bevuta prodigiosa, travolgente domani. (Giovanni Corazzol)

Come era ampiamente prevedibile sono bastate un paio d’ore di Vinitaly per deviare da quanto precedentemente messo in programma e lasciarsi trasportare dal solito flusso di assaggi sparsi a macchia di leopardo tra un po’ tutti i padiglioni. Che ci volete fare, è in questa casualità che mi sento per certi versi a casa. Giorno 1: il Piglio 2015 di Costa Graia era golosissimo, tutto freschezza e succo senza inutili sovrastrutture (ed è subito picnic, magari con annessa gita tra Roma e Frosinone). Giorno 2: il Barolo Bricco delle Viole 2014 di Vajra era ovviamente più snello del solito ma non per questo meno incisivo, piacevolmente ricco di dettagli, sfaccettato, profondo e appagante (sarà interessante seguirne l’evoluzione). Giorno 3: il Besmein Capolegh 2016 de Le Barbaterre mi è sembrato centratissimo, un Marzemino frizzante che sapeva di primavera e di occhiali da sole (e poi ero curiosissimo di tornare sui vini dopo il recente cambio di proprietà, la barra sembra perfettamente a dritta). Giorno 4: l’Epokale 2009 di Tramin era Gewürztraminer al tempo stesso profondo e cremoso, fresco e scattante, dolce ma non dolcissimo a favore di una sicura vocazione gastronomica (chissà se e quanto quello dei vini lasciati maturare in grotte d’altura sarà “trending topic” in Alto Adige nei prossimi anni). (Jacopo Cossater)

Una novità bio che farà storcere il naso a molti visto che a farlo è una grande maison ma il Lanson Champagne Green Label da uve biologiche in Champagne ha note squillanti verdi di lime e mandorle, nocciole, una piccantezza distintiva e un tono sorprendentemente dolce e seducente che prosegue in una bocca sapida croccante con una piacevolezza diversa e un punto di equilibrio alternativo rispetto allo stile della maison.
Nel nuovo e bellissimo padiglione Etna ci siamo sfidati assaggiando la batteria dei cru di Cornelissen e il Magma 2016 si è rivelato piccante, nervoso ed elettrico, con bocca dal tannino arcigno, pepato e lungo che non siamo in grado di pronosticare cosa diventerà ma di certo è sempre un bel monolite da affrontare in assaggio così giovane. Eccezionali, sempre sull’Etna, il nuovo vino di Federico Curtaz, Il Purgatorio e la nuova annata di N’Anticchia di Paolo Caciorgna, stabilmente nella top tre dei vini della montagna. Colpo di fulmine per il “nuovo” cru bianco di Tenuta di Fessina 2015 da un vigneto a Milo in contrada Caselle: solo acciaio e poi 3-4 anni di bottiglia , 1500 bottiglie dal gusto intenso di fumè, frutta brillante e carnosa, noccioline, senape e sale per un grande vino più Chassagne che Puligny. Nome e data di uscita ancora da definire ma fatevi trovare pronti. (Andrea Gori)

Due vini molto diversi, fatti in due terre molto lontane tra loro, da due donne con personalità forti e distintive, ma accomunati da vigne vecchie e tenaci, da terreni impervi e vocati, da vitigni autoctoni e quasi dimenticati.
Il primo è una bella sorpresa, scovata vagando al padiglione del VIVIT: Palmento Rosso 2016 – Vino di Anna, di Anna Martens, australiana, vignaiola di grande esperienza, innamoratasi dell’Etna al punto di trasferirsi nel 2008 per fare il vino del vulcano. 90% nerello mascalese e un mix di 2% nerello cappuccio, 3% alicante (grenache) e 5% varietà bianche autoctone come minella, catarratto e grecanico. Uve da vigne di 60-100 anni. 4 giorni di macerazione poi il mosto è trasferito in acciaio, legno non nuovo e qvevri georgiani. E’ un vino di una piacevolezza disarmante, succo d’uva e di frutti rossi fresco e beverino, senza artifizi, senza sovrastrutture, diretto come i vini di una volta, quasi naïf. Ne avrei bevuto un caratello!
Il secondo è una gran bella conferma: Rossese di Dolceacqua Superiore ‘Luvaira’ 2014, di Giovanna Maccario, sempre elegante e carismatica, come i suoi vini. Questo cru, da vigne centenarie e terrazzate, è un velluto di frutti rossi e spezie, avvolgente, invitante e sapido di sale marino in bocca, con tannini levigati e un finale lungo, di pepe bianco. (Alberto Muscolino)

Barolo Ciabot Tanasio 2013, Sobrero
Ultimo assaggio allo stand Sobrero, in area Vivit, punto più alto di una serie di degustazioni davvero interessanti. L’annata più che favorevole si riflette in un Barolo nato da 30 mesi di botte. Struttura in stato di grazia, né troppo robusta, né troppo esile. Un naso giocato sulla classica viola resa più incisiva da tenui incursioni balsamiche. Il tannino è perfettamente estratto, il frutto è colto nel momento della sua perfetta maturazione. Sullo sfondo, una sapidità che dà ricchezza e una spolverata di pepe nero. Decisamente persistente, quanto basta per accompagnarmi fuori dalla fiera fino alla stazione. (Graziano Nani)

Il Gobbo Nero 2015! Un syrah prodotto a Montaione in provincia di Firenze da Tenuta Moriniello che assume più le caratteristiche del territorio rispetto a quelle del vitigno. Pepe senza esagerare corpo articolato finale divertente, insomma simpatico!
Poi il Colorino 2015 Castello di Gabbiano perché hanno un senso anche i vitigni in purezza quando sono domati e messi in condizione di esprimersi. Floreale di Viola, fruttato di mora, erbaceo di alloro in un corpo poco banale.Infine ‘Nantropo 2016, ansonica passito del Giglio: già il nome mi intriga e mi riporta al piacere senza schematismo, alla voglia di godere al gusto primario della dolcezza misurata. (Leonardo Romanelli)

Ripensavo a quel che ha detto Angelo Gaja in questo filmato, pubblicato da Alessandro qualche giorno fa: in mancanza di denominazione, o di cru, che probabilmente in Italia non vedremo mai, il nome del produttore, come un sigillo aziendale, da solo ha valore. Per esempio quando Roberto di Cascina Boccaccio mi ha annunciato che il suo dolcetto ovadese “zero solfiti aggiunti”, nella vendemmia 2017, non sarebbe stato etichettato con la Doc Monferrato Dolcetto, io non mi sono crucciato. Che poi quel vino un nome ce l’aveva già, Celso Zero – e va bene, niente Doc sulla ’17, e allora? Sarà un caso, sarà fortuna (e non credo), ma quel rosso assaggiato a Vinitaly mi è sembrato semplicemente la miglior versione di sempre. Pieno di frutto, dritto e serrato, lungo, quasi importante – e meno male, che se no pareva solo fighetto. E invece ha tutto. Tranne la Doc, ma chi se ne accorge? Sui 12 euro in enoteca. (Fiorenzo Sartore)

Ci passo sempre da Valentina (Sanna), che solca le strade sterrate del pianeta per raccontare e vendere i vini, e da Luca (Rostagno), l’enologo e l’ideologo da un tempo sufficientemente largo per imporre al suo nome questo secondo descrittore, perché li conosco, perché conosco la “Matteo Correggia”, perché sono delle gran belle persone e perché producono dei gran bei vini. Per le stesse ragioni non ne parlo mai: sono le stesse motivazioni per le quali quando si dà per scontato qualcosa, lo si rende banalmente imperituro ed invariabile nel tempo. Porto, quindi, alla vostra attenzione l’Arneis docg 2017: buona acidità, che non tocca le vette tempestose di altri vini, apre immediatamente e in ottima armonia sia alle varianti aromatiche erbacee, ai fiori bianchi, alla zagara (fiore dell’arancio e del limone) che a quelle agrumate di cui la parte floreale ne è soltanto un preambolo. Nessuna progressione a balzi o a strattoni: un accenno di anice e di liquirizia chiudono un corredo aromatico in cui la fresca sapidità compendia, in piacevole grazia, le proporzioni fra le parti. Si allunga, infine, assai gustoso.

Silvo Spumante Brut Nature di Villa Persani. La base spumante di Souvignier Gris viene arricchita dal succo di uva come unica fonte aziendale di zucchero per la rifermentazione. E’ una della fasi migliori di Vinitaly, almeno per me: sei in fase di pieno cazzeggiamento spinto, quando decidi di sorbire nientepopodimeno che un souvignier gris base spumante arricchito con succo d’uva per la rifermentazione. La cosa divertente è che chiedi almeno sette volte di ripetere il nome del vitigno, per pura ignoranza, e poi scopri con altrettanta leggiadria che si tratta di un incrocio di uva ottenuto in Germania nel 1983 presso l’Istituto di Ricerca di Friburgo tra cabernet sauvignon x bronner. Tutte viti resistenti e anche bronner è figlio di genitori frikkettoni: vite vitis vinifera ed una vite resistente asiatica, la amurensis. Sarà il succo d’uva che attenua e slarga le acidità poderose e leggermente acerbe di questo vino, i suoi ritorni erbacei, manco a dire sapidi, ma mi sono sentito subito felicemente sdraiato davanti alla battigia in pieno e produttivo ozio marino. (Pietro Stara)

Su consiglio di un produttore ho praticamente occupato per mezz’ora la postazione di Strasserhof, cantina di Novacella per un giro di bianchi della Valle Isarco. Livello veramente alto in generale ma ho perso il cuore per un kerner 2017 da lacrime. Mi ha dato tanto: freschezza, pienezza, frutta a cesti e una bevibilità pericolosa. Non lo sposi un vino così?  Ho solo friendzonato, invece, il riesling 2017 tutto agrumi e zero idrocarburi. Buonissimo, per carità, ma non ci vivrei insieme. Seducente invece il grüner veltliner, vino che inviterei ad una cena sul mare. So già che non sarà vero amore ma, grazie a Dio, nella vita c’è anche il sesso. (Antonio Tomacelli)

Lambrusco Rifermentato in Bottiglia ‘Omaggio a Gino Friedmann’ Cantina di Sorbara
Succede che la seconda volta che affronto il Vinitaly, e dopo vari champagne, qualche barolo, una serie di amarone più varie ed eventuali io finisca sul lambrusco. Sarà perchè è il frutto di una terra che amo sempre di più, sarà perchè è inviso agli enofighetti più blasonati, finisce che mi fermo a pensare a quanto sia emozionante questa bollicina emiliana. E anche in questo caso parliamo di rifermentazione in bottiglia di un bellissimo sorbara che mostra il suo caratteristico rosa carico e trasparente. Elegante al naso e piacevolissimo in tutta l’esperienza successiva, difficile fermarsi finchè non si vede il fondo della bottiglia. Nota bene: l’etichetta color giallo paglia è il rifermentato in bottiglia mentre quella bianca è puro Martinotti. Con il primo non si sbaglia mai, con il secondo… nemmeno. Prosit. (Andrea Troiani)

 

2 Commenti

avatar

Luca Parodi

circa 6 mesi fa - Link

Complimenti per i soliti interessantissimi spunti, vorrei però chiedere, soprattutto a proposito dei bianchi dell Valle Isarco di Strasserhof (che anch'io ho assaggiato) ma non solo, come si possano degustare campioni 2017 spillati dalla botte o vini 2017 imbottigliati una settimana prima di Vinitaly ed apprezzarli. Io non ci riesco.

Rispondi
avatar

Antonio Tomacelli

circa 6 mesi fa - Link

Non erano campioni di botte, erano tutti imbottigliati. E buonissimi.

Rispondi

Commenta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.