Mistica del Collio

Mistica del Collio

di Alessandra Corda

Santuari

Del mio breve passaggio sul Collio ho tutto un album da sistemare. In una di quelle foto sono in piedi sul ciglio della provinciale a Lenzuolo Bianco, Oslavia. Osservo le anfore di Francesco (Joško) Gravner, come una pellegrina in un santuario. Mi indispone rivedere quell’immagine di me ora, eppure sono io. Anche io l’ho fatto il ricordino di viaggio. Ho pensato a quelle anfore come a un monumento, il torto peggiore che si possa fare a un liquido vivo come il vino. Il fatto è che quelle anfore sono più della memoria di ciò che hanno contenuto. In quel giardino anonimo trascendono il loro uso, diventano oggetti bellissimi che irrompono nella quotidianità. Capita anche questo quando si è rivoluzionari e insieme sovversivi come Gravner è stato: noi da enofili finiamo per rinforzare il mito oltre il calice, al limite del ridicolo. Sul Collio, nel suo spazio geografico curvo e contenuto, si celebra il vino in molte forme. In due giorni ne vivo solo alcune e molto distanti tra loro. Jermann, per esempio, nel suo castelletto neogotico, in cui abbiamo avuto il piacere di essere ospitati, dà vita a vini dall’inconfondibile pulizia formale. Una concezione di fare il vino come parte di un massimo sistema che tutto governa. Credo aziendale e teutonica disciplina produttiva. Ho i sensi intrisi di quei bianchi Stelvin-stellari, dove persino un timido riesling in purezza ha tutto di quella forma voluttuosa, composta e puntuale che i vini qui dentro hanno, dove è stata scritta molta della storia dei bianchi friulani importanti. Ne esco da quel fortino un po’ stonata, carica di simboli e stimoli che sono il riflesso della personalità eclettica di Silvio Jermann.

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Eremi

Ad aspettarci c’è un un vignaiolo che tiene i suoi tini in uno spazio in affitto, in attesa che la sua cantina sia pronta per accoglierli. Damijan Podversic ha bisogno di almeno venti, trenta minuti per sviluppare empatia, con me e con il resto del piccolo gruppo. Ma quando entra nel suo e inizia a spillare cose ancora in fieri, si apre un universo dove ancora una volta il racconto trascende il vino. Una narrazione, un po’ tecnica un po’ umana, difficile da conciliare con quell’atmosfera austera e umile. Sono le sue ribolle e le sue malvasie a dilatare lo spazio fisico e il tempo oggettivo. Per Gravner l’immaginario mi ha portato sul materiale (l’anfora). Qui accade l’inverso: è il materiale che conduce all’anima, a poco a poco, sorso dopo sorso, sputo dopo sputo, perché provo a restare lucida nonostante il disappunto di Podversic. Cosa ci tocca cosi in profondità dei suoi vini? Non quella purezza formale sentita in Jermann, non la sacra potenza una e trina di Joško (vitigno, anfora e macerazioni ataviche). I vini di Damijan sono lirici: il mistero più grande resta sempre la figura umana, con le sue contraddizioni ma capace di leggere la materia con pochi segni che esprimono calore, pienezza ed essenzialità al tempo stesso. Vini dotati di un ordine interno, profondo e definito.

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A scapigliarmi ci pensa Alex Klinec, dove il Collio si fa Brda. Passare un confine che è stato cortina con tale leggerezza non è solo questione fisica. I vini di Klinec non sono addomesticati da pratiche enologiche pesanti. Corrono liberi come puledri, intesi il più possibile con aderenza alle situazioni contingenti, come le annate o il prezioso corredo biotico con il quale le uve convivono sino alla loro maturazione. Ancora ribolle e malvasie, ma declinate con un tenore volutamente primordiale. Alex ci ospita nella sua locanda, che è anche una collezione permanente di arte contemporanea. Fra i tini e botti ovunque atti creativi umani e naturali, lieviti indigeni, muffe e tutto l’entourage di una cantina che è spazio vivant e familiare.

Gli assaggi fatti sul Collio, seppure in un panorama cosi eterogeneo sembrano tutte emanazioni di un dove che continua ad alimentare il nostro immaginario. Ritorno al paesaggio: Zegla è un piccolo cru, che con le sue pendenze ed esposizioni, traduce molto bene lo spirito del luogo. Non esprime particolare bellezza, ma è attraente ed iconica. Se si ascolta la ponca croccante sotto le suole, in mezzo ai filari nudi e invernali, si capisce molto della tenuta di certi bianchi macerativi, della loro commovente finezza.

Ricordini:
Jermann, Vintage Tunina, 2009: Sant’Opulenza dei longevi.
Damijan Podversic, Malvasia 2013: Oro, incenso e mirra
Klinec, Rebula, 2014: Fratello sole, sorella luna

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