La remise en forme dei vini della cantina Petra

La remise en forme dei vini della cantina Petra

di Sara Boriosi

Io non so che persona sarei oggi se non mi fossi piegata al cambiamento. Cercato o subìto, spesso necessario, a volte forzato, devo valutarmi per la persona che sono diventata – così lontana da come mi percepivo anni fa, nonostante l’indole sia rimasta la stessa – possibilmente con un po’ di tenerezza.

Possiamo non trovarci più nelle foto del passato, o non sentirci rappresentati da pensieri scritti in altre fasi del nostro percorso. Ma non possiamo rinnegare che in quelle immagini le persone ritratte siamo noi nonostante l’abbigliamento improbabile, e che quei pensieri siano stati prodotti dalla nostra testolina anche se dimostrano una certa ridondanza, o un compiacimento che ora ci imbarazza.

Pure Churchill sosteneva che non sempre cambiare equivale a migliorare, ma per migliorare bisogna cambiare. Ecco, me lo devo tenere bene in mente oggi che è domenica e mentre scrivo tento di dare una pulita poderosa all’appartamento dove vivo, perché a conti fatti qualcosa non mi torna.

Nel caso di Petra, la scenografica cantina adagiata in Val di Cornia, Alta Maremma, opera dell’ingegno dell’architetto Mario Botta e di proprietà della famiglia Moretti (per i meno preparati, suggerisco un bel giro nel sito del gruppo Terra Moretti), il cambio di corso è stato equilibrato, senza strappi.

Me ne sono resa conto di persona andando a visitare la cantina durante uno degli ultimi giorni di caldo post nucleare, il ricordo diluito di alcuni vecchi assaggi distratti, con un po’ di pregiudizi in tasca e la paura di ritrovare nel calice una complessità che non avrei saputo apprezzare a fondo, soprattutto per le condizioni climatiche tanto impegnative da farmi trasudare Vernidas. Come da manuale, ogni aspettativa è stata ribaltata dalla realtà dei fatti. Francesca Moretti, padrona di casa dalla freschezza invidiabile, ha scoperchiato la scatola dei ricordi permettendo di sbirciare dentro una storia di famiglia aperta al cambiamento e alla necessità fisiologica di rimettersi in gioco.

L’impressione che ne ho ricevuto è che Petra abbia una doppia anima, una speculare all’altra; a partire dall’architettura avveniristica che richiama un modello di casa padronale del futuro, che però si adagia con garbo sulla collina imprimendo un marchio riconoscibile a grande distanza, così per la produzione: 350.000 bottiglie circa che comprende sia la linea Petra che Belvento, ora in conversione bio, e una rivoluzione innescata dalla mano leggera dell’enologo Giuseppe Caviola che dal 2014 lavora con precisione, mantenendo l’identità di ogni etichetta ma migliorandone il contenuto.

Dai tre assaggi di Hebo 16, Potenti e Petra 14 accompagnati dalle uova di Paolo Parisi (noto per la cura e l’attenzione che ripone verso le amate galline livornesi, tale da far venire voglia di richiedere un affitto a canone agevolato presso i suoi pollai), si è capovolto il ricordo dei vini che avevo catalogato nel mio archivio di degustazione schedando le etichette sotto la voce: impegnativi. Al di là delle note degustative, alla portata del palato di tutti per la chiarezza espressiva delle varietà declinate al territorio (nota a margine: Petra, cabernet sauvignon in prevalenza e merlot, è buonissimo. Tutto succo di amarene e macchia mediterranea, pepe e aroma di tabacco, equilibrio senza piacioneria), i vini assaggiati hanno perso la solennità che ricordavo, in favore di un carattere che li restituisce al calice agili e scattanti. Un passo completamente diverso dalla partenza, dove a guadagnare è la beva più snella per una complessità inalterata. Vini slanciati, senza spalline, glitter e permanente.

Ora mi resta da capire come sia possibile che il mio cambiamento consista nella trasformazione da reginetta dei club di provincia in natural born housewife. Meglio non porsi troppe domande.

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Sara Boriosi

Da sempre vive come un’estranea nella provincia denuclearizzata, precisamente a Perugia. Bevitrice regressiva, inizia a interessarsi al vino seriamente dopo l’interruzione di una storia con il proprio cavallo. Beve per ricordare, e il suo cuore appartiene ai vini del Carso. Dotata di una vena grottesca con la quale osserva il mondo, più dei vini le piace scrivere delle persone che ci finiscono dentro; lo fa nel suo blog e pure per Intravino. Gestisce un'enoteca della sua città, e lo fa piena di sensi di colpa.

1 Commento

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GrazianoCHI

circa 3 settimane fa - Link

Tanto per citare uno “qualsiasi” come Charles Darwin che di evoluzioni se ne intendeva un tantino. Non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento. E così deve essere anche per il vino e chi lo produce. Tra 10 anni rileggeremo un’altra evoluzione (Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma) cit. Antoine-Laurent de Lavoisier PS. I sogghigni che mi faccio quando leggo provincia denuclearizzata.

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