La poesia sul vino è morta

La poesia sul vino è morta

di Emanuele Giannone

Ogni volta che trovate le parole “vino” e “poesia” costrette nella stessa frase, un poco di poesia muore.
Anzi, non coltiviamo più vane speranze: la poesia sul vino è morta. Almeno per quest’epoca.

Morta.

Per chi vuole credere che sia ancora viva, esiste sempre il Canone: quindi esistono provetti o maldestri imitatori, calligrafi, compilatori seriali, citazionisti paraculi – perché sono tutti bravi a fa’ i lirici cor ditirambo dell’artri.

Certo, ogni tanto ci si imbatte in un fievole ricordo della compianta, una bella metafora, un eloquio forbito; talvolta si ride a crepapelle per il paroliberismo parodistico di certi. Più spesso ancora, si legge in preda al raccapriccio la cronaca di figure retoriche orrendamente sfigurate.

Nessuno trascende, innova, crea.

Che palle.

Epitaphium in obitum poesis. La poesia sul vino è morta ma facciamo finta che no. Evviva il vino, evviva la poesia. Tutti giù a pescare nel Canone per trarne esercizi di maniera, orazioni e marce che si vorrebbero trionfali e risultano funebri, tutti giù col decespugliatore nella foresta di simboli. Il climax dell’aulico liquido si raggiunge con i vari, aristocratici epitaffi in exhaustam illustrissimam ampullam – ed è bello, io lo ignoravo, che i patrizi si dilettino oltremodo di poesia e pubblichino quotidianamente versi illustrati: ché, se il vino è poesia in bottiglia, allora più costosa è la bottiglia, più poetico è il vino, funziona così, giusto? Ed è bello che una variopinta moltitudine di lirici affermati, blogger affamati, signore d’una certa età con afflato poetico e fiato alcolico, stornellatori, rapper e parnassiani si ritrovino tutti insieme a condividere la commozione della poesia sul vino. E, più vasta la community di popolo poetico commosso condolente, più copiosi sgorgano i versi, gli oooh!, gli yo!, i deh!, gli yeah!, i selfie e le lacrime. Ognuno intinge il pennino nel Canone e declama. Ognuno suscita, in effetti, immediati moti dell’animo: applausi lacrime e likes a pioggia. Istantanei. Poi tutto passa e va, subito subito, mentre sale sul pulpito un nuovo oratore, dispiega compreso il proprio foglietto, o gonfia il petto per mandare trimetri giambici a memoria, o gonfia i seni perché si legga meglio la rima baciata-tatuata – una bella rima baciata di classe, una rima pomiciata contro la lotta di classe, fresca e fashion, daje, tipo osé/pas dosé, Hermitage/à-la-page, Monfortino/botulino, Georges Laval/fais-moi mal – e chi lo precedeva è già dimenticato. Applausi lacrime e likes spasmodici, tsunamici, balsamici, biodinamici. Applausi lacrime e per i vincitori anche libri su misura.

La selezione a colpi di vini poetici, pose, rime ardite, battaglie intertestuali, metafore originali, tecniche di Hokuto, Pindaro e photoshop è durissima, la ricerca di lirismi e ricercatezze e originalità è forsennata. I surclassati si ritirano e si accodano a uno degli aspiranti superpoeti portando in dote bacini e faccine. Restano i finalisti, posano insieme, postano un meme. Gli sguardi in tralice, brandendo il calice.

Insomma: la poesia sul vino è morta. Macché: la poesia del vino è viva e lotta insieme a noi. Insomma, il funerale della poesia sul vino ha il suo meme in qualcosa a metà tra il congresso dei giovani del PD e un talent show. Allegria. Peccato che i congressi dei giovani dei partiti di sinistra siano storicamente rotture di palle buoniste inconcludenti.

I talent invece no.

A un congresso dei giovani del PD trovereste a stento un candidato votabile. Il funerale-talent della poesia sul vino, invece, pullula di candidati. Secondo voi chi vince?

«E secondo lei chi vince?»

«Dice a me, Signo’?»

«Dico a lei, sennò che sta qui a fare?»

«E io che ne so? Sto a lavora’. So’ er beccamorto».

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

3 Commenti

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Nelle Nuvole

circa 4 mesi fa - Link

La poesia sul vino non è morta, ma è malata, oserei dire che è nata malata Anche la prosa sul vino medesimo non è che sia messa molto meglio, anch'ella non si sente tanto bene. Consoliamoci però e continuiamo a leggere, si impara a scrivere solo quando si impara sul serio a leggere. Per farlo, occorre indirizzarsi su letture che con il vino non hanno nulla a che fare, ma che sono qualcosa di ben scritto e ben raccontato. Dopodiché decidiamoci ad usare un linguaggio facile, comprensibile, lineare, anche breve. Senza paura di sembrare poveri di linguaggio, importano la qualità e le precisione delle parole, non la quantità.

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Emanuele

circa 4 mesi fa - Link

Words are very unnecessary They can only do harm.

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Andrea Jermol Groppi

circa 4 mesi fa - Link

E alla fine ritorni da Anacreonte. Credo sia così. Che dal giusto vino possa nascere poesia più che vino stesso poesia.

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