La Calabria tranquilla di Sergio Arcuri (e Marinetto miglior rosato di questo 2018?)

La Calabria tranquilla di Sergio Arcuri (e Marinetto miglior rosato di questo 2018?)

di Antonio Tomacelli

La cantina di Sergio Arcuri è in una palazzina anni ’70, nel centro di Cirò Marina. Nella traversa di via Roma il papà di Sergio costruì, annessa alla casa, una specie di garage molto grande a cui si accede suonando il citofono di mamma Lucia che, puntuale, appare sulla porta e alla terza parola ti ha già invitato a mangiare i peperoni imbottiti. Entri – a sinistra la casa, a destra la cantina – e la prima cosa che senti è il profumo di vino buono che volteggia tra la pigiatrice a mano e i cartoni accatastati dappertutto. Sergio ci fa sedere a un tavolino e recupera nel caos apparente, qualche bicchiere e tre bottiglie di vino.

Con calma, senza fretta.

Il fresco del garage-cantina è quello che ci vuole dopo una mattina passata tra le vigne di gaglioppo vicine al mare, infestate dalla liquirizia che, in Calabria, cresce spontanea e ingombrante. Oddio, forse “vicine al mare” non rende l’idea di una vigna che finisce dove inizia la sabbia e, dopo qualche metro, c’è un mare azzurro che ti leva gli occhi. Ho camminato tra i pampini mentre Sergio controllava il lavoro dell’innestatore e lo stato di maturazione dei grappoli mangiando qualche chicco.

A un certo punto affiora la domanda killer: cosa manca in questa porzione di paradiso governata con tanta cura? Qualcosa non mi torna, sto visitando le vigne di un produttore di vino ma non è la solita “visita al vigneto. È più una passeggiata sotto il sole, spizzicando l’uva e guardando il mare. Mangio anch’io qualche chicco di gaglioppo e trovo, fulminea la risposta: manca la fretta, l’orologio, il tempo. Sergio è tranquillo, per nulla frenetico o affannato. Lazy, direbbero gli americani, pigrizia operosa avrebbero detto i filosofi che, da queste parti, discutevano di uomini e del tempo.

Con la stessa lentezza/pigrizia, stiamo assaggiando i tre vini di Arcuri, tutti biologici, mentre mamma Lucia rinnova l’invito alla tavola.

È buono l’Aris Rosso Classico Superiore Cirò doc 2015, frutto scuro e potente che affonda lento in un mare di liquirizia e more e poi riemerge sulle note di amarena selvatica e aspra. 88

È molto buono il Più Vite Rosso Classico Superiore Riserva 2012 che profuma di origano, mirto e macchia mediterranea. In bocca è potente, ancora tannico, ma il frutto di more è tutto lì, nonostante gli anni, e in sottofondo il sale. 90

Ma il vino che lascia stupiti, quasi senza parole, è il Marinetto, un rosato Igp Calabria del 2017. È fresco, di pesca nettarina, fiori e limoni, una spremuta di Mediterraneo salato e acerbo. Non ha dolcezze e caramelle da offrire, lui è tannico, scontroso e calabrese, il massimo che può darvi è un’alzata di coppola e un brivido al cervello. 90

Miglior rosato di questo 2018? Sto decidendo mentre bevo l’ennesimo bicchiere. Con calma, senza fretta.

 

P.s.: sul tavolo c’era, tra le altre bottiglie, questa specie di chimera metà calabrese e metà piemontese. Il dio Bacco e la legge ci hanno messo una pezza e adesso, in Piemonte, devono accontentarsi del Barolo.

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Antonio Tomacelli

Designer, gaudente, editore, ma solo una di queste attività gli riesce davvero bene. Fonda nel 2009 con Massimo Bernardi il blog Dissapore e, un anno dopo, Intravino e Spigoloso. Lascia il gruppo editoriale portandosi dietro Intravino e un manipolo di eroici bevitori. Classico esempio di migrante che, nato a Torino, va a cercar fortuna al sud, in Puglia. E il bello è che la trova.

2 Commenti

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amadio ruggeri

circa 4 mesi fa - Link

Secondo me Sergio l'ha chiamato Marinetto in omaggio a F.T.Marinetti. E' infatti, in tutto e per tutto, un vino futurista. E comunque lo piazzo sul podio, tra i primi tre rosati della penisola.

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Nic Marsél

circa 4 mesi fa - Link

Già ce n'è poco, evitiamo di spargere troppo la voce ;-)

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