Io questo vino non l’ho capito

Io questo vino non l’ho capito

di Gianluca Rossetti

E poi accade di non capirlo, un vino.
Di questo si parla poco, quasi mai. Pubblicamente l’ho sentito dire forse mezza volta, o nessuna. “Proprio non lo inquadro, va per suo conto, che fastidio, sa un po’ di questo e un po’ di quello, ma poi di niente in particolare” oppure “Mi piace, non lo seguo, ma mi pare dica qualcosa, non subito forse. Va atteso”. Ammissioni off the record, ovviamente. Ora, levati i veli e le resistenze tutte, diciamoci pure che qui, nei paraggi, di bottiglie se ne stappano molte, frequentemente. C’è il bevitore preparato, poi quello istintivo, infine l’insensibile compulsivo: comunque un bestiario che l’epicondilite se l’è procurata col cavatappi. Mica bevitori della domenica. Ma – si ammetta! – non tutti i vini che beviamo si svelano per dichiararci amore eterno, né hanno sempre voglia di farsi titillare dal nostro endoscopio sommelieristico.

In sostanza ci sono vini che, come li guardi, ti fanno capire chiaramente che gli stai sul cazzo. Tipo certi gatti, cui ti avvicini illudendoti di saperne, venendone poi via incerottato in stile egizio.
Non so a voi, a me capita. Di rado ma capita. E ogni volta, oltre a capitare, urta e perplime.
Negli anni iniziali: un vino bianco coi frutti rossi (se non sbaglio un pinot nero vinificato in bianco di Cavallotto). Un rosato che pare un rosso (il primo Tauma bevuto mi lasciò di stucco. Poi son guarito…). Un rosso esangue, stretto e corto: “l’avranno diluito alla greca?”, ti domandi.

Quindi, col passare del tempo: gli ossidativi, i macerati, le anfore, i naturali e così via.
Ma son liste sempre opinabili, e tirate giù un tanto al chilo giusto per fare esempi.
Dubbi da neofita, direte. Ne convengo. La cosa buffa è quando ti accade da grande. Non nel senso che sei più bravo, ma più bolso. E con un terrificante gomito del tennista.
Al 31 dicembre dell’anno corrente la tua trecentosessantacinquesima bottiglia fa uno sberleffo, mezza piroetta e una pernacchia. Tu, come un diplomato al Classico davanti a una trasformata di Fourier, ti perdi.

Dovendo fare outing a tutti i costi, direi che oggi ho un serio problema d’intesa con i novelli. Immotivato, temo, visto che alcuni dei vini che bevo più volentieri, provenienti dalla Borgogna, sono figli anche di macerazione carbonica. Quindi il discrimine magari è altrove, forse in un mio pregiudizio.
Ma, scansando il tema spinoso della differenza tra semi-carbonica di un Morgon e carbonica “de noantri”, potrei farne comunque di esempi. Di bottiglie inizialmente del tutto incomprese e poi magari capite:

-Breg Anfora di Gravner
-Dall’isola di Joaquin
-Graticciaia di Vallone
etc, etc

Mi pare di ricordare, non so più dove né quando, che forse Fabio Rizzari ebbe modo di dire che un vino non può essere capito del tutto, che c’è un’alea, un margine incomprimibile che non si riesce a scandagliare. Lo trovo terrificante e meraviglioso: una materia che, per quanto 99 volte su 100 si presti alla vivisezione, una volta almeno ti respinge. Te e tutto il tuo armamentario di studi, letture, assaggi. E balorde certezze.
So che è assurdo da dire ma lo dico comunque: evviva!

13 Commenti

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Antonio Pedico

circa 2 mesi fa - Link

Ad oggi l'unico che mi lasciato molto perplesso è stato il Kurni.

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Rossano Ferrazzano

circa 2 mesi fa - Link

Non c'è più alcun dubbio, aveva ragione Nietzsche. Siamo tutti destinati all'eterno ritorno dell'uguale. Nella forma delle discussioni sul residuo zuccherino del Kurni.

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Mirko

circa 2 mesi fa - Link

Sui 4 grammi/litro, 45 di estratto secco. Legno nuovo. Diciamo che non è lo stile preferito da chi beve Bartolo Mascarello.

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Rossano Ferrazzano

circa 2 mesi fa - Link

L'estratto secco del Kurni varia, in alcuni anni è stato ben oltre i 4 grammi/litro. Quello che non varia è l'assoluta persistenza di questa discussione, su cui non c'è nulla da dire, ed è il motivo per cui ritorna sempre. In saecula saeculorum semper fidelis.

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Antonio Pedico

circa 2 mesi fa - Link

Le mie perplessità non riguardano la qualità del vino , ma piuttosto capire l'ipotetico acquirente a cui proporlo.

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Nelle Nuvole

circa 2 mesi fa - Link

C'è una differenza fra capire un vino e berlo con piacere. Negli anni ho conservato il mistero relativamente ad alcuni vini incomprensibili che però mi sono piaciuti molto. Perché? E che ne so, sarà stata l'occasione il/la/I/le complice/i di bevuta, sarà stata la primavera, o l'autunno, o il luogo o la mia situazione esistenziale, o il pregiudizio che quel vino dovesse PER FORZA piacermi, fatto sta che ho memoria di vini incomprensibili e tuttavia sgargarozzati. Come il Breg, che confesso di non aver mai capito e di aver presto abbandonato ogni volontà di comprenderlo, bevendolo e basta. Tanti altri vini comprensibilissimi e buoni si sono dissolti nei ricordi, mentre quelli ostici, antipatici, impenetrabili sono ben piantati nella memoria. D'altra parte lo stesso mi succede con gli umani, nella fattispecie i maschi, quindi nemmeno mi stupisco più di tanto.

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Lanegano

circa 2 mesi fa - Link

A me è capitato con diversi nebbiolo di Roddolo : il primo bevuto fu un'epifania, profumi incredibili, acidità perfetta, freschezza sublime, tannini di seta, persistenza da manuale. Tutti gli altri (ci ho riprovato testardamente otto o nove volte...) impenetrabili, imperscrutabili, immobili. Come se mi volessero respingere ! Il Breg di Gravner invece mi ha sempre regalato grandi emozioni. Con l'accortezza però di aprirlo 24 ore prima della cena e poi scaraffarlo due ore prima di andare a tavola....

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Stefano Cinelli Colombini

circa 2 mesi fa - Link

A volte capita di stare in compagnia (bere da solo è tristissimo, non lo faccio mai) e vedere i commensali ululare di gioia per qualcosa che non va giù. E allora penso: il re è nudo, o sono cretino? Poi rifletto e passo all'acqua, discutere è fatica e rovina la cena.

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Paolo Cianferoni

circa 2 mesi fa - Link

Se un vino si ricorda il giorno dopo is great. Se abbiamo avuto sensazioni is great. Se l’aspettativa è stata superiore alla bevuta is great lo stesso. Il vino è e deve dare emozioni. É per tutto questo che visitare le cantine, conoscere le storie, le persone, le tradizioni, i luoghi, i cibi connessi con quei vini, insomma tutto quel che NON è vino è la cultura e la soddisfazione di capire un vino anche tra mille difetti.

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L'ammiraglio ai portici

circa 2 mesi fa - Link

Bisognerebbe diffidare da quei vini che non sono mai pronti. " È troppo giovane" per giustificare un vino che è ancora chiuso a dieci anni dalla vendemmia, è autoconsolazione. Il passo successivo al non è ancora pronto è l'ossidazione.

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franco

circa 2 mesi fa - Link

applausi

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Aurora N

circa 2 mesi fa - Link

Qualche volta è capitato. Con qualche Barolo vecchio stile a forza di aspettare Godot è arrivata l'ossidazione. Ma non si può generalizzare. A parte il solito Monfortino, alcuni grandi rosso dopo 20/25 anni diventano veramente altra cosa e danno un senso al prezzo di costo. Mi spiace quasi doverlo ammetterlo, ma sto rivedendo il giudizio sui "Baroli moderni" Nel senso che a 15/20 anni dalla vendemmia mostrano una tenuta ed una freschezza che qualche fratello vecchio stile ha perso. Rimane come una stigmate la speziatura da Rovere nuovo ma quello è un altro discorso.

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Rossano Ferrazzano

circa 2 mesi fa - Link

Quello sarà un altro discorso, anche se in realtà la tenuta all'ossidazione di questi vini è strettamente correlata ai tannini e alle altre sostanze dilavate dal legno piccolo e nuovo, ma a mio parere è l'unico discorso che conta. A ben vedere non solo a mio parere, visto che la larghissima parte dei sostenitori dell'epoca per sostenere le obiezioni di chi indicava l'invadenza delle note del legno diceva che sarebbe stata solo questione di tempo, e che sul lungo invecchiamento le differenze con i vini di impostazione classica si sarebbero riassorbite fino a scomparire. E invece no, come era prevedibile, tanto che era stato previsto.

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