Intravino si fa domande: come si dovrebbe scrivere di vino?

Intravino si fa domande: come si dovrebbe scrivere di vino?

di Leonardo Romanelli

Ci sono discussioni che nascono per caso, quasi inaspettate, anche se languono da tempo ma sempre pronte ad esplodere. E la miccia l’ha accesa la nostra editor Sara, dopo un mese di lavoro affannato in enoteca: “Voglio al tornare al rigore AIS e al severo uso dell’abbastanza, che può essere piuma o può esse fèro a seconda della bottiglia. Voglio sapere di cosa profuma il vino e che sapore avrà in bocca, se l’annata è stata micidiale o storta. Se la mano del produttore è leggera o ci va con la roncola”.

Il primo pensiero è stato che la stanchezza gioca brutti effetti, con incubi paurosi che si possono manifestare all’improvviso: sentire parlare di “rigore AIS (ma che potrebbe essere ONAV, FISAR e SLOW FOOD, siamo aperti ad ogni associazione) proprio noi di Intravino? Se in redazione  arrivano mail di persone che vorrebbero scrivere alla nostra maniera, allora chi siamo? Già perché noi come scriviamo di vino? Ora che va di moda cercare di essere cervellotici, ermetici, poco comprensibili, lo siamo anche noi?

Parte così un esame di coscienza personale che poi magari si estenderà a tutta la crew, ma che vuole essere stimolante. Cosa cerca chi legge sul vino? Informazioni ed elementi di comprensione che gli permettano di decifrare meglio il contenuto della bottiglia, certo, ma tra una descrizione iper schematizzata che rende praticamente uguali tutti i vini e quella di chi sembra uscito da una seduta lisergica con Allen Ginsberg, può esistere la terza via? Tra l’odore di rosa purpurea del Cairo (che comporta perlomeno una cultura cinematografica legata al Woody Allen dei tempi migliori) e l’odore di viola e stop, non c’è modo di fare descrizioni possibili e comprensibili? L’esercizio di stile è spesso fatto, sia scritto che orale, per elevare la propria figura agli occhi del neofita assaggiatore o, al contrario, per gestire un incontenibile entusiasmo: ok, ma questo a chi e cosa serve? Il compito primo di un maestro è quello di insegnare, quello di chi scrive di divulgare, riusciamo a farlo?

Ho scritto un testo teatrale nel quale faccio molte citazioni legate alla degustazione dei vini ed alla fine della rappresentazione in tanti si complimentano per la mia fervida fantasia: spiegargli che è tutto vero li delude un po’, lo ammetto. Anche perché una lettura, sinceramente, deve divertire, non deve scassare, far sbuffare ed annoiare: non credo che il susseguirsi di borchie arrugginite, bauli che sanno di antico, brezza marina che si porta l’odore del riccio di mare incastonato sullo scoglio ed altre beltà facciano sognare la bevuta: anzi forse la respingono.

Certo anche noi abbiamo frasi che magari vanno in quel senso “pepato che echeggia”, “lo vedo servire a Plutarco come un immaginario panosmìon e pangeusìon per il Banchetto dei Sette Savi.” e potrei continuare, ma rimango convinto, forse perché insegnante da quasi quarant’anni, che non c’è più grande soddisfazione che rendere edotti gli altri.

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Leonardo Romanelli

“Una vita con le gambe sotto al tavolo”: critico gastronomico in pianta stabile, lascia una promettente carriera di marciatore per darsi all’enogastronomia in tutte le sfaccettature. Insegnante alla scuola alberghiera e all’università, sommelier, scrittore, commediografo, attore, si diletta nell’organizzazione di eventi gastronomici. Mescolare i generi fino a confonderli è lo sport che preferisce.

39 Commenti

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Emanuele

circa 3 mesi fa - Link

Ma vuoi mettere quant'è più divertente un partito pieno di correnti e dialetti rispetto a un monolitico rassemblement che marcia compatto dietro a un vocione unico e linguisticamente corretto?

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vinogodi

circa 3 mesi fa - Link

... arrivo al punto: si scrive di vino come appunto di un diario intimista ed autobiografico che servirà solo come ricordo fuggevole di un momento , oppure per farsi leggere , per comunicare qualcosa, creare una liaison con un fruitore dello scritto ? E nel secondo caso, sarà per spirito di servizio o per condivisione? ... nel secondo caso sarà , per naturale conseguenza, chi legge ad indirizzare il nostro modo di scrivere , pena non esser letto da nessuno o essere ferocemente criticati. Una modulazione dello stile che il tempo affina. PS: nel primo caso, lo stile mi sembra irrilevante , salvo non lo debbano leggere i posteri ... PPS: porre regole di comunicazione è una sciocchezza e , soprattutto , antidemocratico . Le baggianate autoreferenziali tipo " sentori di androceo della Tiliacea dell'Amazzonia" si rendono ridicole senza bisogno di limitazione alcuna...

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Emanuele

circa 3 mesi fa - Link

Solo una riserva sul PPS, ché tutto il resto mi pare giusto: due regolette due, secondo me, le si potrebbe porre. E sarebbero queste, tanto semplici, quanto sovente disattese: 1) non offendere; 2) non copiare. La terza possibile è già parte del PPS ed è più che altro una Legge, quella che gli Antichi avrebbero descritto così: perculatus erit, qui speciem et pompam percolaverit.

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Massimiliano

circa 3 mesi fa - Link

Ma non credo che uno stile di scrittura debba essere indirizzato dal fruitore o lettore "pena non esser letto da nessuno o essere ferocemente criticati". Mai sentito parlare dell'Ulisse di Joyce? Ora senza entrare in discorsi alieni al punto di partenza, penso piuttosto che lo stile debba essere multiforme, cangiante, un Giano bifronte che possa guardare a chi nel vino ricerchi una narrazione, storie, persone, un vissuto che magari dirà poco, o forse no, del tipo di impianto praticato, dei tannini presenti o della topologia di lieviti usati ma che, a mio modesto avviso, possa allargare la visuale, stimolare connessioni, tradurre un discorso sul/del vino in forme di narrazioni nuove e originali. Io personalmente comincio a provare fastidio all'ennesima scheda di degustazione copia/incolla, all'articoletto svuotato di significato, alle gerarchiche descrizioni sempreuguali. Leonardo scrive che un testo, una lettura deve divertire...non mi trovo pienamente d'accordo. Una lettura dovrebbe anche innescare curiosità, accendere una luce in chi legge, magari fare pensare e perché no? incazzare anche. Se si da uno sguardo a cosa si scrive Oltreoceano, agli esperimenti giornalistici nati intorno al vino e non solo ci si accorge, salvo rare eccezioni, dell'aridità del panorama nostrano. E non si tratta del solito discorso "gli americani lo fanno meglio o hanno più risorse" ma anche di coraggio, di voglia di sperimentare, di uscire dal proprio orticello ed esplorare contrade sconosciute. Credo che sia giunta l'ora di uscire dallo steccato dei sentori a tutti i costi, dell'abbastanza acido, e provare a raggiungere nuovi orizzonti.

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vinogodi

circa 3 mesi fa - Link

...a cosa serve descrivere un vino ? Trasmettere sensazioni od emozioni , far leva sulla capacità di astrazione ponendo delle similitudini, per fare in modo che chi legge " sia con noi nel bicchiere bevuto" . Mica facile . Uno stile di scrittura può avvicinare o allontanare (o infastidire) chi legge . Ripeto, dipende dall'obiettivo da raggiungere con il proprio scritto e , perché no, da un target nella mente di chi scrive , anche , se poi, non coinciderà con la realtà di chi legge . Una cosa è certa : chi scrive di vino non deve farlo con spirito onanistico di autocompiacersi , altrimenti fallisce in partenza lo spirito di condivisione...

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Davide Bassani

circa 3 mesi fa - Link

Pienamente d'accordo. Ok la rigidità, ma se si finisce col "menarsela" troppo, per me, è sempre un rischio.

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GIAMPIERO PEZZUTI

circa 3 mesi fa - Link

Appunto, lo spirito onanistico che chi scrive di vino difficilmente sa evitare. Le funzioni essenziali sono assolte da chi il vino lo produce e da chi lo vende. Tertium non datur. Il bla bla autocelebrativo ,scritto o orale, reca soltanto danni al mondo del vino,con i suoi lessici iniziatici ,capaci solo di tenere lontani i profani intimiditi. In Italia ci si masturba con linguaggi esoterici, per poi andare all estero a cercare poche chiacchiere e fatture pagate. Quelli che scrivono di vino al di fuori dei soliti ,e non solo enologici, recinti conformisti sono pochissimi, e gli altri sono del tutto inutili.

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Letizia

circa 1 mese fa - Link

Condivido in pieno, chi scrive di vino deve trasmettere ciò che prova dall'incontro con il bicchiere, emozioni, sensazioni, piacevolezza, tanto più lineari e dirette, tanto più arrivano immediatamente senza rischiare di incesparsi nei fronzoli o nelle frivolezze di aggettivi, comparazioni, analogie fantasiose spesso forzatamente pertinenti per il gusto dell'essere a tutti i costi originale perdendo di vista l'obiettivo principale. E qui nasce una domanda, qual'è l'obiettivo principale? Comunicare per condividere emozioni o l'autoreferenziarsi??

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Denis Mazzucato

circa 3 mesi fa - Link

Bisogna togliere il superfluo, che ce n'è sempre troppo, imho. Via tutti gli "abbastanza" se non dicono qualcosa. Via tutti i sentori dal sesto in su, che almeno nel 95% dei casi fanno solo confusione. Quando hai scritto 3 frutti rossi, il quarto, a che serve? Scegliere una o due caratteristiche che si scriverebbero in un'etichetta 4cm x 2cm e che farebbero ricordare quel vino tra un anno, e sottolinearle. Se poi uno è bravo e aggiunge un po' di poesia, ben venga, ma deve essere uno strumento per rendere più piacevole la lettura, non il contrario. Ascoltarsi Selling England By The Pound e uno degli ultimi dei Dream Theater per un chiaro esempio... :)

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Stefano Cinelli Colombini

circa 3 mesi fa - Link

Ho raccontato il vino per lavoro per tutta la vita a persone di ogni colore, nazione e classe sociale. Ho visto farlo ai bravi e ai tantissimi banali, e ti devo dire che a quasi nessun cliente interessa il decimale di alcol, i grammi di solfiti, il color rosso rubino, l'odore di viola o di cavallo sudato. Vogliono essere affascinati. Ogni vino, produttore o territorio genera emozioni e questo è ciò che vogliono sentire. Se parli di una vendemmia anticipata, devi far sì che la sentano nel vino. Se parli di Toscana devi farla essere lì, nel vino. Se parli di biologico, di territorio o di quello che cavolo vuoi, devi usare le tue parole perché chi è di fronte a te provi una sensazione unica. Non è seduzione, ma quasi. Con il bicchiere in mano è più facile, ma in fondo anche con la penna è la stessa cosa.

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Stefano Cinelli Colombini

circa 3 mesi fa - Link

Ha, dimenticavo, parlare di vino è comunicare sensazioni. Se chi ti ascolta non le prova, hai fallito. Per cui scordati l'Ulisse di Joyce e simili masturbazioni mentali, pensa alla primavera del Botticelli (che solo chi è cieco o bestia non apprezza) e fai godere chi ti legge.

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C.A.

circa 3 mesi fa - Link

Da lettore e da appassionato, preferisco la freddezza analitica. È il modo più diretto per trasmettere quello che un vino rappresenta. A me interessa l'esposizione del vigneto, il suolo, l'estratto secco, il lavoro in cantina ecc. Personalmente, non sopporto un certo giornalismo intimista, cioè un modo di usare l'argomento vino per parlare di se' o delle proprie esperienze. Meglio la freddezza di una scheda tecnica che l'atteggiarsi a giornalista di qualcuno/a

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Sisto

circa 3 mesi fa - Link

Interessante, lei parla della sfida che (umilmente) sto cercando di affrontare. Però, in alcuni contesti è veramente difficile, Le racconto un fatterello personale, recentissimo. La titolare dell'asilo nido di mia figlia, sapendo della mia passione, mi ha chiesto di tenere una serata ai genitori dei bambini, di passaggio del vino (per assaggio intendo, assaggiare 4 tipologie di vino e dire 2 parole in croce). Prima di cominciare ho fatto la domanda di rito per capire il livello: per tutti, il vino top è quello della domenica a pranzo, 7 € all'Esselunga. Ecco, io avrei voluto riprendere quelle facce e mostrarvele, o metterci il Gori e vedere cosa avrebbe fatto: quella più espressiva aveva le sembianze della mia quando mi parlano delle chiamate Java v. 14.5 delle applet su sistemi PLC embedded...

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Massimiliano

circa 3 mesi fa - Link

Ma credo che chi usi l'"argomento vino" per parlare di sé abbia sbagliato mestiere o comunque smarrito il fine ultimo dello scrivere di vino. Il vino, ribadisco, dovrebbe essere il megafono con cui si fa parlare un territorio, una tradizione e un'identità che quel territorio dovrebbe esprimere attraverso quello che si versa nel bicchiere. Allo stesso tempo non credo nell'inutilità di una scheda tecnica ma appunto dovrebbe servire ai tecnici. Il racconto è altro.

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C.A.

circa 3 mesi fa - Link

Se ci si rivolge al turista del vino, all'occasionale, va bene la poesia, la suggestione ecc. Se si vuole parlare ad un pubblico di appassionati e di operatori, non si può prescindere dall'elemento analitico. Sapere se un grande rosso viene da un terreno sabbioso o con grande prevalenza di calcare, la resa /ha, la parcella all'interno del cru, il tipo di legno usato, grande, piccolo, nuovo o usato, perfino chi conoscere il nome dell'enologo ecc, equivale ad avere un bagaglio di informazioni che aiutano a capire quello che si ha nel bicchiere. Preferisco la freddezza oggettiva di una scheda tecnica(per quanto arbitraria possa essere), al resoconto soggettivo del proprio racconto di viaggio, visita in cantina, al ristorante stellato ecc. Rapportato ad intravino, vuol dire che leggo con più attenzione gli articoli di Gori, rispetto ai resoconti intimisti di qualcuno altro/a. Essendo un format corale, il punto di forza è quello di riuscire a mettere assieme i due aspetti. Il mio sommesso parere è più tecnicità, più dettagli, meno 'turisti per caso'

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Alessandro Morichetti

circa 3 mesi fa - Link

Tolti i diari privati, si scrive per comunicare qualcosa a qualcuno e fargli capire che cosa vuoi dire: il "come" dipende dai mezzi che hai più che dagli assunti generali.

Su un vino specifico, serve far capire che caratteristiche ha, se ti è piaciuto e perché: 1 senza 2 senza 3 manca di qualcosa. Ed è frequentissimo che manchi. Spesso perché non si è capaci.

Il linguaggio denotativo va benissimo ma talvolta è freddo e asettico (e se stai descrivendo la madonna nera che magari costa un botto forse uno sforzo in più sarebbe gradito).

Il linguaggio connotativo-emozionale è mooolto più rischioso perché devi conoscere la grammatica per avventurarti nella poesia: evitando il FREQUENTISSIMO sfoggio di parole ricercate e fini a se stesse: in cui non si capisce né come è il vino né se ti è piaciuto ma solo che stavi sbronzo.

Certo, è molto british scrivere "Ampio, armonico, profondo, vellutato, immortale, 1.000 euro": e grazie al cazzo non ce lo metti? Ma lì siamo nell'editoria iperspecializzata e a Broadbent basta scrivere quello per farsi capire da chi deve capire.

Ho appena scritto ad un amico di un vino che sto bevendo: "Profuma di macedonia di frutta (melone cocomero prugne) cioccolato e quelle speziette della minchia che ricordano il Pinot. A me incanta perché il 99% dei vini con questi dati analitici (15% vol. 30g/l estratto) non li strozzi, questo è una maggiorata con la grazia di una ballerina". E credo che in buona misura si capisca.

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Nelle Nuvole

circa 3 mesi fa - Link

Se scrivi una scheda tecnica relativa ad un vino in particolare per un profilo aziendale scrivi in modo razionale, breve conciso e preciso. Se scrivi per un post su di un blog specializzato scrivi in modo razionale, conciso e preciso. Se scrivi un testo che poi reciter..., ehm, esporrai davanti ad una platea di appassionati scrivi in modo razionale, conciso e preciso. Quello che cambia possono essere le parole, ma lo stile per colpire ed essere ricordato deve rimanere così: razionale nel senso che esprime qualcosa di facile comprensione con un inizio, uno svolgimento ed un finale. Conciso perché meno ci si perde in voli pindarici e meglio è. Preciso perché vanno utilizzati termini che significano proprio quel che vuoi trasmettere non solo per te ma per la maggioranza di coloro che tu immagini siano i lettori/ascoltatori. Spero di essere stata abbastanza razionale, concisa e precisa.

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marcow

circa 3 mesi fa - Link

Condivido l'opinione di Nelle Nuvole. Secondo me vale anche per molti altri ambiti. Aggiungo qualche personale considerazione. Il lettore deve "sentire" che chi scrive è dalla parte del cliente, del consumatore. Che non è uno strumento del marketing. Ora questa sensazione è sempre più difficile sperimentarla i Italia. Voglio dire che non è soltanto una questione di stile. Penso che lo stile, qualunque sia, debba far trasparire L'INDIPENDENZA di chi scrive.

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SALVATORE AGUSTA

circa 3 mesi fa - Link

Riflettiamo un po'. Quando leggo di vino in contributi di lingua inglese, spesso trovo una sorta di appiattimento comunicativo. Danno l'idea che un certo vino valga la pena di essere provato ma non trasmettono particolare emozione, direi autentica emozione. Tuttavia riescono a comunicare il dato informativo in maniera ineccepibile. Se voglio documentarmi, pertanto scelgo un articolo di stampo anglosassone. Quando leggo di vino in italiano sento la superbia dello scrittore. Sento una sorta di messaggio subliminale - io ho capito tutto e tu o mi segui o sei uno sfigato. Ed allora giù ad abbondare di termini e paragoni che pochi hanno sentito o possono comprendere. Questa forma di cerchio privato al quale possono accedere solo pochi eletti è, a mio parere, controproducente. Esprimere emozioni è il fine? NO NON LO È. Il fine, se proprio dobbiamo, starebbe nel CONDIVIDERE EMOZIONI. Dunque, appare più che evidente la necessità di diversificare il messaggio. Per un verso, guardare al vino come prodotto e descriverlo per quello che è. Poi, condividere le emozioni, gli stimoli e i messaggi sottili che lo stesso ci ha regalato, senza però illudere il lettore che potrà o dovrà percepirli allo stesso modo, poiché il vino è e rimane una esperienza sensoriale e va declina secondo i sensi di chi lo incontra.

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L'ammiraglio ai portici

circa 3 mesi fa - Link

Ben vengano stili diversi e coralità. Anche io ho trovato che alcuni articoli avessero il sapore di una cronaca di viaggio da enogastronomo errante, piuttosto che essere il resoconto di iun esperto che ne sa più di me e vuole arricchirmi con la sua esperienza. Il racconto della cena tra amici, o l itinerario di viaggio possono apparire poco consoni ma suvvia pazienza. Basta aspettare l'articolo successivo

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Ale

circa 3 mesi fa - Link

L'importante è che ci si ricordi sempre che quando si vuole comunicare ad un pubblico vario l'esercizio di stile/supercazzola/pippamentale sono il Male.

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Lanegano

circa 3 mesi fa - Link

Io, umilmente, se leggo di un vino ho a cuore alcune informazioni per me capitali : lieviti comperi o indigeni, conduzione della vigna (schifezze o meno), vitigno, terroir e magari andamento dell'annata. La solfitazione se bassa è meglio ma preferisco le info di cui sopra, mi paiono più rivelanti e rassicuranti. Poi, ovviamente, mi piace assai sapere se il tal vino ha suscitato emozioni nello scrivente pur sapendo che possono essere influenzate dal contesto (quando bevo un Cannonau, peraltro buono in assoluto, prodotto da un amico sardo e sono seduto con lui in vigna ad Orgosolo al tramonto di metà settembre quel vino è inevitabilmente più emozionante di quando lo riassaggio in Pianura Padana durante il bigio inverno...). Nel tempo si impara anche , in base ai propri gusti, a 'fidarsi' o meno di chi decanta i liquidi odorosi. Ecco, azzarderei che per chi scrive di vino avere una piccola cerchia di 'fedeli' che gli attestano serietà sia un buon punto di arrivo (o di partenza, fate vobis). Cordialità.

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vinogodi

circa 3 mesi fa - Link

... Dipende dal momento : oggi ( proprio oggi mercoledì 8 Gennaio ... domani 9 Gennaio , magari, mi sveglio pensandola diversamente ) preferisco una descrizione emozionale ad una tecnica . Che trasmetta sensazioni . La scheda tecnica è solo un corollario ( o compendio) , un qualcosa che in un secondo tempo ti fa capire del perché hai avuto quelle sensazioni, supportandone o negandone le aspettative concettuali . Preferisco, sempre in questo momento , la descrizione della guida di una 500 Abarth , nervosa ed emozionante, rispetto a quella di una Rolls Royce ovattata e tranquilla , anche se arriva a 250 all'ora come velocità massima...

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Sisto

circa 3 mesi fa - Link

Interessante titolo, quindi partecipo. 1) Molti, quando scrivono (o parlano di vino) enfatizzano eccessivamente la parte olfattiva, tralasciando quella gustativa: sapori?, aromi?, retro-olfatto?, tannini?, etanolo?, corpo?, livello di sfericità?, persistenza?, intensità?, qualità? 2) Insopportabili quelli che esagerano con vini di alto livello e sono invece banali e spesso incapaci con quelli ordinari (a volte, fanno il contrario e, quando c'è il produttore presente oppure l'uditorio è "qualificato", inventano in maniera ridicola), idem nello scritto 3) Noto che in questo sito si parla quasi esclusivamente di Ais e in generale delle associazioni di Sommellerie (per me quella più qualitativa è ASPI del grande Vaccarini). Mi permetto di ricordare, per quelli che vorrebbero scrivere o parlare di vino in termini asciutti, condivisi, esaustivi e comprensibili, che esiste la metodologia OIV, l'unica internazionale, riconosciuta legalmente e normata, in Italia usata da ONAV, i concorsi ufficiali, gli organismi di controllo, i laboratori di prova e analisi sensoriale, i centri di ricerca, la scuola, l'università, etc.

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vinogodi

circa 3 mesi fa - Link

...mi perplimo , quasi un attentato alla mia pur scarsa propensione allo scrivere codificato, quando si vogliano mettere paletti alla espressione personale . Pur aderendo al concetto dello sforzarsi di scrivere in un italiano corretto, perché mai fissare regole di comunicazione su un argomento , quello della descrizione di un vino, che è tutt'altro che oggettivo? Ognuno ci metta del suo , per catturare l'interesse di chi legge , anche se non è il fine ultimo , appunto , di chi scrive. Perdonami , Sisto , ma dell'esistenza di una metodologia descrittiva "ufficiale" oppure ufficiosa , me ne può fregar di meno , detto da un iscritto AIS da tempo immemore (con tutti e tre livelli , inutili, superati brillantemente oltre vent'anni fa) : non essendo "camerieri specializzati alla mescita" ma , in fondo, narratori di astratto, più si è chiari , divertenti e articolati, più si legge con piacere , al di là della nota informativa arida da banner di E- commerce...

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Sisto

circa 3 mesi fa - Link

@ vinogodi Sto facendo un master di analisi sensoriale (quella certa materia scientifica, insegnata all'università, codificata in N norme ISO, etc.): alla prima lezione, il direttore del master (un tizio che, tra le altre cose, fa il presidente dei concorsi per abilitare professori ordinari e associati di analisi sensoriale, psicofisica e altre faccende del genere), ci ha detto: "chi tra voi (tutti) ha già fatto qualche corso di "degustazione" (parola pronunciata con faccia orripilata), specie quelli sul vino e di questi specie quelli dei sommelier di qualsiasi etichetta), dimentichi tutto, perché quello è il regno della soggettività e soprattutto del giudizio monocratico-per definizione-fallace, noi facciamo scienza, cioè evidenza oggettiva, misurabile, ripetibile e riproducibile". Abbia pazienza: nella poesia e nell'arte la soggettività mi sta bene, quando si fa descrizione e valutazione di un prodotto, no.

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Vinogodi

circa 3 mesi fa - Link

...curiosita': che mestiere fai e che mestiere pensi io faccia? Ti assicuro, non è per un concetto " non sai con chi stai parlando" ma proprio perché questo è funzionale a quanto hai affermato ( ho ha affermato il docente), similmente a quando disquisisco in consessi pubblici di "Triangolo del benessere" a seconda che l' interlocutore sia il medico sportivo, il genetista o il nutrizionista...

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Massimiliano

circa 3 mesi fa - Link

Credo che si sia smarrita la consapevolezza che il vino è si un prodotto ma, anche e soprattutto, di natura culturale. Poi ben venga l'analisi sensoriale, misurabile, valutabile e compagnia cantante, ma non scordiamoci, lo ribadisco, la dimensione culturale di un vino... dimensione che presuppone appunto un bagaglio di conoscenze, abitudini, riti, pratiche e metodi che differiscono da un luogo all'altro, che mutano attraverso gli anni, che si imbastardiscono attraverso contatti, persone e identità differenti. Non riesco ad immaginare la piattezza di un vino scrutato unicamente attraverso un microscopio sensoriale o una fredda analisi sensoriale che, in ogni caso, passa attraverso i sensi e quindi per forza di cose influenzabile...

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Sisto

circa 3 mesi fa - Link

@ Massimilano Si, certo con i sensi ma: 1) almeno in 15 per prova di assaggio, qualificati 2) compilando la stessa scheda, parametro per parametro 3) tarature iniziali per delibera avvio prova 4) campioni anonimizzati e piano di rotazione giudici-campioni 5) scarto dei giudizi espressi da giudici risultati non affidabili e rifiuto della prova quando indice efficacia globale < livello accettabile 6) applicazione della statistica 7) metodo normato internazionalmente 8) confronto risultati sensoriali, per ciascun giudice, con quelli fisico-chimici, anche sulle molecole odorose per validazione prova Concorderà che il grado di affidabilità è piuttosto superiore di quello del giudizio monocratico espresso dal (sedicente) guru che parla, da solo, davanti alla platea, sapendo tutto del vino che sta presentando e senza nessuno che possa obiettare. Infatti, questa si chiama degustazione non assaggio

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mariazzo

circa 3 mesi fa - Link

Da lettore, ben vengano stili differenti. Da una parte mi interessa il lato "tecnico" del vino, specialmente per vini che magari difficilmente riuscirò ad assaggiare/bere. Dall'altra però, mi piacciono i racconti in cui viene detta roba tipo "per dio, un vino così lo trangugerei in 2 minuti e ne vorrei dell'altro" e ti fan venir voglia di cercare il primo store online e comprarlo. Da appassionato, quando vado dai produttori e questi mi raccontano la rava e la fava che posso trovare online, onestamente sbadiglio. Preferirei aneddoti o cose che all'apparenza non trovi da nessuna parte se non dalle parole di chi produce, che poi sono quelle che ti rimangono nella memoria.

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Simeone Lo Stilita

circa 3 mesi fa - Link

La risposta è semplice: non bisognerebbe proprio scriverne. E' come la musica, è sempre attuale il vecchio adagio dello zio Frank (e io scrivo di musica da quasi venti anni per diletto) per cui "Writing about music is like dancing architecture!" Personalmente su di un vino o una realtà enologica interessano le informazioni analitiche, mai interessate note degustative tecniche o, peggio, voli pindarici e linguistici di molti che scrivono on line (spesso con una bassa cognizione delle proprie abilità scrittorie, basti pensare all'uso a sproposito di termini come "enoico"). Articoli su zone di produzione o comunque legati ad una narrazione ad ampio respiro sono forse gli unici che risvegliano interesse, articoli su degustazioni, verticali, e cose simili li cestino immediatamente. Ma sono probabilmente controtendenza

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marcow

circa 3 mesi fa - Link

"Quando leggo di vino in italiano sento la superbia dello scrittore. Sento una sorta di messaggio subliminale -- io ho capito tutto" (Salvatore Agusta 8 gennaio 2020) Questa sensazione la sento quando leggo Vinigodi.

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C.A.

circa 3 mesi fa - Link

Meglio meno ma meglio. Non bisogna scrivere di vino per forza. Di Soldati e Veronelli, in giro non se ne vedono, al contrario dei sommelier con il pallino della scrittura che invece abbondano. La capacità di saper scrivere e affascinare il lettore può dipendere dal bagaglio culturale, dal talento o da altri fattori soggettivi, percui mettiamola un attimo da parte. Rimaniamo sul contenuto. Si acquisisce autorevolezza scrivendo con cognizione di causa dell' oggetto che si sta trattando. A parer mio, quando si scrive un resoconto di una verticale, quando vengono fatti emergere gli aspetti tecnici di un vino, oppure quando il legame con il territorio è spiegato scientificamente(mi si passi il termine), quando si prendono delle posizioni nette e le si argomenta, si va in questa direzione. Viceversa, quando capita di leggere degli articoli che sarebbero meravigliosi se letti altrove. Quanto a Vinogodi, provo una pazzesca invidia per i vini che ha la fortuna di bere, però è uno che scrive anche altrove con autorevolezza, e nei suoi interventi il vino è sempre al centro del villaggio e non è mai un pretesto per parlare di se'

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vinogodi

circa 3 mesi fa - Link

CITO marcow (non per polemica , anzi ...) :"Quando leggo di vino in italiano sento la superbia dello scrittore. Sento una sorta di messaggio subliminale -- io ho capito tutto" (Salvatore Agusta 8 gennaio 2020) Questa sensazione la sento quando leggo Vinigodi. RISPONDO: " ... non è mai nella mia intenzione , anzi . Buono a sapersi per modulare meglio alcuni interventi . Penso ci vogliano 3 vite per conoscere "abbastanza" di vino , è per questo che cerco il confronto continuo ed è per questo che organizzo incontri fra amici appassionati con grandissima frequenza (da 30 anni? 35 anni? ...) per , soprattutto, scienza e conoscenza... oltre all'aspetto edonistico necessario per farti appassionare all'argomento . Giurin giurello, , per la maggior parte scrivo per spirito di condivisione e perché nella discussione imparo sempre qualcosa ....

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marcow

circa 3 mesi fa - Link

C. A condivido la maggior parte del suo intervento e anche l'altro commento. Le faccio notare che Vinigodi, da quello che ha scritto in questo dibattito, va in un'altra direzione e, quindi, se dovesse scrivere su altri blog con i criteri qui esposti, come fa a piacerle tanto? Il fatto che lei, poi, invidi Vinigodi conferma, in un certo senso, quell'atteggiamento che Salvatore Augusta dice che sia molto diffuso nella narrazione del vino in Italia. Vorrei concludere riprendendo la parte del mio primo commento che parla di INDIPENDENZA senza la quale anche la più bella descrizione di un vino non ha molto senso.

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franco

circa 3 mesi fa - Link

Tutt'altro. Se c'è una persona che parla del vino senza mettere la propria persona davanti, quello è vinogodi. Basta leggerlo. Sicuramente Augusta non si riferiva al "lettore" vinogodi nè tantomeno al "giornalista"... Piccola opinione personale: a me invece infastidisce la frase di Augusta, qualunquista al 100% e la leggo, la superbia, nella sua frase citata da marcow. Parlare meno, bere di più ;)

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C.A.

circa 3 mesi fa - Link

Ciao Marcow, dopo quasi trent'anni di degustazioni, fiere, visite nelle cantine, seminari verticali ecc, devo dire che sono diventato ahimè meno paziente di prima. Detto più chiaramente: quando scorgo il dilettante che avendo in tasca il diploma da sommelier, si cimenta in articoli in stile turisti per caso, passo volentieri avanti. Non ê scienza, ma è quello che provo io. Vinogodi, non lo conosco personalmente, ma ha un modo di approcciarsi al vino, probabilmente dato da anni di esperienza, con cui mi sento affine. Anche se alcune volte tende ad essere prolisso, lo leggo volentieri. Tutto qua. Alex.

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massimiliano

circa 3 mesi fa - Link

Mi candido, con manifesta faccia bronzea, ad entrare in quella cerchia di amici con cui Vinogodi condivide momenti di scienza e conoscenza e, soprattutto, bottiglie memorabili.. Parma è piccola...

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Angelo D.

circa 1 mese fa - Link

Omaggiare chi fatica per mettere in bottiglia un racconto (proprio, della sua famiglia, della terra) è spesso doveroso. Analizzare tecnicamente il vino è divenuto ormai puro esercizio di stile, materia da enotecnico più che da narratore enoico. Poi la poesia può solo aiutare la sostanza senza la quale hai voglia a sciorinare riconoscimenti e paroloni, poco serve. Al netto dei markettari.

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