di | ven 20 gen 2012 ore 8:23
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Il succo deprimente del discorso è che portiamo nel mondo vini italiani magnifici in maniera disastrosa

La parole di Tim Atkin MW sono un colpo al cuore. Essere geniali e solisti, incapaci di tessere trame comuni, è una verità ruvida e poco accomodante che ci mette di fronte ad un tratto sociale fondante dell’italianità. Nel mondo che vorrei, i grandi Verdicchio sarebbero patrimonio bianchista dell’Umanità, i cru di Barolo avrebbero tutti il loro ber cartello segnaletico Borgogna-style, a Montalcino ci sarebbe un Athenaeum grande così e le parole del Gianni Fabrizio di turno sarebbero ossequiosamente ascoltate in tv durante TV7 o qualcosa di culturalmente affine. Magari andremo nella direzione giusta, prima o poi, vedendo nel vicino di casa una risorsa e non un competitor. In quell’epoca, se tutto va bene io sarò ormai vecchio, Berlusconi sarà entrato nelle pagine nere dei libri di storia, la mia Postepay funzionerà senza mezz’ore inutili ad ascoltare il jingle preregistrato della segreteria, la politica sarà di nuovo un’arte nobile per persone illuminate e Rai farà più rima con BBC che con Istituto Luce.

In quell’epoca, vedremo asini che volano e diremo le cose come stanno: martedì sera a cena con appassionati seri e produttori ho ordinato un esemplare Meursault Les Rougeots 2005 (ottima annata) di Coche-Dury (come dire Lamborghini) e ho finito per scolarmelo nell’indifferenza generale.

[Video: Wine News tv]

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54 commenti a Il succo deprimente del discorso è che portiamo nel mondo vini italiani magnifici in maniera disastrosa

  1. Penso di averlo ripetuto migliaia di volte, al limite dell’autolesionismo, l’Italia ha una cominicazione pessima del vino nel mondo. E non perche’ i vari consorzi, enti promozionali vari (sono moltissimi, mi piacerebbe farne una mappatura un giorno) non abbiano soldi, anzi, li hanno e li spendono malissimo. Decine di manifestazioni all’estero, tutte scollegate l’una dall’altra e mancanza di un messaggio preciso. Parlando con il CEO di WSET, che ovviamente constatava della mancanza di promozione chiara dell’Italia, mi disse che se fosse stato lui a dirigere la promozione del vino italiano, avrebbe scritto e detto ovunque che i vini italiani sono i migliori al mondo per quanton riguarda l’abbinamento col cibo.

  2. avatar Luca

    mi pare la realtà del paese in tutti i settori, non solo il vino.
    ci muoviamo in ordine sparso nel micro e tralasciamo il sistema paese. è un fatto di mentalità, noi siamo rimasti ai comuni e alle signorie.
    siamo incapaci di comprendere che un vantaggio di sistema può e deve essere collettivo.
    quest’estate eravamo in Rioja, vicino Laguardia, nel b&d di un piccolo produttore che ci ha detto ” non mi interessa che compri il mio vino. ma acquista i vini di questa terra e della Spagna perchè meritano di essere considerati”. Qui non mi è mai accaduto e non esistono -- forse -- barriere linguistiche

  3. I produttori di vino pensano che la cultura sia costosa e ci provano con l’ignoranza.

    Così, la reciproca invidia ha il sempre sopravvento, perché la cultura è proprio il suo superamento. Si immaginano che sia una condizione eterna e naturale e quando vanno all’estero non capiscono cosa succede. Per Dante, il vino era l’antidoto dell’invidia. Oggi bisognerebbe coniugare Darwin; Da lì si può partire, perché il problema è quello, espresso dal personaggio di Sapia nel XIII canto del Purgatorio:

    Savia non fui, avvegna che Sapia
    fossi chiamata, e fui degli altrui danni
    più lieta assai che di ventura mia.

  4. avatar giacomo

    Non scordiamoci del fatto che nel mondo ( cioe’ quello dei grandi numeri dei consumatori ) siamo conosciuti per i vini venduti nella realta’ della grande distribuzione organizzata. Pinot Grigio ( di una nota azienda Veneta ) , a mio gusto orrendo, e’ in realta’ lo stereotipo del Pinto Grigio per gli americani….perche’ e’ quello che trovano in grandi numeri. A Londra vedo sugli scaffali vini italiani sconosciute, etichette mai viste in Italia, che del vero vino/zona che riportano in etichetta non hanno nemmeno una lontana parentela. Purtroppo i grandi numeri dei consumatori ci conoscono per questo e solo una nicchia ( in proporzione ) ci conosce per i grandi vini che produciamo, complice sicuramente l’incapacita’ di fare sistema del nostro paese.

  5. avatar she-wolf defending Britishness 2

    Tim Atkin è un enorme passo avanti nella percezione conservatrice anglosassone riguardo ai nostri vini.
    Lo stile rimane quello, grazie al cielo, concisione e profondità delle parole.
    Se lui dice in fondo all’intervista “Italy can promote itself as the Wine Country” possiamo cominciare a crederci anche noi.

  6. Bè Ti Atkin ha ragione ma quello che sta succedendo a breve in Valle d’Illasi e Val di Mezzane a Verona sarà rivoluzionario proprio perchè va in controtendenza e sarà una rete d’impresa tra più di 40 aziende del territorio che opereranno sui mercati internazionali soprattutto per quel che riguarda l’incoming internazionale e la standardizzazione del brand Illasi Valleys.

    Cordialmente

    Bernardo Pasquali

    • avatar Sara

      Noi invece abbiamo “Romagna, terre del sangiovese”. E dunque?

  7. Magari provare a spiegare perché nei duty free degli aereoporti (italiani!!!) c’è il Brunello di Bottega (che fa… bomboniere, o sì anche bottiglie con della grappa! :-( ) ci aiuterebbe già a capire come o cosa va in giro per il mondo a tirar le enoiche fila nazionali. RSVP

    • avatar giacomo

      Quoto….l’immagine dei prodotti che vengono esposti sono deludenti e non rispecchiano la vera qualita’ italiana. Rispecchiano un basso prezzo di acquisto l’esercente e un alto prezzo di vendita perche’ “italia ” per i consumatori esteri e’ simbolo di qualita’….ma se quella e’ la qualita’ per la quale vogliamo essere conosciuti c’e’ da mettersi le mani nei capelli.

  8. avatar esperio

    Per rendersi conto dell’ inadeguatezza, dell’incapacita’ e volonta’ di promuovere all’estereo, basta visitare una delle tante fiere che si tengono in giro per il mondo. Tanto personale svogliato, arrogante ed impreparato. Anche tra i produttori. Questa e’ storia vecchia che coinvolge un po’ tutti i settori. Nel passato la salvezza e arrivata da milioni di emingranti italiani dispersi per il mondo, nostalgici della terra natia , ma con le seconde e terze generazioni questo legame ombelicale tende ad indebbolirsi e la penisola comincia a perdere leali sostenitori. -- Si salvi chi puo -- avra’ sussurrato il nostro buon comandante.

  9. Si parlava or ora con amici del “metodo Italiano” o cosidetto “Martinotti”…che al consumatore medio non dice nulla. Mentre già se si parla di “metodo Charmat” ai più evoca la rifermentazione degli spumanti in autoclave (sempre che non si voglia usare cuvèe close da esame di sommelier…)
    Faccio veramente fatica a capire perchè dobbiamo usare un termine Francese per definire il “metodo Italiano” quando addirittura questo poi è stato inventato dall’Astigiano Martinotti! Follia pura.
    Siamo malati di esterofilia e pensiamo sempre a difendere il nostro giardino, sospettosi del vicino. Quando si dovrebbe capire che lavorare per promuovere tutto il nostro territorio poi porta beneficio a tutti!

    • avatar giesse

      Il problema è che purtroppo la Francia è arrivata prima di noi a far sapere al resto del mondo che faceva vino. pensa a terroir, o a clima, termini sempre francesi, sono piu avanti a livello di comunicazione,e dire che sono affascinati dalle nostre etichette.niente da dire, testa bassa, bere il vino straniero piu che quello italiano e iniziare a ragionare. possiamo farcela!

      • avatar esperio

        Mi spiace contraddirti ma bisogna sapere che l’Inghilterra importava vino dalla Toscana molto prima che lo facesse con Bordeaux, purtroppo, sembra che la qualita e la proprieta di conservazione non fossero soddisfacenti e dunque i nostri eroi si rivolsero alla disprezzata Francia.

        • avatar giesse

          Si vabbè, campiamo allora sulle rovine di ciò che l’Italia ha fatto prima di tutti gli altri e non ha mai saputo gestire! sono questi ragionamenti che nuociono “perchè noi italiani” abbiamo fatto!! guardare avanti baby, lascia stare il passato ;-) ! ciao!

    • non siamo malati di esterofilia, e’ forse vero il contrario in realta’, conosciamo poco il mondo al di fuori dell’Italia, siamo malati di provincialismo. Non sappiamo e non vogliamo sapere, autoconvinti di vivere nel migliore dei mondi, aggressivi perche’ impauriti da culture e mondi che conosciamo poco e che non ci sforziamo di conoscere. Basta vedere un gruppo di italiani all’estero, anche da semplici turisti: poco avvezzi a viaggiare, a trattare con altre culture, persino quelle europee vicino a noi, spesso maleducati. Mi duole dirlo, ma e’ spesso cosi’.

      • Condivido, forse provincialismo è più adeguato come termine. Curioso poi come la nostra “spocchia” si traduca in complesso di inferiorità quando si tratta invece di affermare le proprie straordinarie peculiarità, come nel vino. Del resto il termine “grandeur” in Italiano non esiste…

      • avatar Luca

        Concordo in pieno.

  10. avatar Mario

    E’ un problema di cultura….

    Purtroppo tutto il sistema/paese sta evidenziando come la cultura italiana e degli italiani sia ormai solo un lontano ricordo…..

    come diceva mio nonno “poveritalia”

  11. avatar eros

    è l’immagine Italia che non funziona all’estero. Tranne che per la moda e la Ferrari, che cosa c’è? Marchionne? Pare di sì. Non penso che si debba per l’estero fare sistema solo tra i produttori di vino, ma che si debba usare i canali commerciali che già sono avviati. Perchè non legare ai concessionari della Ferrari sparsi in tutto il mondo una collaborazione con i consorzi top wine italiani? Barolo o Brunello o chi volete Voi, che si possano degustare mentre si acquista una Ferrari? O avere la possibilità di brindare all’acquisto di un Armani con un bel Franciacorta? Legare così in maniera chiara la qualità del made in Italy abbinata alla qualità enologica italiana. L’abbinamento cibo/vino è già insegnato, l’abbinamento vino italiano/alta qualità italiana nel mondo forse un pò meno.

  12. avatar Giulio

    A quando risale questa intervista???

  13. avatar Nelle Nuvole

    Chiedo scusa alla redazione di Intravino, ma mi sta crescendo quello che in Toscana chiamano palletico. Non tanto per il video di Tim Atkin, chiarissimo e completo, credo che sia recente, ma anche se non lo fosse quello che dice è molto attuale.

    L’irritazione mi viene a leggere certi commenti, tirando in ballo i nonni (ancora!) e tutta una serie di banalità stra-ovvie, ed elucubrazioni fantasiose, come il motivo per cui gli inglesi a un certo punto smisero di comprare il vino toscano rivolgendosi alla Francia.
    Capisco poi la buona volontà di chi ne ha scritto, ma l’idea di un Made in Italy del vino, collegato ai migliori wine bar e ai concessionari Ferrari nel mondo, mi sembra a dir poco insufficiente.

    Forse sarebbe il caso di partire proprio da quello che dice Atkin
    - migliorare la comunicazione centralizzandola e per lui questo vuol dire utilizzare delle fonti ufficiali che al momento non lavorano bene (cita l’ICE ma nella traduzione si perde)
    - trovare un modo di lavorare insieme, promuovendo le regioni di produzione
    - legare il vino al cibo
    - smettere di competere fra di noi

    non è un invito alle singole aziende e nemmeno ai singoli Consorzi. Possiamo continuare a piangerci addosso, ad offenderci o sentirci inferiori, ma non serve a niente.
    E questo video dovrebbe circolare altrove, non solo su Intravino.

    • avatar esperio

      Nelle Nuvole, con apprensione, ho il sospetto e forse la dolorosa prova che hai un po’ deluso. Ma come, distribuisci sberle e mal rovesci a destra e a manca e alla fine te ne esci fuori con una manciata di trite e ovvie raccomandazioni. Consiglierei meno aggressione e piu’ riflessione.

      • avatar Nelle Nuvole

        Le trite raccomandazioni le dice Atkin e io distribuisco esclusivamente man dritti.
        Ma rifletterò sulla tua delusione.

    • Parole Sante!!!

  14. avatar eros

    Intendevo le Ferrari come “veicolo” pubblicitario!! eh! eh! eh!

  15. Posso dire che anche in Italia li portiamo in maniera disastrosa.

  16. Dopo alcune esperienze estere ,anche nella ristorazione e nel wine business,posso ritenermi d’accordo con molti di voi.
    Spesso comunichiamo male,ma e’ una storia vecchia, facciamo poche iniziative valide per gli acquirenti esteri,ICE e compagni a volte e meglio si stiano a casa.Tra l’altro spesso e volentieri i nostri vini sono presentati da agenti e importatori che in portafoglio ne hanno anche troppi,magari insieme a vini di altri paesi e mirano a spingere quelli che a loro convengono di piu’.E poi molti produttori non parlano le lingue,non trasmettono quel quid,quel qualcosa in piu’al potenziale acquirente e non hanno a fianco qualcuno che sia in grado di tradurre e comunicare perfettamente la propria filosofia,passione idee ecc. cosi come farebbero in una fiera o degustazione in Italia dove si sentono piu’ a proprio agio,piu’ padroni della situazione.
    E si’ forse siamo ancora provinciali nonostante tante eccellenze,e tanti professionisti validi.
    “Ho detto tutto” e mi rendo conto che forse non ho detto nulla di nuovo.in realta’e’ un argomento che andrebbe affrontato con molta piu’ professionalita’(anche superiore alla mia) da tutti e specie chi e’ interessato a vendere,a crescere in qualsiasi mercato.
    Gli altri si presentano meglio,sembrano meno infastiditi dalle critiche,non hanno l’atteggiamento del so tutto io dei miei vini ma adesso e ‘difficile spiegartelo ecc. ecc.e soprattutto mi sembrano MOoolto meglio organizzati e pronti al cambiamento.
    Attendo l’opinione di chi ha qualche anno di esperienza in piu’con queste problematiche.

  17. avatar Stefano Cinelli Colombini

    E bravo il signor Tim Atkins, MW. Bravo lui, e bravi tutti quelli che si divertono nello sport (molto provinciale) dello spararci addosso. Aho, ma da che pianeta venite? Qualcuno di questi maestrini della penna rossa c’era nella mitica Albione del saputello MW negli anni settanta? O nello stesso periodo nella grande mela che dite di amare tanto? Io si, facevo il liceo lì e vi garantisco che il vino italiano non c’era proprio. Salvo le bocce di venti o trenta tipi strani come noi, s’intende. E non parliamo della Germania, dove c’erano solo bottiglioni da due litri di roba che ci potevi scrostare i bulloni. E in Giappone? Sayonara, no grazie noi beviamo sakè! Ma i francesi c’erano, e da sempre! E anche da noi eccome se c’erano, a casa di amici figli di medici a Natale arrivavano sempre le casse omaggio rigidamente di vini francesi. E ora, dopo soli quaranta anni? Saremo anche stati incapaci, ma i vini italiani i primi ovunque. Mi volete gentilmente spiegare com’é che tutti questi fenomenali “altri” tanto “più” di noi in ogni senso invece testano al palo? Basta il caso o i mitici immigrati italiani? No. Ragazzi, in pochi decenni é stato fatto un lavoro incredibile, e che qualche saccentino arrivato “dopo i fochi” ci sputi sopra dall’alto della sua molto corta esperienza non so se fa più ridere o piangere.

    PS visto che siamo in argomento, facile ora per gente come il Nossiter ridere sulle bizzarrie di Frescobaldi e Antinori, ma senza quelle bizzarre persone e poche altre simili lo spazio per vendere quelle cosine elitarie che lui ama tanto chi lo avrebbe creato? Questi antistorici nobili toscani si sono guadagnati a loro spese (e a vantaggio di tutti) il diritto di dire qualche cavolata. Ma lui?

  18. avatar esperio

    L’Italia, e’ stata annoverata, da sempre, tra le maggiori produttrici di vino nel mondo : per quantita’, qualita’ ed in esclusiva per varieta’; Alla luce di tutto cio’ non sempre la nostra penisola ha ricoperto una posizione autorevole sui mercati internazionali, anzi talvolta e’ stata anche derisa. Come mai? A cosa si potrebbe imputare? Alla sfiga, all’invidia all’ignoranza altrui o semplicemente alla nostra disattenzione, incompetenza, arroganza, negligenza, indolenza, etc.. Capisco che i giudizi negativi , specialmente in Italia, non sono mai ben accetti, ma e’ doveroso ascoltare e riflettere.

    • avatar Stefano Cinelli Colombini

      Che l’Italia (stato che fine a metà ottocento manco esisteva) sia sempre stata annoverata tra i più grandi produttori di vino è vero, ma perché ne bevevamo ben oltre cento litri pro capite all’anno. Era l’alimento meno caro e l’acqua in genere era non potabile. Quanto poi a qualità, Export e reputazione, fatte le debite e pochissime eccezioni stendiamo pietosi veli. Certo, i re d’Inghilterra compravano vino di Montalcino nel ’600 e nel ’700 e noi abbiamo in cantina documenti su esportazioni di bottiglie dal 1817 fino ad ora, ma quanti altri? Pochi, e da pochi posti. In pratica più o meno gli stessi vecchi agrari che lo fanno ancora oggi. E dall’unità del paese si aggiungono gli industriali, anche qui più o meno gli stessi che ci sono oggi. Ma che credete che le migliaia di esportatori di oggi ci siano sempre stati? Naaaa. Per un secolo o più siamo stati timidi scalfitori dell’Impero Francese e delle grandi potenze (oggi pare incredibile) che erano Portogallo e Germania. E questi quattro gatti sfigati che vendevano roba diversa da tutta quella che c’era hanno creato questo popò di mercato. Pensa te che facevamo se eravamo anche bravi.

      • Questa volta il quotone mostruoso lo faccio io…

      • avatar Exafo

        Ma quanto di ciò e’ dovuto alla contingenza e quanto al merito proprio? Non ricadiamo nel discorso guelfi e ghibellini, tutti bravi o tutti cattivi, alcune affermazioni sono corrette, altre sono perfettibili. Abbiamo cominciato a farci conoscere nel mondo spesso in maniera poco strutturata e le strutture politiche preposte a farlo spesso non funzionano bene.riflettere su come ci vedono gli altri non vuol dire buttar via ciò che si e’ fatto di buono ma partendo dal sano migliorare.

  19. avatar Nelle Nuvole

    Bene, adesso che ci siamo sfogati proclamandoci provinciali e autolesionisti. Adesso che abbiamo spaziato dagli Appenini alle Ande legittimamente ricordando le remote e anche recenti conquiste del mercato internazionale. Adesso che ci siamo erti fieri della nostra italianità a dispetto di bambocci MW ignoranti e impulmi, sarebbe bene riascoltare le parole di Atkin, possibilmente nella versione originale, perché nella traduzione dei sottotitoli italiani forse c’è una certa ripulitura.

    Il Signor Atkin che NON è accostabile al Signor Nossiter per diversi motivi, fra cui il trascurabile fatto che almeno da vent’anni si occupa di vino italiano molto professionalmente e l’ancora più trascurabile fatto che scrive per il Guardian e non per GQ Italia, nelle sue concise parole ci dice alcune cose interessanti.
    Ci dice che la comunicazione “ufficiale” del vino italiano in Gran Bretagna non lavora bene (citando la buonanima ICE). Ci dice che il nostro vino non viene valorizzato quanto quello di altre nazioni che si rendono molto più visibili. Ci dice che la comunicazione è frazionata e lasciata in mano a privati.
    Ci dice che noi siamo in competizione con noi stessi, la Toscana con il Piemonte per esempio.Non parla di mercato, ma d’immagine d’insieme.

    Ci dice infine che l’Italia, a differenza della Francia, produce vino in ogni regione e per questo motivo è “The Wine Country”.

    Mi sembra il caso di riflettere su queste parole, invece di offendersi.

    Infine, mi piacerebbe sapere dove e quando e da chi è stata fatta l’intervista. Presentata così, senza dettagli, sembra rubata e fatta circolare clandestinamente.

  20. Ecco la critica costruttiva aiuta nel migliorarsi.
    Di sicuro con merito e grazie ad alcuni avveduti pionieri,abbiamo fatto passi da gigante, nelle vendite e nell’immagine del vino italiano,rispetto al passato.
    E cacchio ci mancherebbe,visto che si vendevano (ed ancora si vendono)liquidi rossi,bianchi e rosati che erano (e sono)piu’ ciofeche dell’acqua inquinata.
    E’ vero egregio Sig.Cinelli Colombini che alcuni sono stati davvero bravi,e forse proprio la Toscana e’un’eccezione (a macchia di leopardo)rispetto alle altre regioni,visto che ha attuato buone iniziative,buone politiche di marketing.
    insomma si e’ messa in vetrina molto bene, sfruttando al meglio o quasi anche l’effetto turismo.
    I fracesi si dice che si vendano molto bene, e gia’da tanto. lo sento dire spesso da tanti addetti ai lavori.Si dice se ne parla.Detto da uno straniero forse da piu’ fastidio?
    Il punto di Atkins e di altri forse e’ proprio questo,senza voler offendere chi gia’ ha fatto tanto ed ha la coscienza pulita.
    Perche’ gli italiani,che hanno vini eccellenti,ottimi prezzi in considerazione del livello qualitativo,una ricchezza di territori,vitigni,climi e microclimi notevole o straordinaria,che in tempi moderni hanno pure il cellulare ,la televisione ed il computer come gli altri,perche? perche? ancora non fanno quel saltino ,visto che tutto sommato, potenzialmente non sono affatto inferiori agli altri?
    I non italiani, a volte,ripeto a volte, hanno una visione globale piu’ chiara di quella a campo visivo ristretto di molti connazionali.
    Le critiche aiutano anche a crescere.

  21. Alla discussione finora molto interessante aggiungo con piacere uno spunto ulteriore offerto da Jancis Robinson MW, sempre scovato su YouTube e prodotto da Wine News tv: mi sembra che la musica non cambi poi molto.

  22. Capisco bene quello che dice Stefano Cinelli Colombini, e ovviamente concordo sul fatto che si sia fatto molto, e che esiste una tendenza italiana al complesso d’inferiorita’, che e’ una brutta cosa, al pari del complesso di “l’America e’ in Italia”, che tanti danni ha fatto e continua a fare.
    E’ vero che il vino italiano sta andando bene all’estero, ma se guardiamo il rapporto tra valori e volumi in confronto alla Francia, ancora non c’e’ storia.
    Ma al di la’ di tutto questo, se tutti gli interlocutori stranieri ai quali tanto vino ci piace vendere, ma proprio tutti, continuano a ripetere che esiste un difetto di comunicazione del vino italiano, in qualita’ piu’ che in quantita’ aggiungo io, e’ da stolti pensare che esista un complotto globale del mondo contro l’Italia. La mia esperienza, certamente non centenaria, ma ormai di diversi lustri, mi fa dire che l’Italia del vino e’ vista con grande interesse, persino con affetto, ma talvolta con disperazione per l’incapacita’ cronica del nostro paese ad elaborare strategie d’insieme credibili ed efficaci in quasi ogni campo.
    Volendo si puo’ parafrasare il titolo di questo post, capovolgendolo cosi: la parte esaltante del discorso e’ che nonostante il modo disastroso con cui li portiamo nel mondo, facciamo vini magnifici”. Pero’, che differenza fa? Se imparassimo anche l’ABC della comunicazione, non sarebbe molto, ma molto meglio? Quando guardiamo in numeri dell’export, mettiamoci anche una bella tara data dalle quantita’ enormi di prosecco e pinot grigio da due soldi che escono da questo paese, e pensiamo se questo e’ quello che ci interessa per il futuro o meno.

  23. avatar Stefano Cinelli Colombini

    No caro Paglia, non facciamo vini eccezionali che poi sciattiamo grazie ad un marketing da terza elementare. Se questo fosse vero la posizione dominante del vino italiano nell’export mondiale (primi in volumi e secondi in valori, entrambi in crescita) presupporrebbe necessariamente un vantaggio qualitativo enorme a nostro favore; ma é ovvio che questo vantaggio non c’é. La spiegazione peró c’é ed é culturale; il mercato del vino mondiale ha funzionato e funziona su regole francesi, noi abbiamo (genialmente) scelto di non competere sul loro campo e fare un gioco diverso. I buyers inglesi, i MW e tanti altri simili non sono ancora a loro agio con le nostre regole, e vorrebbero che adottassimo parametri di immagine, marketing e magari sapori bordolesi; no cocchi belli, siete voi che vi dovete adeguare, perché chi compra la roba che vendete lo ha già fatto. Il futuro siamo noi con le nostre DO che fanno da scudo e marchio comune per migliaia di piccoli e meno piccoli viticoltori che insieme sono una forza irresistibile, non l’elitario sistema dei cru con il marchio aziedale sopra tutto e una catena commerciale infinita e inefficiente dietro. Loro sono come gli eleganti eserciti del settecento, che non a caso gli inglesi amavano tanto; tanto carini, ma non era quello il futuro. E, ora come allora, gli USA l’hanno dimostrato.

    • Dai solamente dei pezzi di informazione, giusti, ma non completi. Prima cosa: sei tu che vuoi vendere a loro, non loro che devono comprare da te, per cui il passo avanti lo devi fare tu. Ma, attenzione, non si tratta di adeguare i vini ai loro gusti, perche’ questo non lo vogliono neanche loro, si tratta di adeguare il livello della comunicazione, renderla accessibile a chi, come giustamente dicevi tu, per cultura e formazione ha altri riferimenti. Vivo molta parte del mio tempo in Inghilterra, e conosco abbastanza questo ambiente del vino, e posso dire con certezza che generalmente non esiste un atteggiamento altezzoso nei confronti dei nostri vini, ma pura e semplice frustrazione per la mancanza di comunicazione di cosa essi siano (a parte alcune eccezioni, ben conosciute) da parte nostra che li facciamo. Complessivamente, come nazione, non come singoli, dove abbiamo dei fuoriclasse anche nella comunicazione.
      Secondo punto, fosse solo un problema inglese, potremmo anche decidere che alla fine ci interessa poco, ma il fatto importante da capire e’ che ad abbeverarsi alla fontana inglese della conoscenza del vino c’e’ un area di un certo interesse, l’Asia-Pacific, dove risiedono alcuni miliardi di consumatori che si stanno avvicinando al vino, e che molti guardano come il futuro delle esportazioni (per alcuni, Francia, e’ gia’ la realta’, con il 47% del mercato cinese import, contro il 7% dell’Italia). A questi signori il vino non glielo insegna l’AIS, ma il WSET o i MW.
      Attenzione a sottovalutare gli eleganti eserciti del 700, gli inglesi ci hanno costruito l’impero piu’ vasto del mondo con essi (e un po’ di marina).

  24. avatar Stefano Cinelli Colombini

    PS il sistema delle DO é un popolo e un territorio che si muovono insieme, è un sistema nuovo, rozzo e facilmente preda di furbi e maneggioni. Ma ha un potenziale pazzesco, e da spazi amplissimi a nuovi e piccoli operatori. Certo che Petrus è troppo più fico, ma al ragazzetto della vigna a fianco ed al paese li vicino che ne viene?

    • Non so se cogli l’ironia, ma il sistema italiano delle DO e’ stato completamente mutuato dalle AOC francesi, preesistenti le nostre DO, e che di fatto sono state prese a sistema di riferimento a livello europeo.

      • a proposito, ce la vorrei avere la vigna a fianco di Petrus, ci compro un castello a Montalcino.

        • avatar Stefano Cinelli Colombini

          Esatto, le DOC sono le figlie di quelle AOC francesi che la hanno (cronologicamente) precedute. Solo che le AOC non sono servite a granché, mentre le DOC sono divenute così importanti da diventare un sostantivo di uso comune. Hai mai sentito un francese definire qualcosa un’AOC? Quanto alla vigna accanto a Petrus, se vuoi ti passo un indirizzo; è roba bianca e non vale nulla. Ma otto ettari e poco più di Brunello con una piccola cantina e una villettina sono appena stati piazzati a €15,7 milioni.

          • Lascia perdere, se accanto a Petrus fai uva bianca sei scemo, punto e basta, ma credo che di ettari di vigneto ne bastino molto meno per fare la cifra che hai detto (che probabilmente corrisponde a Poggio di Sotto, considerato tra i migliori produttori della denominazione), se sono messi nel posto giusto….a Bordeaux. Infatti, Bordeaux e’ la AOC piu’ importante di Francia, dove accanto ai grandissimi nomi ci stanno dei vini da 2 euro, che si vendono unicamente perche’ hanno quella parola magica davanto Bordeaux AOC. Tanto e’ importante questa AOC, per es. che il valore della produzione totale di Bordeaux da solo e’ dil 3/4 miliardi di euro provenienti da 60.000 ettari di vigneto (quanto la Toscana), oltre la meta’ del valore della produzione italiana intera e pari al valore dell’intero export del vino italiano, fatto su quasi 700.000 ettari.
            Dire che le AOC non sono valorizzate in Francia e’ totalmente falso, basti pensare, dopo Bordeaux alla Borgogna, che non e’ solo terra di crus, ma dove una larga quantita’ di vino si vende come Borgogne AOC, grand ordinaire, village, ecc. Lo stesso vale per la Cote du Rhone, la seconda regione viticola della Francia, con grandissime AOC come Hermitage, Condrieu, Saint Joseph, Chateneauf du Pape. Per finire, esemplare e magistrale l’uso dell’IGT, che si chiama Vin de Pays, con il Vin de Pays d’Oc, che ha rivitalizzato una regione di produzione enorme come il Sud della Francia, in grande crisi nel passato e di grande successo oggi (fossero cosi la Puglia e la Sicilia).
            I francesi sono i capofila, e mediamente sanno comunicare meglio degli italiani, anche se peggio del Nuovo Mondo, che pero’ ha una struttura molto diversa e piu’ facile da spiegare.
            Io sono dell’opinione che quando c’e’ da imparare s’impara, senza vergogna e senza atteggiarsi a primi della classe quando non lo siamo. Ripeto che stiamo parlando di comunicazione del vino, non di come si fanno i vini.

          • Per curiosita’, mi sono divertito a cercare i valori di alcune compravendite a Pomerol. A parte che non se ne trovano molti, questo e’ piuttosto recente:

            “In total, 13.22 hectares were sold for €5.9 million, or an average of €446,000 per hectare”

            Un bel prezzo, considerato che si trattava di solo terreno nudo, e non vitato, e che e’ stato per decenni un ippodromo. http://www.decanter.com/news/wine-news/523818/first-vines-planted-at-pomerol-racecourse

            forse te lo chiedo davvero quel contatto a Pomerol, se la danno via a niente.

          • avatar Stefano Cinelli Colombini

            Fare un riassunto di come funziona un sistema non ne dimostra la validità, mi pare. La realtà è che in ogni mercato del mondo i grandi e storici numeri francesi sono in regresso da troppo tempo, e questo é un fatto. E i nostri no. Giusto per evitare ridicoli elenchi di dati mal mescolati, ti riporto solo un aneddoto divertente che spiega come sono cambiate le cose.
            Trent’anni fa ero ospite ad una cena da un grande viticoltore toscano, e mi trovai accanto il barone Rotshild. Piacevole persona che, dopo aver parlato amabilmente tutta la sera mi chiese cosa mai facessi per vivere. Gli risposi che producevo vino, a Montalcino. Lui si mostró educatamente meravigliato che in quel piccolo paese, che conosceva bene perché lo traversava per andare al mare, si facesse vino. Tre anni fa mi ha chiesto di distribuire in esclusiva in USA il mio Brunello con la sua ditta che distribuisce i vini della sua maison. Ora, evidentemente, esistiamo.
            Non abbiamo avuto il loro interesse per regalo, é che i rapporti di forza sui mercati sono cambiati. Loro sono ancora fortissimi, ma non sono neppure l’ombra di quel monopolio culturale e commerciale che erano. Negarlo è da ciechi. Quanto poi alla capacità di comunicazione, quando ho parlato di modello culturale evidentemente non sono stato abbastanza chiaro. L’Italia ha più o meno la metà degli esportatori di vino del mondo, e questo è proprio grazie ad un modello economico ma soprattutto culturale che premette il prodotto al produttore; io vendo Brunello molto più di quanto non venda Fattoria dei Barbi. Questa é una enorme ricchezza da mille punti di vista, ma ha ovvi svantaggi di coordinamento. È ovvio che é molto più facile coordinare la promozione di dieci firme australiane che hanno l’85% del loro mercato. E i francesi partono con il vantaggio di giocare un gioco inventato da loro e dove hanno esperienza da vendere. Ma nonostante tutto questo noi siamo qui, e cresciamo più di tutti da mezzo secolo; allora delle due l’una, o facciamo vini incredibilmente migliori di tutti (cosa di cui dubito) o altrimenti qualche capacità sul mercato dobbiamo pur averla avuta.

          • avatar Stefano Cinelli Colombini

            PS forse sono diventato un poco balzano sui numeri, ma € 446.000 per ettaro a Pomerol mi sembrano sostanzialmente meno di € 1.000.000 per ettaro a Poggio di Sotto alias Montalcino

          • se si considera che hanno comprato solo terreno…mezzo milione ad ettaro mi sembrano cifre favolose

          • avatar Stefano Cinelli Colombini

            Giampaolo, il tuo terreno nudo è un ex ippodromo, e gli ippodromi sono nelle aree urbane; quello non è un terreno da vignare, è per fare case. Per questo costa così.

          • avatar Stefano Cinelli Colombini

            PS scommetti che se vendono il terreno dell’ippodromo di Grosseto il prezzo sarà più o meno quello? Ma mica ci faranno DOC Maremma.

          • Questo e’, non e’ roba edificabile ma terreno per vigneti, a mezzo milione per ettaro, terra nuda. Per fare il “second vin”:

            [...only six winemakers were successful in their bids, which was governed by the national land-registry agency SAFER.

            These are Chateau Mazeyres (4 hectares), Francois Janoueix (2.85 hectares), Benoit Trocard (2.08 hectares), Jean-Baptiste Bourotte (2.02 hectares), Luc and Marc Maison (1.3 hectares) and Daniel Mouty (0.8 hectares).

            'Priority was given to winemakers who already had vines adjacent,' Jean-Baptiste Bourotte told decanter.com. 'Our new vines complete a plot that we already had that was not square because of the race track, so now it will be easier to work.'

            They intend to use it first in their second wine, Beausejour de Bonalgue, and in the future in the first wine, Chateau Bonalgue...]

          • avatar Stefano Cinelli Colombini

            Auguri, di certo dopo chissà quanti anni di cavalli non avranno bisogno di concimazioni di fondo. Bah, per non stressare i legamenti agli animali gli ippodromi sono sempre su tufo o suoli analoghi, molto elastici e a grandissimo drenaggio, e ovviamente sono in piano perfetto e in zone poco ventilate, perché quegli animali si innervosiscono con il vento; non mi paiono le condizioni ideali, manco in Francia. Contenti loro…

  25. avatar Simon Cassina

    ICE The Italian Institute for Foreign Trade (I.C.E) is the government agency entrusted with promoting trade, business opportunities and industrial cooperation …this is the ITALIAN NATIONAL Body but as I remarked 5 years ago they should do more! unfortunately my collaboration has been ignored by politicians http://www.italtrade.com/

  26. Here is our internet site, http://www.zanotto.co.uk , we are seriously promoting unfiltered wines from north Italy, http://www.youtube.com/watch?v=2_tnXX-HivA&feature=youtu.be
    and trying to give complete informations about some “hidden treasures” as well.

    I do see your point about regional promotion, and as well about Italy as a tourist destination.

    The problem is that a little is invested abroad at the moment, and a little is done to have a real strong english comunication even from Italy, and this is a huge mistake.

    But.. there is always room for improvement!

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