Il pollo a 4 zampe: che vino ci abbino?

Il pollo a 4 zampe: che vino ci abbino?

di Angela Mion

Abito da dieci anni in una casetta in Via San Pietro. La via è stretta, a senso unico e profuma sempre di vacanza, le porte dei civici aprono direttamente sul marciapiede e da dieci anni più o meno, salvo il fine settimana, il rito è sempre lo stesso: arrivo, parcheggio difronte a casa, entro e guardo la buchetta delle lettere. Ogni giorno la apro con l’idea di trovare qualcosa: una lettera d’amore, una lettera e basta, una cartolina, qualcuno che mi invita a qualche cosa, l’iscrizione a una maratona. Ultimamente non trovo più neanche le bollette perché te le mandano per mail, al massimo trovo uno scontrino del postino con qualche punto in meno della patente o sconfortanti inviti a misurare gratuitamente l’udito. La porta di casa e la finestra che danno sulla strada hanno gli scuri verdi, che lascio sempre aperti. Quando arrivo a casa e vedo gli infissi della porta o della finestra appoggiati significa che è passato qualcuno. E mi sale addosso la stessa adrenalina che provo ogni sera da dieci anni nell’aprire la buca delle lettere. Li apro: a volte trovo dei fiori, ma non mi capita spesso, la rivista AIS o la guida che non passano per la buca delle lettere, posso trovare uova di casa, ortaggi, tagliatelle fatte in casa, un pezzo di morlacco sul davanzale omaggio di un amico che passava per Bassano; dieci giorni fa un cestino, dentro un sacchetto con un pollo. Esatto, un pollo di casa che un tempo era ruspante, pronto da cucinare. Pollo che poi una volta tolto dal sacchetto per metterlo in congelatore ho scoperto avere 4 zampe. Esatto, quattro. Il lunedì successivo quindi al bar del paese ho indagato, pareva un giallo: il pollo dalle quattro zampe. In paese succede anche questo.

Spesso però, tra polli e carote, passano di lì anche storie di vino. La più simpatica è recente, ve la racconto. Una sera rincaso e attaccato alla maniglia del portoncino verde vedo uno spago con un’etichetta bianca. Inizialmente pensavo fosse un passante simpaticone che mi aveva appeso qualcosa poi leggo: Picotendro Azienda Selve. Mi prende un tuffo al cuore. Ogni tanto ho i periodi in cui stresso i miei amici del vino con le mie scoperte. Da ultimo volevo bere il Picotendro dell’Azienda Selve, proprio quello lì, e non riuscivo a trovarlo da nessuna parte. Ho scritto al produttore ma non mi rispondeva, ho chiamato e stessa sorte, in Valle d’Aosta ultimamente non ci passo e quando ci passai non c’era nessuno, amici lì non ne ho, quindi mi ero mezza arresa ma qualcuno invece che mi vuol bene è riuscito nell’impresa (…il distributore esiste).

E quel giorno compare l’etichetta del vino sul mio portoncino e così è andata che poche sere dopo a casa mia è stata organizzata la serata del Picotendro.

Di cosa sto parlando? Di Nebbiolo. Il Picotendro è il Nebbiolo della Valle D’Aosta, detto anche il Nebbiolo di montagna.

Il Nebbiolo che conosciamo pressoché tutti abita primariamente in Piemonte. Sconfina con parsimonia dalla sua terra: lo conosciamo come Chiavennasca in Valtellina, come Nebiolo – con una sola B – nel nord della Sardegna nel comune di Luras in provincia di Sassari (mai bevuto) e appunto in Valle d’Aosta col nome di Picotendro che significa: piccolo e tenero.

Nella piccola DOC Valle d’Aosta è coltivato per la maggiore nella parte bassa della regione ed è la base per la produzione di due DOC di zona: una è la Arnad-Montjovet (70%) e una è Donnas (85%). Salendo la valle queste vigne le vedi già dall’autostrada e sembrano un’opera d’arte: piccoli appezzamenti molti dei quali eroici in ordinati pendii o terrazzamenti. Le due sottozone sono praticamente attaccate: salendo trovi Donnas e poi Arnad.

Picotendro: piccolo e tenero, perché qua l’acino del nebbiolo si è adattato alle forze della montagna. È diventato più piccolo per maturare meglio e resistere alle impervie delle stagioni, ha imparato a vivere sui pendii guardando le rocce sopra di lui: non era uva di montagna, arrivava dalle eleganti colline delle Langhe.

C’è stato un periodo quest’anno che per lavoro andavo sempre in Valle d’Aosta. Quando non avevo fretta invece di imboccare l’autostrada per scendere la valle facevo tutti i comuni a uno a uno e mi capitava di fermarmi a guardare le vigne, più che altro erano loro a farsi guardare. Nelle mie avanscoperte mi sono trovata nella zona di Donnas tra le vigne dell’azienda Selve. Sono incantate: la pergola, tipica della Valle d’Aosta, qui è incorniciata da colonne di pietra che ne danno storico sostegno. L’azienda è piccola e ha poco più di un ettaro di vigna suddivisa in 5 cru: le vendemmie sono fatte a mano con le gerle in spalla e le rese sono più basse di quelle previste dal disciplinare della DOC. Solo l’amore per la terra e la vigna può far fare questo lavoro all’uomo. I terrazzamenti sono le pietre del ghiacciaio scolpite negli anni, il sole del giorno riscalda la roccia che rilascia il suo calore di notte creando una condizione di microclima. I pali di pietra, i terrazzamenti, i tetti delle case si fondono con la roccia grigia della montagna e sono il segno distintivo del territorio.

Poco più su di Donnas c’è Arnad, quel posto dove fanno l’unico lardo ad avere la DOP, che stagiona in vasche di legno e che è tanto buono. Donnas è l’altra DOC del Picotendro e Les Crêtes in questa sottozona con queste uve produce uno dei suoi vini rossi: il Nebbiolo Sommet.

Les Crêtes è una cantina che si trova diversi comuni più a nord di Donnas, prima di Morgex (comune della ben nota DOC Blanc de Morgex et de La Salle). Les Crêtes è una bella realtà, forse tra le più conosciute della regione. Quando sono andata in visita alla cantina avevo il focus vini bianchi – il loro Petite Arvine mi piace molto e pure il blend Neige d’Or, lo Chardonnay non è la mia passione in patria ma questo vanta una buona freschezza di territorio che me lo fa piacere. Alla fine sono tornata pure con una bottiglia di sconosciuto Picotendro, tipo la pecora nera.

Ma arriviamo al sodo, la serata del Picotendro in due espressioni: quello dell’Azienda Selve e quello di Les Crêtes. Mi sono piaciuti entrambe nella loro sostanziale diversità.

Cerco di scollegare le degustazioni dai classici parametri a maglie strette, quindi dico subito che i profumi di frutti rossi come il naso di spezie dolci coi chiodi di garofano e le erbe officinali ci sono, così come una buona acidità e sono comuni di entrambe i due vini e del Nebbiolo in generale.

Ma la firma delle due cantine, la personalità dei due vini e la loro eleganza è sostanzialmente diversa.

Selve è un’azienda piccola dall’animo conservatore, artigiano e di assoluta tradizione. Il vino naturale, il non interventismo, per loro non è moda, è l’unico modo di fare vino fedele alla montagna. Coltivano per la maggiore solo uva Picotendro dalla quale producono due vini che in realtà è lo stesso affinato in due modi diversi: un’etichetta bianca (quella che ho bevuto io) e una rossa (quello che vorrei bere). Il primo affina in botti di rovere, il secondo in botti di castagno che si costruiscono loro e a quanto pare è una rarità tanto quanto il vino che ne esce.

Les Crêtes è una realtà diversa, la cantina è davvero molto bella, moderna e anche più grande. Guarda la montagna dai pendii fitti di vigne tenute come dei giardini. Ha vigneti in diversi comuni e produce una gamma di vini abbastanza ampia. La qualità dei vini è alta e costante, rispecchiano in pieno l’immagine della cantina: pulizia ed eleganza.

Il Picotendro Selve è un uomo di montagna. Immaginate di vedere un uomo magro con scarponi, maglione di lana, mani grosse e consumate. Il tannino è elegante ma lo senti, non se ne va via in fretta ed il vino da subito vanta una spiccata mineralità che parla della sua terra e nasconde una complessità unica. Lo devi saper ascoltare e aspettare. Inizialmente è più timido e rude di quanto si possa pensare e la componente minerale inganna, poi si riscalda e si ammorbidisce di quel sole che di giorno intiepidisce le rocce del suo terreno. È viscerale e fitto di mistero.

Les Crêtes è più immediato, può piacere in un attimo senza pensarci troppo. A chi ama i vini fatti bene, direi quasi “scolastici”, questo è perfetto. La bocca appare da subito rotonda, morbida, profonda e nasconde solo in parte i caratteri austeri della terra. Il tannino è levigato e l’acidità bilanciata. La virtù della montagna c’è pure qui ma l’animo è meno selvaggio, più domato ed addomesticato.

Al mio tavolo eravamo in tre. Io tra i due vini ho preferito quello di Selve, i miei amici del vino l’altro ma lo sapevo. Anche noi alla fine siamo come uno di questi due Picotendro, ed è bello imparare a stare a tavola assieme. Così come è bello far stare a tavola assieme due Picotendro così diversi.

Lo so che vorreste sapere perché il pollo aveva quattro zampe.

Vi lascio con un po’ di suspense…

 

 

12 Commenti

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Stefano

circa 2 settimane fa - Link

Grazie ! lettura piacevole, divertente, interessante e (non capita spesso) ben scritta. S.

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Gurit

circa 2 settimane fa - Link

Bell'articolo, brava :-) Ottimi nebbioli i Donnas, purtroppo definiti ingiustamente dai locali acidi e terrosi, ma che secondo me con appena pochi anni sulle spalle trovano già un giusto equilibrio.

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Marco P

circa 2 settimane fa - Link

Che sei poi continui a fare la strada statale che da Donnas scende verso Ivrea, appena entri in PIemonte incontri Carema: anche lì, la poesia dei terrazzamenti, dei muretti a secco e la schiettezza del nebbiolo di montagna...

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Stefano

circa 2 settimane fa - Link

Io sono più interessato allo strano posto in cui abiti e a come si faccia per trovare quando si torna a casa cibo e vino attaccati alla porta

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Angela

circa 2 settimane fa - Link

..mi è anche sparita una bicicletta..tutto normale anche qui! Evviva il paese e qualcuno che ci vuol bene dai.. ; )

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elle

circa 2 settimane fa - Link

Molto buono anche il nebbiolo base della cooperativa di donnas, il Barmet

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Marcovena

circa 2 settimane fa - Link

Ciao Angela, il Picotendro etichetta Rossa lo trovi su Wineyou enoteca on line molto molto ben fornita...

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Renato

circa 2 settimane fa - Link

Congratulazioni per la scrittura. Lettura veramente piacevole.

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Atos

circa 2 settimane fa - Link

Bellissimo racconto, sai descrivere ogni particolare in modo perfetto, e sei anche fortunata ad avere amici che ti vogliono bene

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Roberto

circa 2 settimane fa - Link

Brava! Bellissimo articolo

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ALESSANDRO

circa 2 settimane fa - Link

Ciao Angela. Compimenti davvero per questo articolo. Ricco di informazioni e al tempo stesso divertente. Sono riuscito a visualizzare tutte le situazioni di cui hai parlato. Quasi come essere lì. Chissà dove! Brava!

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Maurizio Gily

circa 1 settimana fa - Link

Il Nebbiolo non arriva dalle Langhe, nelle Langhe ci è arrivato. Quasi certamente è un vitigno di origine alpina,come dimostra la sua diffusione in tutto l'arco alpino occidentale, e le sue parentele genetiche con vitigni del Nord Piemonte e della Valtellina. https://www.researchgate.net/publication/269632112_Variabilita_genetica_e_parentele_inaspettate_del_Nebbiolo

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