Girls just wanna have fun. Intervista a Clizia Zuin 

Girls just wanna have fun. Intervista a Clizia Zuin 

di Tommaso Ino Ciuffoletti

Si può tranquillamente sostenere che il mondo del vino, o almeno del wine business, non sia un mondo maschile (e a volte anche un po’ maschilista). Lo si può fare, certo, con la stessa credibilità con cui si può sostenere che la terra è piatta, Cacciari è simpatico e Facebook ha migliorato le nostre vite. Ma anche se pare ci sia qualcuno che crede alla terra piatta, alla simpatia di Cacciari e pure alla bontà di Facebook, difficilmente troverete qualcuno disposto a negare che il mondo del vino sia effettivamente maschile (e a volte anche un po’ maschilista). Se poi lo troverete, molto probabilmente quel qualcuno sarà un uomo.

Del resto quello del vino è un settore piuttosto conservatore, sia detto come dato strutturale (in fondo è un business legato all’agricoltura). Se poi penso all’Italia in particolare, considero la sovrarappresentanza maschile nei ruoli, cosiddetti, apicali, la diffusa differenza di genere nei livelli retributivi, così come il permanere di certi stereotipi, quando non di sacche di vera e propria inciviltà dei costumi, dei dati talmente diffusi che difficilmente proprio il settore del vino potrebbe esserne immune.

E forse è anche per questo che le donne che amano e lavorano nel vino, hanno storie così affascinanti da raccontare. Specie quando a raccontartele è una donna che ha un modo così spontaneo di esprimere la propria femminilità. Tanto da spiazzarti.

“La prima volta che son stata in Champagne ero con un’amica e una sera avevamo bevuto ed eravamo belle arzille. Vediamo una vigna e subito l’ideona: entriamoci con la macchina! Ovviamente siamo sprofondate nel fango e siamo dovute andare in cerca d’aiuto. Ad Ambonnay, a dicembre – che ad Ambonnay a dicembre non c’è nemmeno il farmacista – due turiste ubriache e parlanti un pessimo francese, iniziano a bussare alle porte delle case in cerca di qualche uomo per tirar fuori la macchina. Non troviamo nessuno, ma una signora mossa a compassione, ci guida dal sindaco che prende in mano la situazione e ci scorta nel villaggio accanto dove c’è una stazione dei pompieri. E per me allora, quei pompieri furono gli uomini più belli che avessi mai visto in vita mia ed erano ancora più belli mentre si sdraiavano nel fango a cercare di tirar fuori la nostra Smart. Scene da lotta nel fango per pompieri, il tutto annaffiato di Champagne”.

Clizia Zuin è oggi assistant sommelier del Borgo San Jacopo, ristorante stellato di Firenze, ed è stata finalista 2018 al concorso come Miglior Sommelier d’Italia e prima fra le donne nella classifica nazionale. Ha passione, forza e una capacità sorprendente di tenere insieme un profilo estremamente professionale ad una gioia senza filtro nel godere del lato gioioso del vino. Potrebbe farti pensare che Cindy Lauper l’abbia scritta per lei, quella canzone che “Some boys take a beautiful girl / And hide her away from the rest of the world / I want to be the one to walk in the sun / Oh girls, they wanna have fun / Oh girls just wanna have fun”.

E forse è per via di quel sangue veneto, che pulsa in un cuore ormai molto toscano.

“Ricordo alla fine degli anni ’90, in Veneto, mio padre dirigeva una grande azienda e riceveva un sacco di regali per Natale. Così, lui, poco prima del 25 dicembre comprava la guida di Veronelli e il giorno di Natale c’era questo gioco fra noi: lui apriva i regali e mi diceva i nomi delle bottiglie, io, guida alla mano, stabilivo se chi aveva fatto il regalo gli volesse o meno bene! E ho iniziato così a farmi una prima mappa mentale del vino.

Mi ricordo tra gli altri Cepparello, di Isole e Olena, che fu il mio primo vero incontro col Sangiovese. All’epoca non era mica facile trovare del Sangiovese in Veneto (e non è che oggi sia tanto più facile) ed era forse ancora più difficile capirlo! Ma guida alla mano iniziai a farmi domande e così ho iniziato a fare vacanze in Toscana! Praticamente tutti gli anni”.

Dopo una laurea in lingue orientali alla Ca’ Foscari e un’esperienza di vita a Tokyo, Clizia, in quella Toscana che frequentava così spesso, finì col trasferircisi a vivere e a lavorare. Ma “When the working day is done / Oh girls, they wanna have fun / Oh girls just wanna have fun”.

“Lavoravo in una pelletteria su Ponte Vecchio perché mi permetteva di spostare facilmente i turni per poter partecipare a tutti gli eventi legati al vino che capitavano a Firenze. Non solo, ma mi dava anche il modo di studiare per diventare sommelier, degustatrice, iniziare a scrivere e anche a insegnare. Fu così che quando aprì Spirits Brands mi chiesero di prendere la gestione dell’enoteca”.

Clizia divenne letteralmente la tuttofare all’enoteca fiorentina Spirits Brands. In particolare organizzava serate di degustazione alle quali anche io, poco adatto a sentir parlare di un sentore per oltre 10 secondi, riuscivo a divertirmi, appassionarmi e – pur con tutti i miei limiti – addirittura ad imparare qualcosa.

“Ricordo tante serate che mi sono rimaste nel cuore. Ricordo quando per un 8 marzo organizzai una degustazione con tutti i vini fatti da donne e contattai persone come Silvia Imparato, di Montevetrano, una donna affascinante e dai modi aristocratici, che quasi mi sentivo in soggezione all’inizio anche solo a chiederle di mandarci un pensiero e che invece fu disponibilissima.

O Arianna Occhipinti, che aveva appena scritto un libro e per me era un mito. Capirai! Hai 35 anni, hai scritto un libro e guidi un’azienda in Sicilia. Io ero già innamorata ancor prima di conoscerla e me ne sono innamorata ancora di più quando l’ho conosciuta! Da quella serata sono nate anche amicizie, come con Susanna Grassi de I Fabbri”.

Altro che le atroci cronache di Plinio il Giovane sulla Roma in cui il vino era vietato alle donne, pena financo la morte: Romae non licebat feminis vinum bibere. Invenimus inter exempla Egnati Maetenni uxorem, quod vinum bibisset e dolio, interfectam fusti a marito eumque caedis a Romulo absolutum esse. A chi ha speso il proprio tempo a far cose più pratiche che studiare latino, basti sapere che la moglie di tale Ignazio Metenno venne uccisa a bastonate dal marito per aver bevuto vino da una botte. Il buon Romolo, che quanto ad omicidi di congiunti aveva una certa esperienza, pensò bene di assolverlo.

Passano i secoli e per fortuna anche gli uomini (un pochino) cambiano. Quello che Clizia chiama “il mio coinquilino” e che invece è un compagno appassionato e sorridente, si chiama Pietro Palma. È ambasciatore dello Champagne in carica, gestisce l’enoteca To Wine a Prato e quel che posso dirne io è che le poche volte che l’ho incontrato di persona, queste sono state un piacere sincero.

“Beh per conquistarmi siamo andati a Montevertine. Martino (Manetti) si è fidato a dargli le chiavi della cantina, da cui Pietro è uscito con una bottiglia di Montevertine Chianti Classico 1980”. Ohhh di stupore tra i presenti durante questo racconto e nota a margine non banale di Clizia. “Trattavasi di una bottiglia da 3 litri, credo come implicito omaggio alle mie ascendenze venete. Confesso che lì, Pietro vinse a mani basse”.

Riascolto altri passaggi della registrazione e mi rendo conto che ce ne sarebbe da scrivere almeno un altro pezzo, tra racconti di viaggi (“il vino lo amo perché ti permette di viaggiare, sia quando vai a visitare i luoghi del vino, sia quando parli di vino … e poi il vino cresce nei posti belli. Almeno quello buono!) e grappe del nonno, ma ormai ho Cindy Lauper nelle orecchie è anche io ho voglia di fare come le ragazze.

Oh girls, they wanna have fun

Oh girls just wanna have fun

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