Dell’amore di Cechov per lo Champagne

Dell’amore di Cechov per lo Champagne

di Samantha Vitaletti

Vino e musica furono sempre per me i migliori cavatappi” A.Čechov

Il vino in generale, e in particolare lo Champagne, sono sempre stati raccontati, e anche celebrati, dalla letteratura di ogni tempo e provenienza. Il vino si presta bene al ruolo di spalla, sa fare bene il fronzolo ma sa, altrettanto bene, dominare la scena. Nell’economia di una narrazione qualche volta è pura tappezzeria, altre volte si intreccia con le fila portanti della storia. Quasi sempre la sua presenza sottolinea momenti topici, è una sorta di accento, un grassetto su scene importanti che senza di lui non avrebbero lo stesso impatto sul lettore. La letteratura è il luogo dove tutto è possibile ed è il luogo più naturale dove l’improbabile si intreccia con il quotidiano. E a volte si infiltra nella vita molto più, e molto più efficacemente, di quanto non sia la vita a penetrare nella letteratura.

Anton Čechov beveva Champagne, con moderazione. Conscio della pericolosità dell’alcol, causa della rovina di uno dei suoi fratelli, fu per tutta la vita bevitore attento e responsabile. Čechov morì da personaggio cechoviano. Nel momento in cui si rese conto che la sua vita stava volgendo al termine, consumata dalla tubercolosi, rifiutò l’ossigeno e chiese invece che venisse ordinato il migliore Champagne dell’albergo dove si trovava dopo aver abbandonato volontariamente l’ospedale. Si racconta che gli venne servita una bottiglia di Moët. Raymond Carver dedica un intero racconto agli ultimi giorni di vita di Čechov, si chiama “L’incarico” ed è un piccolo capolavoro di ritrattistica dal vivo, non tanto nel senso di fedele riproduzione di un soggetto, quanto di restituzione pura di un sentimento, in questo caso del senso dello sgomento, dell’incredibile tangibilità dell’assurdo nel quotidiano. Il giovane cameriere dell’hotel, incaricato, appunto, di servire lo Champagne del commiato alla vita si trasforma nella personificazione del più straniato sbigottimento.

Čechov morì in Germania, a luglio, nel bel mezzo di un’estate calda. Ma non è l’episodio dell’ultimo Moët, del brindisi dell’addio, a decretare l’indiscutibile “cechovianità” di Čechov. Per “cechovianità” intendendo quel vivere la vita imbevuti di un’ironia pura che non degenera mai in sarcasmo. Non c’è mai cattiveria in Čechov, c’è semmai una sorta di guardarsi vivere dopo aver imparato a galleggiare nelle sabbie mobili, con la consapevolezza che dalle sabbie mobili difficilmente si esce, e che l’unica soluzione è quella di prenderla con ironia, almeno fino a quando si riesca a riempire la bocca d’aria e non di melma.

La salma di Čechov parte in treno diretta a Mosca. Lui, il bevitore di Champagne, è il caso di dirlo, fino alla morte, viene caricato su un vagone refrigerato recante la scritta “Trasporto Ostriche”. Un abbinamento organoletticamente scorretto ma che almeno in questo caso non può che suscitare stupore e meraviglia per l’occorrenza di un’altra di quelle buffe coincidenze alle quali Čechov ha dedicato fiumi d’inchiostro.

Čechov dedica allo Champagne due racconti in cui la bollicina francese è la protagonista indiscussa, l’elemento in grado di cambiare radicalmente le sorti di una giornata, quando non di una vita. Čechov racconta lo Champagne riconoscendogli una sorta di potere trascendentale capace di influire sulla vita e sulla percezione della realtà. Il primo di questi racconti ha il sottotitolo di “Memorie di un mascalzone” ed è la sublimazione del vecchio detto “al peggio non c’è mai fine”. La voce narrante è quella di un giovane capostazione dallo sventurato passato di dickensiane memorie, di stanza in un villaggio sperduto e semideserto della steppa nella Russia sudoccidentale. Il tizio è ammogliato ma ha velleità da scapolo che, per effettiva carenza di materiale umano, sembrerebbe destinato a non poter mai soddisfare. La sua distrazione più grande consiste nell’osservare i passeggeri dei treni che transitano per la sua stazione e nel bere “quella sconcia vodka alla quale i giudei mischiavano del narcotico”. Una vita triste e noiosa, trascorsa a rimpiangere quello che sarebbe potuto essere e non è stato.

Triste e noioso anche l’ultimo dell’anno, seppure quella sera si prospetti un po’ meno mesta del solito perché il programma è quello di stappare due bottiglie di Veuve Clicquot, definite “tesoro”, vinte ad una scommessa e tenute in serbo per un’occasione importante. Già la sola presenza fisica delle due bottiglie conferisce un’aria di festa al mesto salotto e alla triste figura della malinconica insoddisfatta consorte. Ma questo è Čechov ed è lecito aspettarsi che le carte vengano repentinamente rimescolate affinché si scopra un intero mazzo di assi di picche. All’apertura della prima bottiglia si verifica un primo incidente: “quando il turacciolo volò con uno scoppio al soffitto, la bottiglia mi scivolò di mano e cadde sul pavimento. Se ne rovesciò non più d’un bicchiere di vino, perché feci in tempo a riafferar la bottiglia e a tapparne col dito il collo sibilante”.

Questo incidente, apparentemente di poca importanza, spaventa la triste e superstiziosa consorte che interpreta l’evento come un segnale foriero di grandi sventure per l’anno nuovo. La terrorizzata reazione della donna fa imbestialire il capostazione che trangugia in un sorso metà della bottiglia e si catapulta fuori di casa per sbollire la rabbia. Mentre mezzo ubriaco (aveva già bevuto parecchia vodka corretta durante la giornata) vaga lungo le rotaie vaneggiando e vagheggiando su quali potessero essere le sventure evocate dall’incidente della bottiglia, concludendo infine che nulla di peggio di quanto non avesse già vissuto gli sarebbe mai potuto capitare: “Che può dunque accadere? La mia giovinezza si perde, come si dice, per meno di una presa di tabacco”, ecco passare un treno, portandosi dietro il corredo del suo moderno fragore. Sbollita la rabbia e smaltita un po’ la sbornia l’uomo rientra in casa dove trova la moglie in evidente stato di eccitazione. Pare che proprio da quel treno sia scesa una zia della donna che sarà loro imprevista ospite per qualche giorno. La zia è una gran bella donna, ciarliera e con evidente voglia di divertirsi. “(…) mi pareva che tutto, fino al minimo granello di polvere, fosse ringiovanito e diventato gioioso in presenza di quella creatura nuova, giovane, bella e peccatrice…” Quale momento migliore per aprire la seconda bottiglia di Veuve Clicquot? La signora apprezza e la bottiglia viene finita nel breve tempo in cui i due restano soli in salotto.

L’alcol deve giocare molto bene le sue carte perché in quei pochi minuti accade qualcosa che non è difficile immaginare e che catapulterà il nostro capostazione nella rovina definitiva di una da clochard. “(…) non ricordo quel che fu dopo. Chi gli garbi sapere come incomincia l’amore legga romanzi e lunghe novelle (…). Tutto andò al diavolo e sottosopra. Mi rammento di un terribile, furioso turbine che mi deve roteare come una piuma. Mi fece roteare a lungo e cancellò dalla faccia della terra e mia moglie, e la zia stessa, e la mia forza. Dalla stazioncina della steppa, come vedete, mi ha sbalestrato in questa via buia. Adesso dite: che può ancora accadermi di brutto?”. Insomma, lo Champagne non è solo gala, lustrini, lusso. Ma ha innegabilmente il potere di cambiare le cose. In meglio, quasi sempre. Qualche volta no, e Čechov insegna il principio dell’accettazione o, in altre parole, che tòcca starci.

Il secondo racconto dal titolo “Champagne” è un vero piccolo gioiello per l’efficacia e la leggerezza dell’espressione, per la precisione lessicale e per l’ironica eleganza nella costruzione del discorso. Non sono riuscita purtroppo a trovarne traduzione in italiano. Il sottotitolo suona come “Riflessioni dopo la sbronza dell’ultimo dell’anno”, concetto non proprio alieno a molti di noi avvezzi alle gioie del vino.   Ecco la sublimazione del più classico dei pianti del coccodrillo. Čechov si rivolge accoratamente al lettore con fare quasi paterno e con il tono di chi sta vivendo un terribile dolore dal quale vorrebbe preservare tutta l’umanità. I malesseri del post sbronza sono ben noti e spesso, anche se ci si ripromette che non accadrà mai più, ci si ricade e quasi sempre con lo stesso arrabbiato stupore della prima volta. Vale la pena soffermarsi sulle descrizioni dello Champagne, sugli aggettivi che Čechov sceglie per qualificarlo: “scintilla come un diamante e si insinua come un ruscello nel bosco”, è una “cocotte che unisce la bellezza alla menzogna e all’insolenza di Gomorra”. È anche divertente l’analisi sociologica del bevitore di Champagne: chi è? Quando ne beve? Beh, per esempio si usa bere Champagne alle feste di fidanzamento o ai matrimoni. Cioè in quei momenti in cui “in cambio di un paio di gambe l’uomo si carica sulle spalle un fardello per tutta la vita”. Ma si beve anche alle feste di pensionamento, cioè quando “il festeggiato ha praticamente già un piede nella fossa”. E si beve ai banchetti funebri: “E alla tua morte, o lettore, brinderanno con lo Champagne i tuoi parenti, felici per l’eredità che avrai loro lasciato”. E conclude: “meglio star lontani dallo Champagne! Là dove non ci sono limiti, dove c’è dissolutezza, dove si fanno porcherie, là è lo Champagne”. E’ un avvertimento così accorato che non può non esser preso sul serio.

(E tuttavia, a legger bene tra le righe, si insinua un altro pensiero: non dev’essere andato proprio male quel Capodanno a base di Champagne…)

3 Commenti

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Nicoletta

circa 1 anno fa - Link

Grandissima Vitaletti! Due passioni che condivido con te: vini e letteratura. Grazie per avermi regalato una pausa divertente e interessante. N. p.s. concordo con te, sull'ultima frase, anche se il prezzo da pagare è stato troppo alto da pagare...

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Nicoletta

circa 1 anno fa - Link

acc...scusa per la ripetizione nel commento...mi è partito prima che potessi rileggerlo

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Samantha

circa 1 anno fa - Link

Grazie Nicoletta!

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