Come vignaioli alla fine dell’estate: la recensione

Come vignaioli alla fine dell’estate: la recensione

di Massimiliano Ferrari

Una cosa che non faccio mai quando leggo un libro, qualsiasi esso sia, è quello di farlo con una matita in mano. Mi spiego meglio. Mi sono dato un principio assoluto, quello di non sottolineare, scribacchiare, mettere note, fare le famigerate “orecchie” alle pagine come segnalibro, in sostanza tratto il libro come un oggetto sacro, da mantenere praticamente intonso, addirittura pongo la massima attenzione nell’aprire le pagine per non forzare la rilegatura.

Capisco che questa confessione possa far intervenire qualche psichiatra allarmato ma è una mania che sfugge al mio controllo.

Poi succedono cose strane, per esempio che ti capiti di trovare in una libreria fuori mano il secondo libro di Corrado Dottori, Come vignaioli alla fine dell’estate, e di trasgredire ogni regola di cui sopra. Quindi sottolineo, lo annoto con matite diverse, ne stropiccio le pagine a forza di letture e riletture.

Il ricordo del suo primo, Non è il vino dell’enologo, uscito ormai un decennio fa sempre per Derive Approdi e poi rieditato in una nuova versione nel 2019, è sfumato ma la memoria di un testo seminale, di rottura, è ancora forte. Un volume che fin dal titolo segnava l’inizio di una nuova era nel sonnacchioso mondo del vino dell’epoca.

Terminata l’ultima pagina, la prima riflessione istintiva è che sia quantomeno curioso che un libro decisivo come questo, nutrito di fatti e riflessioni, sia stato scritto da un vignaiolo piuttosto che da qualche giornalista o cronista appartenente all’universo enologico. Non sto dicendo che chi produca vino debba rinchiudersi in cantina e pensare solo a fermentazioni e rimontaggi, anzi ben vengano vignaioli con mani che sappiano sia potare che scrivere come si deve, ma che una analisi attenta e cazzuta come questa non provenga da chi sarebbe tenuto professionalmente a raccontare e indagare, ecco un pò mi preoccupa sullo stato di salute della stampa specializzata.

Quello di Corrado Dottori è un libro che esce in un momento cruciale ma viene accolto in una platea che si tiene a debita distanza da temi complessi e attuali come ecologismo, emergenza climatica, antropocene e impatto umano.

Ma attenzione non si tratta dell’ennesimo volume infarcito di catastrofismo e livore, di domande a cui non seguono risposte, è piuttosto un accurato quanto accalorato testo che mette insieme dati e numeri, biografia e idee, provocazioni e sovversioni mantenendo un finale di speranza, di cauto ottimismo, di seria presa di coscienza.

Come vignaioli alla fine dell’estate è un assemblaggio riuscito che si fa di volta in volta diario di vigna, pamphlet corrosivo, miscellanea ragionata di teorie politiche ed economiche, riflessione personale e appiglio biografico, con l’ulteriore pregio di mettere alla berlina, con rara autocritica, buona parte del circo del vino italiano, lui compreso: “…E poi ho assistito a questa trasformazione per cui i vignaioli sono divenuti quasi delle rock-star. Adorate e venerate da stuoli di fan. Con tanto di atteggiamento narcisistico da parte di molti di noi, me compreso ovviamente.

Il tema centrale del libro è però prima di tutto la lucida analisi della rotta autodistruttiva presa dal pianeta in cui viviamo vista attraverso il cannocchiale di un piccolo vignaiolo partendo dalla propria storia di vita, dalla propria vigna.

Dottori compila la cronaca di un anno “vissuto pericolosamente”: vigne da potare, una vendemmia da condurre a termine, importatori e clienti da incontrare, fenomeni atmosferici da arginare.

Si può discutere dell’enorme cambiamento che la Terra sta subendo iniziando da una vigna?

È questa la scommessa che Corrado Dottori prova a giocare. Il libro tenta di indicare una strada, stretta, inerpicata, scomoda, dove comunque un passaggio si intravede. Resta solo incamminarci.

Ricucire lo strappo che si è aperto fra noi e il mondo è l’imperativo cui non possiamo più sfuggire. Chiudere il varco prima che diventi un burrone invalicabile. Saltare dall’altra parte, ricongiungersi alla natura, è il nostro destino se vogliamo salvarci.

Dottori riconosce agli artigiani del vino naturale un ruolo determinante nella possibilità di una salvaguardia dell’ambiente terrestre. Il lavoro che essi svolgono in vigna, la tutela di una biodiversità minacciata e la produzione di vini diventano quindi, nelle sue parole, non fini ma mezzi destinati alla costruzione e alla difesa di rifugi-vigna, rifugi-orto, rifugi-bosco. Vignaioli come custodi di ecosistemi sostenibili.

Il libro di Dottori è una presa di coscienza lucida e appassionata che non risparmia nessuno. Un micromondo di vignaioli assurti alla ribalta, osannati alla stregua di idoli. Una stampa specializzata che non fa domande, ma storytelling, che non si interroga e segue talvolta copioni già scritti. Sommelier che hanno abdicato alla dittatura di un gusto schematico e standardizzato e la lista potrebbe continuare…

Il mondo del vino naturale viene dissezionato come farebbe un chirurgo durante un’autopsia. Dottori è stato uno dei vignaioli più coinvolti e attenti a tracciarne i confini e portarne avanti le istanze, a costruire un corredo teorico del movimento naturale ma, nel corso del libro, ne diventa anche censore stigmatizzando alcune deviazioni come ha fatto, in tempi non sospetti, Sandro Sangiorgi in un intervento apparso su Porthos.

È apprezzabile l’approccio laico con cui Dottori giudica questo movimento, lontano dal credo militante di alcuni pretoriani e dalle crociate degli hooligans dell’ortodossia naturale ad ogni costo.

Analizzando il vino naturale Dottori riconosce la forte carica sovversiva degli inizi, l’onda d’urto che ha scosso un mondo del vino “vecchio, putrido, insostenibile” per usare le parole del libro.

Ma allo stesso tempo se ne criticano gli approdi, quello di essere diventato preda ambita da furbi e lestofanti, un’utopia libertaria che si è cercato di trasformare prima in un metodo e poi in un marchio. Quello che era un movimento unitario ha rischiato di implodere sotto la spinta di derive scissioniste, attraversato dalle sirene di guadagni facili, quasi vittima del suo stesso successo.

In definitiva siamo solo degli agricoltori e tutto questo successo, questa attenzione mediatica, questa passione, rischiano di farci perdere del gran tempo e distoglierci da ciò che è davvero importante.”

In un passaggio, a mio avviso cruciale, il vignaiolo marchigiano pone l’accento sul fatto che se c’è stata una rivoluzione naturale sia passata innanzitutto attraverso un ribaltamento estetico, che ha interessato innanzitutto il gusto. Il gusto di vini come i Morgon di Thevenet, la ribolla di Radikon o il grillo di Nino Barraco, liquidi che hanno ribaltato consuetudini enologiche e regole di degustazione scardinando i modelli polverosi delle scuole per sommelier ripresi in modo pedissequo da scribacchini e operatori del settore.

Allo stesso modo anche il linguaggio del discorso del vino ha subito una mutazione genetica, risentendo di una spinta omologante che ha reso tutto similare, tutto assimilabile sull’altare del marketing, del processo economico e della merce-prodotto. Un esempio calzante che ritrovo nel libro è l’analisi del dilagante uso e abuso della parola tipico e del concetto di tipicità. Gli ultimi anni hanno visto uno sciame di queste parole infestare qualsiasi prodotto commestibile, qualunque bevanda, cibo, tradizione alimentare.

Come già avvertiva Veronelli, tipicità rimanda alla radice di tipo, quindi qualcosa di riconducibile ad un canone, uno schema sempre identico a se stesso che si ripete senza possibilità di variazioni o mutamenti. “Siamo lontanissimi dal concetto di origine: originario ha a che fare con l’originalità, che è esattamente il contrario del tipico.

Nonostante la serietà dei temi trattati, il libro riserva anche vere perle di ironia mordace come questa: “Vinitaly è una delle rappresentazioni plastiche del perché la specie umana abbia raggiunto la fine della sua parabola evolutiva. Non potremo che estinguerci a breve.

Nel libro trovano poi spazio, come luminose schegge di artigianalità, le attività che ogni giorno il vignaiolo compie. La potatura di una vigna ad alberello, l’osservazione delle gemme nascenti, gli assaggi dalle botti e l’etichettatura delle bottiglie. Gesti ripetuti, quotidiani. Perché fare vino è pratica fatta di attimi, di momenti che messi l’uno fianco all’altro fanno una stagione, fanno il lavoro di una vita.

Il lavoro di un vignaiolo è rimanere ogni anni sospeso sopra un filo guardando l’abisso che si apre al di sotto. “Ci è data una sola possibilità all’anno di creare qualcosa. Un colpo solo. Nessuna replica.

E il successo di un vino si decide in quegli istanti in cui ci si gioca tutto, sempre gli stessi ma mai uguali, non nelle fiere, nei salotti e nelle mille chiacchiere che a volte sovrastano tutto. Perché come scrive l’autore, “il mondo del vino è oggi un mondo in cui semplicemente si parla troppo.

Si esce da questa lettura frastornati e forse con un sottile e insinuante senso di colpa. La colpa di far parte, volenti o nolenti, dello stato di cose che viene descritto e analizzato, di esserne attori inconsapevoli con gesti quotidiani e, all’apparenza, innocui. Ma allo stesso tempo si finisce il libro con la consapevolezza di aver ricevuto un messaggio in bottiglia da un naufrago, da un superstite di un’isola (quasi) deserta, da una riserva indiana dove parole come etica, sensibilità ed equilibrio hanno ancora un significato.

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Massimiliano Ferrari

Diviso fra pianura padana e alpi trentine, il vino per troppo tempo è quello che macchia le tovaglie alla domenica. Studi in editoria e comunicazione a Parma e poi Urbino. Bevo per anni senza arte né parte, poi la bottiglia giusta e la folgorazione. Da lì corsi AIS, ALMA e ora WSET. Imbrattacarte per quotidiani di provincia e piccoli editori prima, poi rappresentante e libero professionista. Domani chissà. Ah, ho fatto anche il sommelier in un ristorante stellato giusto il tempo per capire che preferivo berli i vini piuttosto che servirli.

9 Commenti

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Luigi

circa 8 mesi fa - Link

“il mondo del vino è oggi un mondo in cui semplicemente si parla troppo.” Scrive chi ne parla scrivendoci un libro sopra. Ironica contraddizione, tra le tante di questo amato mondo che ci dà da mangiare prima che da bere. Ma è evidente che ci piace così perchè ci serve così.

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Massimiliano

circa 8 mesi fa - Link

In realtà degli argomenti trattati dal buon Dottori ne parlano a bizzeffe giornali e TV, il cambiamento climatico, il pianeta alla deriva e le cavallette di biblica memoria vengono inserite ad ogni piè sospinto in qualsiasi argomento, dal cibo, al vino, dai virus alla politica economica, e devo dire che se son d' accordo che il primo libro di Dottori era un testo di rottura o per lo meno originale ed intimo, in questo ci trovo un conformismo superficiale che mi ha annoiato in maniera particolare. Per altro, evviva sempre il vino di Dottori che mi piace immensamente.

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Pasquale

circa 7 mesi fa - Link

L'Italia è proprio il paese dell'ipocrisia e della retorica. Dottori ogni anno partecipa al Vinitaly . Non potremo che estinguerci a breve

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Massimiliano

circa 7 mesi fa - Link

Ma lei dove ha letto nel suddetto libro che Dottori scrive di non partecipare a Vinitaly?

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Pasquale

circa 7 mesi fa - Link

"Il Vinitaly è una delle rappresentazioni plastiche del perché la specie umana abbia raggiunto la fine della sua parabola evolutiva. Non potremo che estinguerci a breve.” Corrado Dottori

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Luigi

circa 7 mesi fa - Link

Questa mi sembra un'iperbole. E comunque è una di quelle contraddizioni di cui parlavo sopra e di cui mi sento di essere parte: partecipo anche io a Vinitaly pur condividendo il pensiero di Corrado a riguardo.

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pasquale

circa 7 mesi fa - Link

Che senso ha criticare il Vinitaly, definendolo la fine della parabola evolutiva della specie umana, se poi vi si partecipa? Mi sembra qualcosa di più di una contraddizione. Se è così urgente salvare il pianeta e l'umanità dall'estinzione, se il Vinitaly è complice d questa parabola distruttiva perchè collaborare alla riuscita di questo evento? Forse perché si vuole la botte piena e la moglie ubriaca. Il Vinitaly è un buon mercato, ma anche l'ecologismo degli anni '20 si prospetta come un mercato in espansione.

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Aurora N

circa 7 mesi fa - Link

I discorsi reazionari su la nostra specie che meriterebbe l'estinzione li trovo deliranti, così come certe tesi malthusiane tanto care ad una parte dell'ecologismo moderno. A questi signori consiglio vivamente la lettura, anzi lo studio de La dialettica della natura di F.Engels. Ma lasciamo perdere.

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Vincenzo Busiello

circa 5 mesi fa - Link

Recentemente ho aperto terre silvate 2018 e nur. Volatile a manetta. Mi dispiace ma non sono questi i vini naturali. Questi sono i vini puzzoni

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