Il Santo Graal del Priorato

Il Santo Graal del Priorato

di Davide Tenconi

È il Priorato più famoso di Catalogna ma non c’entra nulla Sion, i Cavalieri templari o i racconti di Dan Brown. Solo una cosa accomuna il romanzo, trasformato in pellicola da Ron Howard, con le terre che circondano la cittadina di Falset: il Santo Graal. Se per il regista di Happy Days era l’eredità in terra di un figlio legittimo di Gesù Cristo, per i produttori catalani è il vino simbolo di un territorio in crescita esponenziale, basato sull’uso raffinato e consapevole di garnatxa (il cannonau sardo) e carineña (qui chiamata samsó).

Il Santo Graal del Priorat ha raggiunto la DOQ (la DOCG italiana) nel 2000, il massimo livello qualitativo, un sogno per chi si insediò qui nel lontano 1979, quando era tutto abbandonato e la vite era rara come un diamante rosa. Oggi ogni produttore farebbe carte false per avere qualche ettaro nella Provincia di Tarragona a ridosso della Serra del Montsant. E le richieste arrivano persino dal Sudafrica.

Il Priorato ha un padre: René Barbier (in foto). Uomo schivo, dallo sguardo severo, ma animato da una passione per la viticoltura che si riscontra in ogni pelo bianco della sua barba curata. Lui si trasferì nel Priorato quando non c’era nulla. E non parliamo di vino ma di vita. I paesini della zona erano stati quasi completamente abbandonati a causa delle politiche franchiste che avevano impoverito la regione e fatto scappare i cittadini verso le periferie di Barcellona. Arrivare nel Priorato era difficile, con strade strette e molte volte senza segnaletica.

Insomma, trasferirsi nel Priorato era una follia, figuriamoci farci del vino! René non aveva una peseta, chiese un piccolo prestito al suocero per iniziare il suo sogno senza ascoltare le tante lamentele e le enormi perplessità che animavano il suo progetto. Scoprì un tesoro che prende il nome di llicorella, un suolo ricco di quarzo, appartenente all’era Paleozoica, poroso e drenante. Il partner ideale per la coppia Garnatxa-Carineña. Barbier decise di scommettere sulle qualità quando prima si faceva solo vino ricco d’alcol, molte volte da vendere ai produttori francesi che aveva bisogno di corpo per le loro botti. Scala Dei, ora di proprietà di Codorniu, fu il primo produttore che decise di indirizzare i suoi prodotti con un taglio meno corposo e più elegante, sulle stile tracciato da Barbier. I tempi, però, non erano dei più semplici. Crisi economica, difficile passaggio a una democrazia rappresentativa, assenza di manodopera, era questo le scenario nel quale si trovarono a lavorare i pochi produttori del Priorato fino al 1989. Perché 1989? Semplice, è l’anno del primo Clos Mogador, il vino di Barbier. Ci vollero dieci anni, l’unione con quattro amici enologici e un viaggio magico a Parigi.

Barbier non voleva che il Priorato passasse ad essere un vino spagnolo senz’anima. Sognava una nuova Borgogna. Decise di viaggiare nella capitale transalpina per presentare il suo lavoro in bottiglia ai più importanti degustatori francesi. Sapeva che Spagna nel 1989 voleva dire “barrique, vaniglia, tempranillo, Rioja”. Non aveva grandi aspettative prima della partenza. Tornò in Catalogna con più ordini di quelli che si sarebbe mai sognato. Il terroir era il punto di forza, la llicorella l’arma segreta. I vini del Priorato era carichi nel colore ma eleganti, con una freschezza e una persistenza in bocca quasi inaspettata e simile ai migliori Cabernet Franc della Loira.

Con Barbier l’altro nome storico è Álvaro Palacio, bottiglie che si presentano sul mercato a più di 700 euro nelle annate “deboli” ma che possono superare tranquillamente i 1.000 euro. Senza arrivare a quelle cifre, si possono bere eccellenti Priorato anche a costi più contenuti. Un esempio è Mas d’en Compte Negre della cantina Cal Pla, una famiglia che vive da “quelle parti” solo dal lontano 1300. Il vino ha un coloro leggermente più scuro che un Priorato da manuale, con un tannino marcato ma leggero. L’Espill del Celler Cecilio (25€ la bottiglia) ha un modello di commercializzazione interessante: il 90% delle vendite le fa nella propria cantina, invitando i professionisti del settore come la semplice clientela a passare per Falset. Amatore alla Gigi Rizzi, Cecilio riesce a produrre un vino dal colore violaceo, profumato, con una presenza importante di tannini ma con una freschezza unica. Decisamente sconvolgente St’Antoni di Scala Dei. Un Priorato che nasce a 600mt s.l.m. e senza la presenza nel sottosuolo della llicorella. La ricerca dell’unicità ha prodotto un vino con una nota mediterranea che si incontra subito al naso: liquirizia e finocchietto selvatico su tutte. Colore che tende al granata e con un’ottima possibilità di migliorare con il passare degli anni.

A voi la scelta della strada da percorrere, oltre ai vini già menzionati: L’Eremita di Álvaro Palacio, Clos Erasmus di Daphne Glorian o Les Manyes di Dominik A. Huber se avete tanti euro nel portafoglio; Clos Martinet di Josep Lluis Perez, Clos Figueres e Doix di Celler Mas Doix se il vostro budget è più low cost. Una cosa è certa: dopo aver provato il Priorato la vostra sete di conoscenza aumenterà sempre di più.

2 Commenti

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Montosoli

circa 3 anni fa - Link

C'e un articolo coorelato anche su Decanter

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Matt

circa 3 anni fa - Link

una precizione : nel assemblaggio di Clos Mogador ci sono anche 20% di Cabernet Sauvignon e 20% di Syrah (che tende oggi a sovrainnestare con le varietà locale).

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