Il primo Giacosa non si scorda mai | Barbaresco Santo Stefano di Neive 1996
Non bevo Barbaresco quotidianamente. Nella mia zona girano poche etichette spesso inaccessibili. Le Langhe non sono vicine e approfitto delle fiere, coi limiti che conosciamo: più che degustare tecnicamente un vino cerchi di intuirlo. Unico antidoto, ove possibile, la serialità. Cioé assaggiare lo stesso vino nella stessa fiera più volte e in mezzo a batterie diverse. Facendo una “media” delle note di assaggio non puoi che centrare il prodotto con buona approssimazione. Diciamolo poi, certi scorci meritano il viaggio.

Bruno Giacosa è uno degli uomini del vino che vorrei conoscere. In fiera ho scambiato due parole con Bruna, sua figlia, e Giorgio Lavagna – l’enologo che ha sostituito lo storico Dante Scaglione. Ho assaggiato più volte i vini ma non è di questi che parlerò. L’assaggio sconcertante è venuto dopo. A cena con un amico siamo stati attratti da una bottiglia, esitando non poco l’acquisto: quasi 100 euro non sono bruscolini e la passione batte cassa.
Caso ha voluto che passasse di lì Ivano Antonini, braccato al volo per un consiglio poi rivelatosi fatale e illuminante: Barbaresco Santo Stefano di Neive 1996 – Casa Vinicola Bruno Giacosa.
Un vino sorprendente ed entusiasmante. Sapevo della grande annata ma poi ogni bottiglia fa storia a sé. La storia del mio primo vero Giacosa è stata una gioia. Colore indefinibile con la luce del locale, naso inizialmente scontroso, diffidente, poi pieno e coinvolgente: prugne, viole, terra, arancia disidratata, erbe, amaretto, cuoio, note balsamiche e ricordi di mineralità ferrosa che fanno capolino sotto al bouquet. Ammaliante l’odore, sconvolgente il sapore.
Diresti pronto e non maturo, tanto l’ardore tannico a scuotere le papille. 13 anni sulle spalle e un timbro gustativo di grande contrasto, nessun tannino setoso e addomesticato, qui si graffia, c’è un mordente di nessuna banalità che però non asciuga, e a lasciare di pietra è un equilibrio tattile in fieri: già c’è ma crescerà. Degustandolo – questo sì, finalmente – in un’ora, il vino tira fuori una complessità gusto-olfattiva debordante e una vivacità scalciante fuori dagli schemi, felicemente priva di ogni mediazione.
Chiede attenzione e non si concede al primo sorso, la lunghezza è prodigiosa. Un vino del ‘96, da 96 euro e 96 punti, lasciandolo riposare ne guadagnerà almeno un paio.
A suo tempo, nessun riconoscimento di grido. Prevedibile. Assaggiato 10 anni fa immagino durezze incontenibili, le stesse che solo ora iniziano un percorso domestico.
Quanti anni di vita possiamo ipotizzare davanti a questo vino? A spanne, si misurano in decenni, che dite? A pensarci bene, il senso di meraviglia è tutto qui: già grandioso ma ancora indomito. Che storia affascinante, quella del Bruno Giacosa da Neive.
Bruno Giacosa – Az. Agr. Falletto
Via XX Settembre, 52 – Neive (Cn)
Tel. +39 0173 67027 – Fax +39 0173 677477








Quando si parla di Giacosa non posso fare a meno di rompere il mio silenzio per un applauso da standing ovation! Mi permetto semplicemente un piccolo commento sul vino in questione, non tanto per la magnificenza che in sè incarna (senza doverlo nemmeno ribadire), quanto per la descrizione un tantino “Di repertorio”. Pur concordando sui vari sentori descrittivi, non ti sembra di buttarla giù un pochino troppo “dura” sulla “difficoltà” del vino??? Non si potrebbe provare a cambiare il concetto di ruvidezze, tannini e compagnia bella, sostituendole con concetti più semplici, quali “anima” e “sincerità”? Ho sempre l’impressione che qundo si parla di produzione langarola si finisca inevitabilmente per cadere nel clichet un po’ bolso dei vini difficili, scontrosi, che non regalano niente. E se ti dicessi che invece trovo quel vino (per inciso, segnati l’asili 2005 del Nostro e riparliamone tra 10/15 anni, se non ho visto male dovremo ricrederci sull’annata riguardo il buon Bruno) di una semplicità disarmante? con crudezze e aspertià tattili che sono solo apparenti, come il carattere burbero di certi contadini, la cui sostanza è ricchezza, generosità, finezza. Solo per concludere, la semplicità (non l’essere semplicistico) è proprio quella enorme dote che solo i giganti possiedono, quella che ti permette di renderti comprensibile anche dai meno dotti, proponendo infinite chiavi di lettura in grado di soddisfare il professorone barboso e l’umile bevitore.
Se ci stai tiriamo su una petizione pro-tannini, non ne posso più di questi vini femminili, lucidi e tirati come le cinquantenni rifatte!!
sarebbe bello ma del tutto inutile, temo. Come la giri la giri, i “signori” del vino sarebbero in grado di far passare un tannino verde e non evoluto per una sciccheria ai non “addetti ai lavori” trovanoci, par contre, a passare dai succhi di frutta alla mora, ai mattoni spezzalingua. Purtroppo la storia dice una cosa molto cruda: per fare i grandi vini ci vogliono viti di altissimo pregio, almeno vent’anni di cultura razionale, una mano saggia e un terreno (non diciamo terrorir se no mi prendete per il solito enosnob!!!) degno di questo nome. Considerando che non abbiamo un serio studio di zonazione, e forse nemmeno lo vogliamo, per quanto la si possa raccontare invecchieremo come quegli anziani che la sanno lunga ma che nessuno ascolta perchè poco “trendy”, scolandoci (il maggior numero possibile) di siffatti capolavori. A me, tutto sommato, la cosa non dispiace troppo. Peccato solo per chi si perde certe EMOZIONI
Fiuuuu… Stavo già cominciando a preoccuparmi che non ti fosse piaciuto…
bruno giacosa parla molto poco, davvero poco, ale
Suggerisco a tutti alcuni dei contributi più interessanti, a tratti toccanti, che si trovano in rete sul “genio di Neive”.
Il primo è di Ivano Antonini, con una documentazione filmata da ascoltare, riascoltare e conservare preziosamente.
Il secondo, su Lavinium, è di Marco Arturi.
Il terzo, per così dire d’attualità, è di Franco Ziliani.
[...] 1 – “La cucina non è roba per donne“. Questa è stata la dichiarazione di guerra. Dopo sanguinose battaglie e un lungo processo negoziale, si è convenuto che le femmine sono realistiche, quindi immuni dal delirio megalomane che fa il grande cuoco. In compenso, non esistono ristoranti pilotati da donne chiusi per fallimento, fuga a Cuba o arresto per spaccio di cocaina. Roba normale nella ristorazione maschile. 2 – Fegato grasso, fegato spappolato. Togliete tonno e fuàgrà dal menù. 3 – Et voilà, vi squaderniamo tutte le novità della nuova guida Michelin. 4 – “Chissà Aldo Grasso che risate si farebbe se Bonolis o Santoro gli negassero per iscritto il diritto di giudicare le rispettive trasmissioni”. Lo chef che ha detto alla guida Michelin: nessuno mi può giudicare. 5 – La nuda verità | Nella sua infinità bontà, il partner vi concede il nullaosta temporaneo. Per quanto i meritevoli vadano rarefacendosi, con quale chef, critico o foodblogger cucinereste nudi? E perché? 6 – Rappelez-vous Ségolène Royal, che sfidò Nicolas Sarkozy nella corsa alla presidenza francese uscendone sconfitta ma non vinta. In settimana ha provato una ricetta italiana. Il piedino di porco. 7 – Ci siamo radunati a Napoli per il primo D(issapore)-Day. Gustatevi la gallery con una precauzione. Certe foto farebbero morire di colesterolo una camerata intera di cardiologia. Enfasi su colesterolo. 8 – La consuetudine gastronomica prevede che la cottura avvenga quando l’astice è ancora vivo”. Punto. Ma un giudice impugna la sentenza, manca una perizia che verifichi le sofferenze delle povere bestie. Aspettando l’appello, è vivamente consigliata la sedia elettrica per aragoste. 9 – Dopo le dichiarazioni anti-pausapranzisti del ministro Rotondi — La pausa pranzo è un danno per il lavoro, blocca l’Italia, vi abbiamo invitato a non scrivere commenti indignati tipo “questo signore non ha mai lavorato cosa volete che sappia della pausa pranzo”. Poi abbiamo saputo che il Parlamento ha 6 (sei) ristoranti, più due buvette, svariati bar e baretti dove pascola una tribù di 950 rappresentanti della nazione, più 3.000 dipendenti e 300 giornalisti. Costo: 20 milioni di euro all’anno, e passa. 10 – E ora qualcosa di completamente diverso. Roma vs Milano. Dovesi mangia meglio? 11 – Il gioco era abbinare un vino a un gruppo musicale. Ora, partendo da Pink Floyd/cabernet sauvignon come siamo potuti arrivare a Jimi Hendrix/ribolla vinificata in anfora? 12 – Vini da bere prima di morire. Prove tecniche: Barbaresco Santo Stefano di Neive 1996 – Bruno Giacosa. [...]