Lasciate ogni pesticida o voi ch’entrate: Alois Lageder e l’arte della Biodinamica

di Alessio Pietrobattista

Ingresso Cantina LagederVi è mai capitato di incontrare persone capaci di mutare lo scorrere del tempo? A me sì e precisamente a Magrè sulla Strada del Vino. Per carità, Alois Lageder non è uno stregone dai poteri sovrannaturali: semplicemente è in grado di calamitare l’attenzione dell’interlocutore, con modi gentili e affabili ma con la forza delle proprie convinzioni, parlando di ciò che appassiona, guida e ispira il suo essere produttore di vino.
Una passeggiata tra le vigne, volata via parlando della storia dell’azienda, i progetti che ruotano attorno ad essa (come VIN-o-TON e Summa), il rapporto con la critica del vino, le guide e il loro futuro, la passione per la botanica, l’arte e la musica, l’incontro decisivo nei primi anni ’80 con una grande personalità del mondo del vino come Robert Mondavi (che gli fece capire che oltre alla botte grande c’era di più), l’inevitabile impatto delle annate sempre più calde e la deriva alcolica accentuata di molti bianchi altoatesini, l’uso eccessivo dell’irrigazione e i suoi effetti.
Spunti di riflessione e argomenti non sono affatto mancati ma il tema principale non poteva che essere la biodinamica, di cui Alois Lageder è un fervente sostenitore. Un fattore importante da sottolineare: tutto all’interno dell’azienda, ogni attività è guidata dall’approccio olistico e della ricerca del minor impatto ambientale possibile. La cantina, quasi futuristica per certi aspetti, è il trionfo della tecnologia al servizio dell’ecosostenibilità, arricchita da istallazioni artistiche che hanno come tema comune la natura.

Vigna Lowengang CabernetPotevo, in uno scenario del genere, perdere l’occasione di parlare di un tema caldo come la biodinamica? Ovviamente no, anche perchè ad Alois brillano letteralmente gli occhi nel parlarne.
Ecco appunto, gli occhi: la biodinamica costringe l’uomo ad osservare la natura. Sembra un concetto banale ma in realtà tutto parte da qui: intervenire in vigna senza avere il polso della situazione, senza capire il reale stato della pianta, è inutile e spesso controproducente. A parte rame e zolfo polverizzato in quantità minime, anche in annate difficili, le pratiche seguono il classico protocollo: semine invernali con 20 piante diverse per il successivo sovescio, utilizzo del corno letame (preparato 500 per l’incremento dell’ humus nel terreno) e del corno silice (preparato 501 per amplificare l’irradiazione solare) interrati in un punto suggestivo esposto a sud-est sulla montagna alle spalle della vigna di Chardonnay Löwengang, pascolo di pecore post vendemmia per arricchire ulteriormente il terreno, uso dei lieviti naturali dell’uva in fase di fermentazione.

Basta? Più o meno, certamente la defogliazione è ridotta al minimo, la densità di impianto e la resa per pianta sono negli anni via via meno esasperate, proprio perchè l’osservazione della natura e del clima ha suggerito che era inutile portare il “motore” delle vigne al limite, rivedendo concetti che in passato più di qualche mostro hanno creato (da tagliare rigorosamente col coltello o spalmare sul pane).
Un’impostazione e una filosofia che prende sempre più piede presso i conferitori dell’azienda che, mano mano, risultano essere più che mai convinti dai risultati. L’impegno di Lageder però non si rivolge solo ai conferitori ma anche al “reclutamento” di un numero crescente di produttori che possano riunirsi nel nome della biodinamica. Da qui derivano le sue proposte avanzate alla Demeter (ente certificatore dei suoi vini) per rendere sempre più accessibile e “snella” la parte burocratica della certificazione, ad oggi scoraggiante per eventuali nuovi ingressi: un lavoro che porterà sempre maggior chiarezza e garanzia per il consumatore.

In definitiva, da buon laico del vino, non ho potuto far a meno di notare la bellezza delle piante e la loro perfetta salute, malgrado un’annata, come la 2012, ricca di oidio e peronospera. Grappoli perfetti, da incorniciare (e da mangiare!), natura rigogliosa, nessuna irrigazione malgrado il caldo intenso perchè, a detta di Alois, la proprietà colloidale del corno letame, consente di trattenere maggiore acqua nel terreno.
La biodinamica quindi funziona? E al diavolo gli empiristi, la loro voglia di avere riscontri e dati a tutti i costi? Per natura sono un arido pragmatista (brutta razza) ma non ho potuto non constatare come le piante di Cabernet del vigneto Löwengang (alcune centenarie) fossero assolutamente splendide.
Di sicuro sono stato costretto ad osservare la natura, come Lageder insegna.

Beh, visto che per me il bicchiere deve essere sempre l’ultima parola, direi che è giunto il momento di passare ai fatti.

Bianchi Lageder

Haberle Pinot Bianco 2006: profilo piacevolmente evoluto con rimandi di castagna, miele, polpa di mela, tabacco biondo e un tocco di zafferano. In bocca l’acidità sostiene il sorso, fine ed elegante, attraversato da una scossa citrina. All’apice.

Haberle Pinot Bianco 2011: giovanissimo e chiaro l’olfatto tra pesca e mela, poi tante erbe aromatiche a rinfrescare. Bocca agile, snella, croccante nel frutto, di buona lunghezza. L’annata è stata sicuramente ben gestita.

Porer Pinot Grigio 2009: accattivante il mix di toni scuri e chiari con la susina e la pesca gialla a contendersi il primato olfattivo. Struttura più imponente, meno agile dei precedneti con un lieve passaggio a vuoto a centrobocca.

Porer Pinot Grigio 2011: più espressivo ed estroverso, gioca maggiormente sui toni di frutto chiaro di melone invernale, mela e pesca con piacevoli tocchi di salvia e erbe aromatiche. Sorso succoso, di bella lunghezza in equilibrio tra sapidità e corpo. Si conferma bella l’interpretazione dell’annata.

Am Sand Gewürztraminer 2008: il nome dice tutto: sulla sabbia. Uno dei Gewürztraminer più convincenti ed eleganti mai incontrati – e per dirlo io ce ne vuole. Floreale all’olfatto con la rosa in primo piano (ma non la classica acqua di rose) poi subentra il lato botritico con zafferano, camomilla e miele. Bocca, mai amara, succosa, finissima. Piacevole sorpresa.

Am Sand Gewürztraminer 2010: inizio più incerto del fratellone con un mix di feccino e fieno che sporca un quadro davvero interessante. La pazienza viene premiata nel bicchiere con una progressione con un profilo di estrema freschezza floreale e fruttata, minore l’apporto della Botrytis in questo stadio. Sorso convincente, di bella energia e tensione, che non concede alcuna dolcezza. Da attendere per ritrovarlo ancora più scintillante.

Löwengang Chardonnay 2001: uno degli Chardonnay italici che preferisco. L’ apporto del legno si percepisce con sbuffi di burro fuso e lieve tostatura, libera poi toni caldi e rassicuranti con miele, nespola e florealità gialla. Nessuna deriva tropical anche in bocca dove il legno c’è ma è di quelli belli e per nulla disturbanti. All’apice per almeno altri 5 anni.

Löwengang Chardonnay 2009: secondo me una versione stupenda. Legno assolutamente integrato, di impostazione davvero borgognona. Per il momento la componente fruttata e floreale rubano la scena ma tutto è chiaro, cristallino, senza alcuna deriva piaciona. In bocca il legno è anche più integrato rispetto al 2001, rendendo la beva succosa e mai stancante. Da seguire con attenzione, ha le carte in regola per essere un grande.

Kraufuss Pinot Noir 2004: carnoso, sanguigno, fungino all’olfatto dove il frutto è inaspettatamente cupo per la tipologia. Bocca di buona eleganza, tannino fine e ritorni tabaccosi. Da non attendere oltre.

Kraufuss Pinot Noir 2008: mi piace molto di più per il suo strizzare l’occhio alla Borgogna con il lampone, l’incenso, la genziana e un mazzetto di erbe aromatiche. Bocca elegante, sottile, fruttata, con ritorni ferrosi ed ematici.

Lindenburg Lagrein 2003: uno dei tanti 2003 buonissimi incontrati fin’ora. Terroso, frutto scuro con mirtillo e prugna e noce moscata all’olfatto. Bocca insospettabilmente elegante e fresca per l’annata, nessuna scissione alcolica. Si beve davvero con piacere.

Lindenburg Lagrein 2007: incerto all’inizio l’olfatto che piano piano si pulisce mostrando il classico mirtillo in evidenza, impreziosito da tabacco, terra smossa e cenni sanguigni. Vino selvaggio anche in bocca, potente e sicura nel suo incedere.

Löwengang Cabernet 1995: il top della degustazione, per fascino, complessità ed energia. Maturo, speziato, con cenni pepati e il classico friggitello. Tabacco biondo che fa volare dritti oltralpe per un quadro a tinte delicate che si completa con un sorso magristrale, ancora fruttato e lungo. Classicissimo e indimenticabile.

Löwengang Cabernet 2008: un giovinetto, baldanzoso e vinoso, con il fruttato di susina, ribes e mora e il peperone rosso. Buona la complessità ma ha ancora bisogno di tempo per trovare la quadratura all’olfatto, mentra la bocca già si distende piacevolmente fruttata e succosa.

Cor Römigberg Cabernet 2000: caldo, balsamico, con toni caffettosi e di tabacco in evidenza, accompagnati da una mora nitida per nulla marmellatosa. Bocca grintosa, più mascolina dei Löwengang con un tannino lievemente sopra le righe.

Cor Römigberg Cabernet 2008: bellissimo, in doppio petto, un vino dal futuro roseo. Nitido, il frutto è un mix di mora e ciliegia, un laser di rarar precisione. I cenni di tabacco e lavanda non fanno che confermare la sartoriale fattura di un grande vino. Bocca di equilibrio magistrale, sempre più nerboruta del fratello di vitigno ma che si pregia di un tannino tosto ma di fattura pregevole.

 

4 Commenti

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Dan Lerner

circa 8 anni fa - Link

Conosco i vini e la cantina, bellissima, che ho visitato. Ho profondo rispetto per il lavoro dell'azienda, anche imprenditorialmente ineccepibile, e per ciò che è stato fatto per la diffusione delle migliori e più naturali pratiche di viticoltura e vinificazione. Tuttavia ho sempre avuto un dubbio che non ho mai avuto l'occasione di esprimere direttamente nè ad Alois nè a suoi stretti collaboratori: la pratica biodinamica -come giustamente detto anche nel post- "costringe l'uomo ad osservare la natura", ad intervenire avendo un'intima sensibilità nei confronti dell'organismo-vigneto e dello stato della singola pianta. Come può questo -mi domando- essere pienamente compatibile con una dimensione aziendale come quella della "Alois Lageder". Parliamo di numeri che vanno verso le 400.000 bottiglie per le Tenutae e circa 2 milioni per le etichette Alois: possono davvero dei salariati anche ben addestrati, istruiti, integrati, intervenire con quella quotidiana relazione di profonda e intima conoscenza della pianta e del terreno che la pratica biodinamica a mio parere esige? Non c'è forse il rischio di trovarsi ad applicare dei protocolli di intervento più o meno prestabiliti? Lodevolissime pratiche e protocolli, si badi bene, avercene... ma vedo un rischio di contraddizione.

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Dan Lerner

circa 8 anni fa - Link

Come li congelo io i commenti non li congela nessuno! Tomace', Moriche', bannatemi che vi conviene ;-)

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luigi fracchia

circa 8 anni fa - Link

Già ieri volevo risponderti, poi però il tempo è sfuggito. Devo dire che ammiro l'impresa di Lageder e credo che sia un buon modo di applicare la biodinamica in maniera massiva. Non mi pare di aver mai letto nelle opere degli Steineriani che ci siano dei limiti dimensionali di applicabilità, di una pratica (e non solo lo so bene) che ha un aproccio attivo e di stimolazione della natura piuttosto che curativo-passivo. Molti consulenti sia Italiani sia il grande vecchio Podolinski hanno una visione decisamente pragmatica e protocollare e la caldeggiano sostenendo che è più facile convincersi ad abbracciare l'antroposofia Steineriana alla luce dei risultati agronomici oppure ignorarne gli aspetti teorici e godersi comunque gli effetti pratici. La dimensione aziendale non mi pare un problema se ci sono dei responsabili con i quali Lageder condivide la stessa attenzione alle cose di natura; d'altronde Sir Howard ha sempre gestito grosse aziende agricole e la dimensione non ha mai rappresentato un limite, anzi dà la possibilità di avere economie di scala.

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Nelle Nuvole

circa 8 anni fa - Link

Il post ed il commento non ispirano polemica, nonostante l'argomento "pratica-agricoltura-credenza-filosofia biodinamica" in altre occasioni abbia provocato una levata di scudi delle opposte fazioni. Il post è scritto con grande sensibilità e scorrevolezza da una persona giovane ma non arrogante. E' un bell'esempio di come si possa comunicare senza sdilinquirsi o vendersi ad una scrittura giovanilista per modo di dire. Il commento è presentato in maniera ragionevole ed intelligente, fin troppo. Il produttore non è fra quelli trendy al momento, per quanto sempre ai primi posti per la sua qualità e costanza. Insomma, non c'è traccia di prurigine mediatica, a chi vuoi che interessi commentare portando un carico di "iosotuttismo" che qui sarebbe proprio fuori luogo? Questo è un post che richiede il rispetto e attenzione, troppa fatica da queste parti.

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