Un’estate a Rostock bevendo vino rosso

Un’estate a Rostock bevendo vino rosso

di Emanuele Giannone

Il mare è facile da amare perché è durata, riflessione e intimità. Non è instant, né social, resiste indifferente al paradossale, grottesco tentativo di urbanizzarlo e socializzarlo a mezzo di natanti borghi selvaggi sempre più gozzoviglianti e sovradimensionati, gonfi di spettacoli e steroli, salse e creme abbronzanti, spritz e cardiofitness. Urbanizzare il mare è, in tutta evidenza, un ossimoro folle, che eppure si muove e dà il pane a me e agli americani i miliardi.

Andare per mare è una lezione di estetica trascendentale all’insaputa di Kant. Ai naviganti, che sono altra cosa dai turisti, il mare serve a conoscere poche ma essenziali cose: il blu immenso dell’oblio, l’ora violetta che è poi quella della nostalgia, il verde limoso dei porti, il suono reale della parola sciabordio, le luci-lucciole a terra a punteggiar le notti, il tempo dentro di noi, le stelle e la lontananza. Lontana è soprattutto la terra, quindi precaria è la connessione. Senza connessione al mondo iperconnesso, senza il fast-forward delle distrazioni, dei risultati di ricerca e delle messaggerie istantanee, il mondo è un faro che invia segnali lenti e intermittenti: memorie e relazioni pulsano da remoto, si affinano o dilatano nel tempo e negli spazi, sempre più lento il primo e vasti i secondi, a mano a mano che si prende il largo e la terra si assottiglia. E quando, a forza di assottigliarsi, la terra non c’è più, guardando al punto dove hai visto sparirne l’ultimo scampolo, ti risulterà chiaro che sopravvivrai, andando per mare, solo se hai memorie e relazioni salde; e che fra queste solo le più salde sopravvivranno al viaggio. Il viaggio ti farà bene, al ritorno avrai dimenticato tanto e ricorderai meglio il poco, anche perché per mare si beve molto e soprattutto per dimenticare, con l’aiuto di vinelli, doppi purchessia on the rocks, mixologie fluorescenti dal nome esotico, tutti di qualità non proprio indimenticabile. Al ritorno avrai dimenticato, mon semblable, mon frère, tutti o quasi i vini che hai recensito per professione o compulsione, per vanità o attualità. Ricorderai solo i vini da ricordare, non quelli delle recensioni scritte, ma quelli delle relazioni strette. Per questo io, vagabondo che son io, che non mi aspetto più nulla di memorabile dal bere per mare, all’approssimarsi delle partenze mi preparo al molto di cui smemorare con pochi vini da ricordare. Per questa nuova ho scelto solo rossi, proprio come suole d’estate. E così mi sono preparato e poi imbarcato a Rostock. Vagabondo che non sono altro.

Fanfare Cuvée Rouge 1997 Pretterebner. Vino da collezione (di riconoscimenti: ne ha sciorinati in definizione e finezza una serie diuturna, impulsiva, ipnotica, avvolgente). Marzapane, liquirizia e tè in evidenza con succo di ribes nero e ciliegia, a seguire note fini di liquirizia, artemisia, rabarbaro, acqua di rose, cannella, cuoio, tabacco, malto. Snello e setoso, dinamico e integro, complesso, con un finale lungo e articolato ricco di richiami (frutta rossa, radici, spezie), compresa una vena floreale (acqua di rose, tuberosa, garofano) a ornarne il ricordo.

Valpolicella Ripasso Saustò 2006 Monte dall’Ora. 1) Agevolare la comprensione dell’amarena e dell’armellina; 2) tornire le stesse di crema, quindi guarnirle con ginepro e kirschwasser; 3) aggiungere due more, una prugna disidratata e una foglia di menta; 4) esprimere per analogie l’idea di ampiezza, pienezza, asciuttezza e polpa; 4) unire il tutto e provare q.b. a esserne all’altezza nell’atto di descriverlo. Versione semplificata: bevetelo omettendo il punto 4), farete prima ed eviterete il rischio di venir smascherati quali lirici mediocri, versati più nel litro che nel metro.

Rosso di Montalcino Alberello 2015 Fonterenza. Se sui volti di parecchi studenti del Master a Pollenzo comparve il velo fumido del dubbio, allorché gli toccò di scegliere alla cieca il più titolato e caro tra i vini in degustazione e non pochi di loro scelsero questo, un ottimo motivo ci sarà pur stato. Quest’alberello dà un frutto acidulo e amaricante, speziato e chinato, è sapido e profondo, veste precisione e allungo con l’abito comodo della bevibilità e lascia il segno con una coda di tannini croccanti e freschezza di frutta rossa. Succoso, gustoso, setoso. Un giovane, ma uno di gran classe e cultura. Oppure: oggi mi rinfranco a Montalcino, bevo Satie con l’Amiata di fronte, domani pure. Per Stockhausen, Wagner e foreste nere con annesse cavalcate di Valchirie vi farò sapere. Richiamo. Mi faccio vivo io.

Brunello di Montalcino Riserva 2006 Fattoria dei Barbi. Se sul volto degli ospiti giunti coraggiosamente in auto per la villeggiatura da Rynek Starego Miasta fino al Litorale Pontino si dipinse improvviso e convinto uno yummy, un ottimo motivo ci sarà pur stato. Un vino grosso, goloso, spigoloso il giusto (graffiava e mordeva bene), pieno e integro nel frutto, compatto e corale, beatlesiano. Anzi no: spectoriano, un wall of wine a mo’ di wall of sound. Non chiedete ora della sequela di frutti versicolori o puntigliosi aulismi, né di descrivere didascalicamente la progressione e il finale; è estate, sto scrivendo a memoria dalla banchina del porto franco di Stoccolma, devo orchestrare due muletti, una gru e otto genieri, ho due telefoni e una radio che non smettono mai di gracchiare ma mi sovvengono come fosse ieri il sapore del vino, la sua durata lunga, quella breve della bottiglia.

Brunello di Montalcino Riserva Poggio al Vento 2010 Col d’Orcia. Le tendenze della moda mi risultano immediatamente sensibili quanto il noumeno kantiano. Capisco più facilmente i classici. Tutto quello che di effimero, sgargiante e glamorous possiate desiderare in un vino, qui non lo troverete. Lui è austero, quieto, ha garbo ed eleganza – manco a dirlo – classici, è misurato nell’espressione, ricco nel bouquet e nello sviluppo gustativo ma senza ostentazioni o ridondanze. Fonde spessore e sobrietà, profondità e droiture.

Brunello di Montalcino 2012 Fonterenza. Era estro armonico in occasione dei precedenti incontri, ultimo incluso (LINK: ), e tale si conferma. C’è tutto quel che si cerca in un vino buono e offre molto di più, a cominciare dalle difficili convergenze tra entità concettualmente inconciliabili: fantasia e metodo, libertà e regola, un’espressione unitaria e molte espressioni insieme, notevoli una per una e ancor più nella loro fusione. Esemplare per maturità del frutto, fibra, tensione e tocco. Più semplicemente, un grande vino.

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

2 Commenti

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Stefano Cinelli Colombini

circa 12 mesi fa - Link

Sono discendente da infinite generazioni di terragnoli, eppure un’immagIne mi torna ogni tanto. Una vela di fronte, un tramonto, io accanto alla barra e un ampio bicchiere di rosso in mano. Di certo è una romanticheria, e pure deteriore, ma forse è questo ad avermi fatto innamorare del vino. Mutatis mutandis, mi sa che condividiamo un sogno.

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Emanuele

circa 12 mesi fa - Link

Penso proprio di sì, Stefano. Guardare il Baltico e pensare a due finestre che guardano al Monte Amiata: è il Leitmotiv di questo mio luglio da marittimo.

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