Pietro Zardini, ovvero l’Amarone come se fosse un film (da Oscar)

Pietro Zardini, ovvero l’Amarone come se fosse un film (da Oscar)

di Andrea Troiani

Fine autunno, tardo pomeriggio, cielo grigio, vigne a perdita d’occhio. Una scenografia che si sposa con la visita in cantina tanto quanto la carbonara si sposa con il pecorino. Abbinamenti perfetti.

Pietro Zardini è un piccolo produttore con una grande storia. Figlio e nipote di vignaioli della Valpolicella, è inoltre direttore tecnico del reparto produzione e qualità in una grande realtà enologica veronese. Insomma Pietro ha iniziato a fare il vino quando era ancora un bambino non ha mai smesso.

Gentile e garbato, Zardini cambia marcia quando inizia a parlare del suo lavoro e dei suoi vini ma, soprattutto, del suo Amarone. Avete presente Sylvester Stallone che si gira il berretto sulla testa prima delle sfide a braccio di ferro in Over The Top? L’appassionato proprietario prende il controllo della scena: consapevolezza, professionalità grande capacità di raccontare il suo lavoro, un narratore di rara incisività.

Trascinati dal tumultuoso produttore, entriamo nell’area dedicata agli appassimenti, centinaia di cassette sono accatastate l’una sull’altra, con il solo supporto di grandi ventole che fanno circolare l’aria.

L’uva deve appassire con calma, deve vivere i cambiamenti del tempo e dell’umidità in un processo di cessione verso l’esterno e di ripresa, che solo un ambiente naturale può garantire. Mantenere le umidità costanti estrae troppo dall’uva e non rende giustizia al processo che ha reso famosa la Valpolicella nel mondo: l’appassiamento”, dice Pietro, con la sicurezza di chi le uve le conosce da sempre.

(Affacciarsi tra le cassette e rubare un chicco di corvina grossa o corvinone, è una tentazione a cui non ci si può sottrarre).

La corvina non è un’uva carica, è leggera, non ha la concentrazione delle uve del Sud, per esempio. Per questo qui da noi la si fa appassire, per estrarne tutto il frutto, perché tiri fuori il suo carattere, da affiancare all’eleganza

Scendiamo.

Le scale guidano verso un ambiente buio ma, appena accesa, la fioca illuminazione guida  la vista su una cantina pulita, ordinata e moderna che ospita soprattutto tonneaux, legni nuovi ma anche di secondo e terzo passaggio.

Conosco produttori che fanno 50.000 litri di vino e hanno botti per 1.000 litri. Poi dicono che fanno il passaggio in legno!”.
Come dargli torto?

Girando l’angolo si entra nel sancta sanctorum delle anfore.
Qui sembra di affacciarsi sull’esercito di terracotta dell’imperatore Cinese Qin Shi Huang. Belle, ritte, ordinate, pronte a raccogliere le produzioni nuove e le sperimentazioni in anfora. Zardini è un ribollire di idee.

Bene, belle le botti, belle le anfore, bella la passeggiata, bello tutto.

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Ora, però, gambe sotto il tavolo e si parte con la verticale di Amarone Riserva Leone Zardini, un viaggio nella Valpolicella classica dal 1995 al 2012.

Pietro ci spiega senza avarizia di particolari come lavora l’Amarone all’assaggio, e nel farlo disegna un grafico sulla lavagna:

“L’Amarone non è come altri grandi vini. Non esplode in bocca. Entra piano, entra piano poi cresce, si espande fino alla fine del sorso, poi ritorna e resta in bocca per tanto tempo. Alcuni Amaroni sono anche esili, le Ballerine, le chiamo io. Hanno un’eleganza stratosferica, che gli altri vini se la sognano.  È questo, che dobbiamo chiedere a un Amarone. Un vino che deve sempre mantenere una leggera, elegante dolcezza”

Calici pronti.

3, 2, 1 Ciak! Si gira: Amarone Riserva Leone Zardini

2012 – Ultima annata, che ha rastrellato premi a destra e a mancina, 3 bicchieri, 5 grappoli, Corona dei Vini Buoni d’Italia, Gold Medal a Merano e in Asia.
Naso rotondo marasca, ciliegia sotto spirito con una nota di spezia ad affacciarsi sul finale. È un vino che scalpita in bocca, spinge, si stira e ritorna a premere. Riempie il sorso con corpo e morbidezza, esce un tannino in assestamento, chiude un’acidità tutta nelle mie corde, che chiama il prossimo calice. Ritorno dopo sorso lungo e piacevole.
Rapido, presente, agile come il Terence Hill degli spaghetti western.

2010 – Due anni in più e altra annata.
Dalla bottiglia esce un vino elegante e maggiormente integrato.
Al naso meno dirompente del precedente, si sta sistemando. Un vino più maturo di adolescenziale sicurezza, con un finale che torna più tannico. Un tannino molto vivo, che già racconta che cosa sarà tra poco. C’è da aspettarlo, ancora come Dustin Hoffman ne Il Laureato.

2008 – Ci siamo. 10 anni e l’Amarone comincia a parlare di sé. Torna il frutto al naso, ma è più leggero, esce dal calice con eleganza, va un po’ ricercato, atteso e si lascia accompagnare da note scure.
Il sorso rotondo, piacevole, di grande calore, il tannino è bello, buono e sorridente. Un amico presente equilibrato, grasso, lento e piacevolmente inesorabile, se il 2012 è Terence Hill, questo certamente è Bud Spencer nelle medesime pellicole.

2005 – Annata complicata, vino diverso dagli altri. È una bottiglia che ha raggiunto il suo limite evolutivo, un vino che ha fatto il suo ciclo. Rimane ancora molto da dire, ma va goduto in fretta.
Bella bevuta, con una nota di terziario e di smalto al naso. In bocca si conferma, ha detto la sua e vale la pena ascoltarlo ancora.
Un nobile saggio, Yoda in Episodio VI.

2003 – Questa bottiglia dimostra la forza delle annate in Valpolicella. Molto più presente e vivido del 2005, i sentori sono ancora pieni e rotondi, ma di grande finezza per una annata di caldo record. Naso pulito, che muta nel bicchiere e si apre con il passare dei minuti, poi in bocca polpa da mordere. Trama spessa e tessuto ancora forte, tannino deciso e piacevolissimo. Un vino maturo e minaccioso come Clint Eastwood in Gran Torino.

1998 – Bottiglia da aspettare, va dato il giusto tempo nel bicchiere a questo vino che ha già passato i suoi vent’anni. L’alcool è completamente integrato in un sorso solenne, che lo ha trasformato in un grande vino da meditazione. Non offendetelo con pietanze di nessun genere, questa è una star solitaria che sceglie di accompagnarci nella sua narrazione personale. Vino da Oscar, meglio, da Nobel. Eleganza, forza, maturità, pienezza e fascino. James Bond, 60enne e rigorosamente interpretato da Sean Connery.

1995 – Il tempo passa e l’uomo non se ne avvede, diceva un saggio. Neanche questo Amarone sembra essersi reso conto di avere ormai 24 anni. Fresco e balsamico, apre il naso come una Halls (la caramella per i marinai del Mar Baltico), entra in bocca, si ferma e comincia ad arredarla come fosse casa sua. Non c’è il frutto ma c’è tanta roba, un armadio di sensazioni dal tabacco al cacao.
Un ragazzo agé, che non dimostra i suoi anni, Michael J. Fox in Ritorno al Futuro.

Cameo di fine serata per Pietro Junior, il Recioto con 18 mesi di appassimento in anfora. Un preciso equilibrista tra il residuo zuccherino e la grande freschezza.

Titoli di coda.

Io ho il mio nuovo Amarone del cuore.

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Andrea Troiani

Nasce a Roma dove lavora a mangia grazie al marketing digitale e all'e-commerce (sia perché gli garantiscono bonifici periodici, sia perché fa la spesa online). Curioso da sempre, eno-curioso da un po', aspirante sommelier da meno.

2 Commenti

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Pietro Zardini

circa 3 settimane fa - Link

Vi ringrazio molto per questo bell'articolo.. E scritto da una penna che sa emozionare, grazie ancora. Pietro

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Alessandro

circa 3 settimane fa - Link

Il primo Amarone che ho bevuto è stato il tuo 2003 da lì è nata la passione. Congratulazioni

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