La verticale di San Paolo, il Verdicchio cru di Pievalta

La verticale di San Paolo, il Verdicchio cru di Pievalta

di Denis Mazzucato

A Cupramontana, 5.000 anime a due passi da Jesi, c’è un’edicola. L’edicolante si chiama Veriano. Veriano vende giornali, certo, ma è anche il mediatore de facto a cui rivolgersi se si è interessati ad acquistare vigneti tra i castelli di Jesi.

Ed è a lui che si rivolgono i franciacortini di Barone Pizzini nel 2002 in cerca di vigneti di Verdicchio. Veriano è diffidente, non si fida finché le transazioni non vanno a buon fine.

Quella prima transazione però va in porto, e Veriano vuole allora mostrare a Barone Pizzini tutte le colline sul mercato. Tutte.

Un giorno Veriano porta Silvano Brescianini sulla collina di San Paolo, dove c’è una vigna in vendita. Arenaria con buona percentuale di calcare, esposta a nord est, e terribilmente scomoda da lavorare per via della pendenza. Non la vuole nessuno.

La vuole però Silvano, che torna a casa e comunica al gotha che se Barone Pizzini non acquista quel vigneto sulla collina di San Paolo, lo farà lui. Quel giorno viene fecondato l’embrione che diventerà il CRU di Pievalta, la riserva San Paolo.

Mancano ancora dei tasselli però: il più importante è individuare la persona giusta a cui affidare quelle vigne. Alessandro Fenino è quell’uomo. Catapultato da Settimo Milanese in un paesino delle Marche, oggi, a distanza di 18 anni, ha lo sguardo e le parole di chi si sente a casa sua, ed è una bella cosa.

Il primo imbottigliamento di Verdicchio San Paolo è del 2003. Era l’estate in cui si andava a fare il bagno tra le trote nei torrenti di montagna, che nemmeno il mare dava sollievo dal caldo. Annata infelice per iniziare una nuova avventura. L’anno zero per il San Paolo è quindi il 2004.

E oggi, poter degustare 6 annate differenti di questo (spoiler alert) ottimo verdicchio, a partire proprio dalla 2004, è un grande privilegio.

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2016
Annata tutto sommato fresca, con il consueto caldo estivo ma senza eccessi (ricordate la 2003? In queste zone si arrivò a 43 gradi).

Il naso è molto fresco, agrumato di limone e floreale di gelsomino. In bocca è ancora un bambino in fasce: ha l’acidità spinta di una granita al limone, è verticale, sapido e abbastanza lungo con l’alcool che spinge ancora parecchio. Anche chi ama i vini freschi e giovani farebbe bene ad aspettare ancora un po’ a berlo. Diventerà buonissimo. Arrivederci.

2013
Annata storta, piogge incessanti nei primi 6 mesi dell’anno e le rese, di norma attorno ai 90 quintali, furono quasi dimezzate.

Il risultato però è un vino eccellente: agrume più maturo, cedro, pompelmo, poi anice, mandorla dolce e tanta mineralità. Succoso e sapido riempie la bocca con sontuosità senza rinunciare a un briciolo di freschezza. Finisce lunghissimo su note amarognole più di pompelmo che di mandorla. The Winner.

PS: ho ripreso in mano un libro del 2015 di Francesco Annibali, “Il Verdicchio fra Jesi e Matelica”, e la recensione di Pievalta termina così: “Dimenticavo! La Riserva 2013, ancora in affinamento, sembra avere tutte le carte in regola per entrare nella storia dei bianchi regionali: un bianco veramente pazzesco.”. Aveva ragione.

2012
Annata calda e siccitosa, con vendemmia anticipata di due settimane rispetto al solito (si raccolse a fine agosto).

Ci raccontano che nei primi anni era chiuso e caldo, ma oggi non lo è più. La frutta sta un passo indietro ma è compensata da fieno, erba tagliata ed erbe aromatiche, e da una leggera nota salmastra di guscio di ostrica. Coerente in bocca, con ancora un’ottima freschezza e la consueta sapidità. Gli manca solo un po’ di allungo, ma sebbene diverso dal precedente è una grande bottiglia. Marino.

2009
Primo anno in cui si è vinificato nella nuova cantina di proprietà, microbiologicamente vergine, ci fu difficoltà nella fase di fermentazione che partì a fatica e durò quindi più a lungo del solito.

Inizia molto chiuso, sulfureo, zenzero e le cose non migliorano nemmeno a 24 ore di distanza. Anche in bocca gli manca la grinta caratteristica di tutti quelli assaggiati prima. Un passo indietro.

2008
Annata regolare fino ai primi di agosto quando ci furono picchi di 40 gradi che misero un po’ in difficoltà il raccolto. Più caldo già al naso, dove c’è più spezia (anice) e frutta gialla matura (albicocca). Tra tutti è quello che sconta di più il tempo trascorso. Tanta freschezza in meno in bocca, soprattutto nel secondo riassaggio il giorno dopo, e lascia note di rabarbaro poco coerenti. Peccato.

2004
Ecco la prima annata. Vendemmiata tardi, tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, l’uva era parzialmente attaccata da botrite.

A differenza di tutte le altre annate assaggiate (vinificate esclusivamente in acciaio) qui il 10% sostò in barrique di secondo passaggio.

Appena degustato, ultimo della batteria, lascia un po’ spaesati perché ci si trova di fronte a un vino diverso, dove l’agrume si sente a stento ed emergono l’albicocca disidratata, l’anice e il miele di castagno. In bocca è ancora più chiaro che il confronto con le altre annate ha poco senso: è un vino più largo, comunque sapido, ma a cui manca in parte la verticalità a cui ci eravamo abituati. Esce alla distanza, il giorno dopo migliora e stacca 2008 e 2009 piazzandosi sul podio assieme a 2013 e 2012. Diverso.

Pievalta è una realtà biodinamica da parecchi anni, prima Demeter, e dal 2018 Biodyvin, che in Italia conta appena 5 cantine affiliate.

Io non credo alla bontà dei preparati steineriani, non l’ho mai nascosto. Credo invece che quel che fa davvero la differenza sia il considerare la vigna (ma vale per ogni coltivazione in realtà) non come una mucca da mungere ma come un ecosistema vivo, con una storia che va rispettata e quindi preservata.

Questa è l’impressione che si ha parlando con Alessandro, di una persona che ha instaurato con le terre che lavora un rapporto di fiducia. Non stupisce quindi la perplessità dipinta sui volti suo e di Silvano quando raccontano che la certificazione biodinamica sembra avviarsi sempre di più verso un sistema di regole, moduli, e richieste che poco hanno a che fare con questo spirito di comunione tra l’uomo e la terra.

“Noi coltiviamo in biodinamico perché ci crediamo, non per avere il timbro papale”: questo sembrano dire, e io applaudo. Chissà che non ci sia qualche cambiamento in vista?

Tornando al concreto, di cambiamenti in vista ce ne sono eccome!

Pochi giorni fa è terminato l’impianto di altri 6 ettari sulla collina di San Paolo sul versante opposto alla vigna attuale (esposto a sud ovest), quindi presto la produzione potrebbe raddoppiare, o magari tra qualche anno ci sarà un San Paolo Lato B.

La seconda novità è il ritorno al legno. Dalla vendemmia 2017 sono state introdotte in cantina tre botti da 25 ettolitri, di cui due non tostate dedicate proprio al San Paolo.

Non conosciamo ancora i dettagli, ma a questo punto l’appuntamento è tra uno o due anni per i primi assaggi.

(foto di copertina: Mauro Fermariello)

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Denis Mazzucato

Monferrino DOC, informatico da troppo tempo, sommelier da troppo poco, musicista per sempre. Passato da Mina, Battisti e Pink Floyd a Fiano, Grignolino e Chablis, cerco un modo per far convivere le due cose. Mi piacciono le canzoni che mi fanno piangere e i vini che mi fanno ridere.

1 Commento

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La Simo

circa 2 mesi fa - Link

Bravissimi Alessandro e Silvia!

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