Ju Boss, L’Aquila e 7 Champagne da goduria

di Emanuele Giannone

Emanuele Giannone è porthosiano, teutonico, essenziale e spiritoso. Questo è il suo primo e speriamo non ultimo pezzo per Intravino. È solito commentare come Eleutherius Grootjans.
L’Aquila si è insediata nel cuore quand’era ancora intatta grazie alla mia dolce metà, una vestina con vissuto e indole berlinesi. Oggi l’Aquila va camminata, per riconoscere e non dimenticare da un lato la nobiltà sfigurata, dall’altro l’ironia involontaria dei diffusori istituzionali di ottimismo orwelliano, mediamente invisi agli indigeni. La stanno tenendo in vita certi suoi abitanti, quelli più resistenti, ora che l’apparato emergenziale ha tolto le tende. Praticano questa terapia, loro che ne hanno la forza, fatta di passi ostinati lungo i corsi semivuoti del centro, quelli presidiati ma non sbarrati dagli sparuti ragazzi in mimetica, che la noia ha omologato ai cumuli di macerie. Il cuore rotto e indurito di L’Aquila chiede cure, non il lazzaretto di transenne e puntelli. Dopo quella di mantenimento, l’unica medicina disponibile senza razionamenti è la caparbia dedizione degli aquilani. I passi, le poche luci dei negozi aperti in Via del Carmine, il Bar Centrale, presidi che mi auguro saldi e capaci di contenere i dilaganti avvisi di cedesi attività.

Poi c’è Ju Boss. Riaprire i battenti in una città stremata dal cataclisma, passata nel volgere di poche settimane dalle luci della ribalta mediatica a quelle di sicurezza dei cantieri, richiede un ottimismo bifido, positivista e irragionevole. Servono l’ottimismo dei periti e quello dei visionari. Il terremoto ha sollevato la città dal suo tempo, in una “ora zero” dopo cui si procede per scarti e attese, come in una sospensione del tempo.

Alzare di nuovo una saracinesca, dopo aver contato i danni e risalito in apnea il mare di ordinanze e varie scartoffie, è prova di coraggio e di pazienza. Richiede la virtù di saper fare sorridere: dote gaia e contagiosa, che contraddistingue gli osti e i matti. Allegria di naufragi: la Cantina del Boss di Via Castello è stata la prima bottega del centro a riaprire i battenti, l’8 dicembre 2009, insieme all’altrettanto storico bar delle sorelle Nurzia. Riapertura a beneficio dello spirito e sberleffo alla sorte. In più riprese, perché più volte concessa e revocata dagli organi di sicurezza. Alla fine, in tanti hanno sospirato tra sorrisi e lacrime di felicità: “dice che ha riaperto Ju Boss”.

Il 5 giugno ero al Boss per la seconda di una serie di degustazioni alle quali collaboro nella veste informale di coadiutore e – per inciso e con orgoglio – supporter. Lo spunto l’hanno fornito sette produttori di Champagne, grandi per qualità, non per dimensioni aziendali. Cuvées che non si trovano nella Gdo, piuttosto in poche e buone enoteche. Al Boss potrete trovarle, fatta eccezione per una, che proprio non gli è andata giù.

1. AUBRY (Jouy-lès-Reims, Premier Cru) – Brut Classique
Sessanta parcelle distribuite in 15 ettari di Montagne de Reims: composizione dei suoli ed esposizioni molto differenti per questa casa da circa 68.000 bottiglie all’anno. 60% pinot meunier, saldo di chardonnay e pinot noir, uve da vigne classificate premier cru (Pargny, Jouy-lès-Reims, Villedommange, Coulommes-La-Montagne).
In apertura evoca leggerezza e disimpegno, grazie all’immediatezza nel diffondere fragranze floreali e agrumate, poi buccia di pesca e frutta rossa in varietà. Di sottile e non banale compiutezza, vino che non vuole imporsi ma possiede una trama intima e convincente: un frutto vero, “consustanziale”, perfettamente integrato e ben vivificato dall’effervescenza sottile e pastosa. Alla distanza si aggiunge, in filigrana, un tenue accenno siliceo. Né vertici, né vortici di piacere, lo sviluppo gustativo è senza discontinuità e il finale abbastanza lungo, su note di lievito e tostate che denotano anche la gestione corretta dei contenitori. Un vino partecipe, che impegna il palato senza insistere, versatile negli abbinamenti e dal rapporto qualità-prezzo molto vantaggioso. L’immediata bevibilità del pinot meunier resa filologicamente e arricchita dal calibrato apporto delle altre due uve. Dosaggio: 6g/l. Biologico.
Importato da Moon Import.

2. J. L. VERGNON (Le-Mesnil-s.-Oger, Grand Cru) – Resonance Blanc de Blancs Brut Millésime 2004
Côte des Blancs, terra di Chardonnay e di Champagne fini, eleganti, di freschezza pronunciata e delicate fragranze. Il grand cru Les-Mesnil-sur-Oger aggiunge spesso a queste caratteristiche un tipico saliente minerale, al quale si attagliano riposi più o meno lunghi, utili per ricomporre e distendere l’impronta calcarea e la caratteristica nervosité. Da un millesimo cui si aggiudicano prospettive di grande evoluzione proviene questo brut che, nonostante 5 anni di affinamento sui lieviti, si offre pressoché integro nei suoi aromi primari e non ha ancora stemperato la forza graffiante e cristallina del sottosuolo. Ma se ne intuiscono il felice approdo, l’assetto austero e la profondità, già rappresentati dal perlage veramente calmo, elegante. Il naso è fine e discreto, molto tradizionale nelle note tenui di fiori bianchi (robinia, mughetto, narciso e arancio), mandorla, limone e pompelmo. Con l’ossigenazione lo spettro olfattivo si estende a spunti di maggior complessità: minerali, nella componente gessosa e in quella marina (il thread mesozoico, conchiglia-mollusco-iodio); poi cresce in profondità accennando alle prime note mature (mela golden, burro, crema, biscotto, cioccolato bianco). In bocca si presenta subito teso, di effervescenza secondo me persistente (‘evanescente’ secondo alcuni presenti) e ben infusa nel liquido. L’acidità lunga e tesa sostiene un corpo di riguardo, di espressione ancora giovanile ma ben tornito, ben definito nei riscontri tattili. Nel finale si intuiscono note ancor più morbide e setose e si intuisce la texture densa e serrata qui viendra, quasi concentrata ma non pesante, sempre resa in eleganza. Dosaggio: n.d.
Importato da Cavalli.

3. GOSSET-BRABANT (Aÿ, Grand Cru) – Cuvée de Réserve Grand Cru Brut
Questo vino mi ha sempre coinvolto. L’assaggio di L’Aquila ha confermato la mia buona disposizione verso la sua grana grossa e tutt’altro che grossolana. Il più abruzzese, forte e gentile tra gli Champagne in degustazione! Michel e Christian Gosset si addossano con i loro vini il rischio che, puntualmente, si è realizzato sul parterre del Boss. La Cuvée de Réserve ha suscitato perplessità: inattesa, eterodossa. Proprio per queste caratteristiche, invece, a me si imprime ogni volta nella memoria.
Aÿ è grand cru della Vallée de la Marne, ma collocato al crocevia di tre delle quattro zone storiche di produzione. La maison Gosset-Brabant ha sede nel centro del paese ed è gestita da una famiglia di tradizione plurisecolare, proprietaria di 9,6 ettari, dei quali oltre 5 nelle colline di Aÿ e, tra i restanti, 0,5 vitati a Chardonnay in Chouilly, altro grand cru ma nella Côte des Blancs. Dai primi tenimenti provengono soprattutto uve di pinot nero, dai secondi quelle di chardonnay utilizzate per la nostra cuvée, che vede altresì l’impiego di un 25% di vins de réserve.
Pieno e strutturato (‘carico’, ‘impegnativo’ secondo alcuni), infuso di riflessi d’oro vecchio e ottone. Il perlage sottile e delicato viene ritenuto espressione del pinot nero di Aÿ, che entra nell’uvaggio in percentuale dell’80%. Il restante 20% è chardonnay, proveniente in parti uguali da ciascuno dei due cru. Resta a riposo almeno 30 mesi sui lieviti e non conosce utilizzo del legno. Al naso si impone per intensità e tensione più che per complessità: molti i riconoscimenti caratteristici del pinot nero, su tutti i frutti rossi, la pera coscia, il gesso, ben intercalati da apporti floreali (acacia, giglio, caprifoglio), più distintivi del terroir di Chouilly. Al palato colpisce invece per ampiezza e presenza gustativa: innanzitutto il cardine, il basso continuo della terrosità e ferrosità di Aÿ, quindi le corrispondenze fruttate; in progressione si aggiungono note floreali, fruttate (agrumi) e di tostatura che evocano lo chardonnay, fino a un accenno di miele e crema catalana. Infine si apprezza, al fondo di uno sviluppo senza punti di discontinuità, la lunga persistenza. Da apprezzare l’evoluzione degli aromi, un complesso in continuo mutamento.
La ricchezza di questo Champagne è risultata debordante per alcuni. Io credo che la sua sia pienezza e che si compendi in un equilibrio di forze solo in apparenza discordanti: d’impulso viene in mente l’associazione con gli Champagne di Léclapart, agli antipodi per quadro organolettico e origine, simili per capacità di comporre pulsioni forti e divergenti. Jacopo Cossater lo descrisse sul suo blog come “maschio” e “irruento”. Per Andrea Gori è “quasi travolgente”. Io trovo, più sommessamente, che sia di immediata ed eloquente bontà. Ma capisco le voci del parterre. Titoli di coda: conduzione biologica da oltre 15 anni, da molti in biodinamica, dosaggio 6g/l. Ottimo rapporto qualità-prezzo.
Importato da Les Caves de Pyrene.

4. LAHERTE FRERES (Chavot, Premier Cru) – Champagne Premier Cru (Voipreux) Blanc de Blancs La Pierre de la Justice Brut
Lahérte Freres produce uve da vigneti collocati in una decina di località della Valle della Marna, a sud di Epernay (Coteaux Sud d’Epernay) e nella Côte des Blancs, dove è situato il villaggio di Voipreux, premier cru vicino al più noto paese di Vertus. Da una parcella impiantata nel 1961 e con esposizione ideale (sud-est) ha origine questo assemblaggio di cuvées del 2007 e del 2008, insieme a un 30% di vini di riserva.
Prima ancora del profilo organolettico, per questo champagne importa la riflessione sul pregio e sull’importanza capitale delle vecchie viti, che apportano un patrimonio di conoscenza, una capacità di “lettura” del territorio d’appartenenza che gli impianti più giovani non possiedono. La complessità e l’intreccio dei profumi del La Pierre de la Justice, o la sua caleidoscopica variabilità nell’espressione olfattiva e gustativa, vanno ricondotte al mezzo secolo di connubio tra la pianta e il suo habitat.
Il vino si esprime con delicatezza e definizione esemplari. E’ intenso e complesso, sia al naso, sia al palato. In olfazione è fresco e diretto, sa di agrumi in varietà, pesca bianca, fiori (acacia, sambuco, caprifoglio), mela cotogna, poi ha un accenno cremoso e, più tenue, uno di menta; tutto intessuto con eleganza. Tra i presenti alcuni aggiungono percezioni di frutta secca. In bocca è secco, di grande e viva freschezza, nello sviluppo si muove senza cedimenti e in perfetto bilanciamento delle parti. Così risulta teso, di grande slancio, al contempo vellutato e rotondo; mai abbandonato dall’acidità che lo percorre in profondità. Si riconoscono gli agrumi (cedro, mandarino), i fiori bianchi, mela, nespola e note grasse di burro. Finale lungo, una souplesse corale e sinuosa, di energia grande e ben dosata, con la particolare nota di mandorla amara. Un vino con portamento. Dal parterre: finale ‘strano e interessante per la nota amara’, e ancora ‘una nota caratteristica, forse l’impronta minerale del territorio’. Conduzione biodinamica. Dosaggio: 8 gr/l.
Importato da Cavalli.

5. COUCHE P. ET FILS (Buxeuil) – Dosage Zéro
Nel cuore dell’Aube/Côte des Bar, Vincent Couche coltiva 13 ettari di vigneti ad alta densità d’impianto (10.000 ceppi/ha) e tutti in conduzione biodinamica dal 2008: 3 di chardonnay a Montgueux, piantati nel 1985 su gesso del Cretacico; 10 prevalentemente a pinot nero (impianto del 1973), nel comune di Buxeuil. Le località sono accomunate da un microclima specifico: la vicinanza della Senna – per ampi tratti, gli scoscesi vigneti di Couche costeggiano il fiume – assicura temperature e tassi di umidità più elevati che altrove. Ciò si riflette in alcune caratteristiche distintive, riconducibili a note più mature e rotonde, molto sensibili in quasi tutte le sue cuvées e arricchite dall’uso diffuso del rovere e dei vins de réserve. I timori di larghezza e rondeur eccessive, o addirittura di detestabili verbosità burrose e galliche, sono però ingiustificati. Questo Dosage Zéro, assemblaggio di pinot noir al 70% e chardonnay al 30% e di basi dalle quattro vendemmie 2000-2003, è sì vinificato in legno e affinato 6 anni sui lieviti, ma alla polpa, al naso che richiama la mela matura, il cassis e la ciliegia, associa una nettezza sferzante, elegante e austera. Queste caratteristiche ritornano all’assaggio: freschezza vibrante, acidità cristallina, una sensazione silicea (pasta o polvere di vetro) diffusa in tutto il palato. Lo sviluppo è stimolante, un intreccio di tocchi serici e punture minerali, il calore si presenta senza imporsi e la sua morbidezza sotto traccia collabora a distendere e regolare le asperità, mantenendole godibili. Sensazioni tattili finali di grande pulizia, vere minuzie vellutate.
Couche ha diviso il parterre, con una leggera prevalenza di giudizi a favore. Chi non lo ha gradito ne ha posto in risalto l’eccessiva ‘secchezza’ o ‘mordenza’. Altri lo hanno trovato ‘poco composto’ nella presunta alternanza tra morbidezze e durezze, altri ancora poco persistente. Giudizi assolutamente comprensibili. Io ne ho apprezzato molto l’austerità, insieme alla circolarità dell’espressione olfattiva. Dosaggio: 0g/l.
Importato da Cavalli.

6. André & Jacques BEAUFORT (Ambonnay, Grand Cru) – Brut Millésime 2004 (Ambonnay)
Beaufort è l’epitome dell’artigianato più nobile, quello che tende all’arte. Sei ettari e mezzo di vigneto divisi tra Ambonnay, grand cru della Montagne de Reims, e Polisy, nella Côte des Bars/Aube, ben 130 km più a sud. Due comuni che esprimono due versioni diverse ed ugualmente autorevoli dello Champagne. Beaufort è anche antesignano e artefice della naturalità: dal 1969 l’azienda non utilizza trattamenti chimici; dal 1974 impiega oli essenziali per contrastare i parassiti fungini e dal 1980 pratica omeopatia e aromaterapia. Le lavorazioni consistono essenzialmente in zappature leggere a contrasto delle erbe nocive in superficie, salvaguardando l’apparato radicale delle viti. Il suolo è nutrito con composti vegetali di produzione propria, arricchiti con polvere d’osso e farina di sangue. La preparazione, distribuita su tutta la superficie del terreno, consente di mantenere la giusta quantità di humus, aumenta la permeabilità del suolo e assicura con ciò la conservazione dell’umidità anche in condizioni siccitose. L’erosione è pressoché nulla.
Tutti gli champagne Beaufort sono assemblaggi di pinot noir all’80% e chardonnay al 20%, provenienti dalla medesima area. Fanno eccezione i Rosè, prodotti da pinot noir di Ambonnay e chardonnay di Polisy. Se non fossero mediamente così buoni, risulterebbero spiazzanti per i cultori del goût maison: qui la riconoscibilità del prodotto non viene perseguita, ad essa è preordinata la variabilità degli andamenti stagionali e dei territori, che attraverso il metodo agrobiologico si esprime senza mediazioni o quasi. Questi vini richiedono considerazione per i caratteri identitari e irripetibili di ciascuno.
Chi ha avuto la fortuna di visitare André e Jacques Beaufort ricorderà che i vini disponibili per la degustazione sono conservati in un contenitore portaghiaccio, nel quale ogni mattina viene inserita una bottiglia di plastica con acqua ghiacciata. Jacques statuit: lo champagne va servito intorno ai 12°C, perché solo a questa temperatura i profumi risaltano. Lo conforta l’acidità dei suoi vini, che non richiede basse temperature per essere resa e percepita. Le bottiglie a disposizione sono aperte da uno o più giorni, in alcuni casi da settimane, talvolta anche da mesi: la perdita di effervescenza e solo in parte di freschezza è più che compensata da doti straordinarie di complessità, finezza e capacità di evoluzione.
Il 2004 di Ambonnay è frutto di un’annata buona e un raccolto eccezionale: la 1996 e la 2002 vengono da molti considerate vendemmie più felici, ma il 2004 da noi degustato spiazza e invita al ripensamento. Di ampia e ricca espressività, articolata in sentori e profumi tanto vari quanto veri, sicuramente ascrivibili al terroir di provenienza e per noi tutti semplicemente buoni. Il naso è complesso e coeso, corale. Frutti rossi di grande eleganza, arancia sanguinella, albicocca, kumquat e legno di ginepro; questi ed altri riconoscimenti, molti dei quali da vino rosso, incernierati sul vettore acido, di dirittura e acume chablisiennes. In bocca l’attacco è vivo, secco e potente, scandito da un’alternanza di note fresche e grasse, vegetali e fruttate, e sullo sfondo vinoso. Allungo disteso, di ampiezza e persistenza impressionanti, tra accenni di frutta gialla (pesca, mandarino) e rossa, gesso, miele. Perlage fine e ben infuso. Un vino che ha suscitato commenti positivi pressoché unanimi.
Importato da Sarfati.


7. LARMANDIER-BERNIER (Vertus, Premier Cru) – Rosé de Saignée Extra Brut
Della maison e di questo vino, insieme forse al Blanc de Blancs Vieilles Vignes de Cramant, si legge e parla molto, di sicuro più che degli altri Champagne di questa degustazione. Pinot nero in purezza, da una zona e un cru poco usuali per questo vitigno, ha sorpreso chi non lo conosceva e reso tutti indistintamente felici. La sua espressività da vino di Chambolle, serica e profonda, declinata su riconoscimenti molto vari, di viola e peonia, frutti rossi, chinotto e spezie dolci (curcuma, cardamomo, chiodo di garofano), è menzionata in molte note di degustazione. Chi non lo conosceva ancora è rimasto spiazzato: vi sono l’incedere, la lunga traccia sapida, la lunghezza del borgognone; e insieme il contraltare brioso e leggiadro delle bollicine, della freschezza di frutto, dei più eterei tra gli aromi fermentativi. Buonissimo, senza mezzi termini, e di grande vocazione gastronomica: tra gli abbinamenti disponibili, promosso a pieni voti su prosciutto e speck d’oca de “La Collina Biologica” di Francesco Cirelli (Atri, Pe).
Importato da Teatro del Vino.

[Foto: Kristian Kielmayer]

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

26 Commenti

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Marco Lugli

circa 10 anni fa - Link

Grandissime bolle. Tra le mie preferite, come bere bene spendendo non un'esagerazione. Permettetemi di aggiungere alla lista anche le bolle della Ledrü e di Bonnet-Gilmert.

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Eleutherius Grootjans

circa 10 anni fa - Link

Concordo. Grande la Cuvée de Goulte.

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Manilo

circa 10 anni fa - Link

Perrier Jouet gran Brut Belle Epoque Blason Rosè Che ne pensate? Vale la pena spendere € 80.00 per una cena con questa casa e questi tre Champagne, il tutto abbinato Riso Venere e tartara di tonno Rosso Salmone tiepido all'Aneto Risotto di Gambero Rosso di Gallipoli e Vaniglia Coda di Rospo al Pistacchio e Macedonia di frutta e verdure Sfoglia di ragù di frutti di bosco e gelato alla vaniglia Poi con il Brut si inizia il Buffet iniziale e si finisce con il buffet finale. O investo questi 80.00 euro in una sola bottiglia di quelle menzionate qua sopra? Aiutateme finora solo ho degustato soloun Luis Roader ottimo e due da Fabrizio Pagliardi il resto buio totale.

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zakk

circa 10 anni fa - Link

Val la pena se ami le finezze, la florealità e la delicatezza. Se invece adori le strutture e la potenza, il passaggio in legno e un tocco di ossidazione allora devi cercare altro. Peccato manchi il belle epoque blanc des blancs, forse il miglior champagne in circolazione, ma con 80 euro manco ti fanno vedere la bottiglia, altro che cena. dove la fanno questa cena?

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Manilo

circa 10 anni fa - Link

Nel Viterbese, precisamente a Corchiano, da quel poco che sò in cucina c'è Danilo Ciavattini ed in sala Luigi Picca.

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Riccardo

circa 10 anni fa - Link

Dice cheeee... il video e' bellissimo, tante persone belle ma soprattutto vere, come l'autore dell' articolo di questa serata all'Aquila. Un abbraccio vado ad aprire una bolla!

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Eleutherius Grootjans

circa 10 anni fa - Link

Posto che il ristorante ti sia noto e fidato, 80 euro per quel menù non sono una richiesta da grassatori. Nulla da aggiungere all'utile e concisa indicazione di zakk.

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Francesco Fabbretti

circa 10 anni fa - Link

"LARMANDIER-BERNIER (Vertus, Premier Cru) – Rosé de Saignée Extra Brut Della maison e di questo vino, insieme forse al Blanc de Blancs Vieilles Vignes de Cramant, si legge e parla molto, di sicuro più che degli altri Champagne di questa degustazione"... infatti, se ne parla troppo. p.s. cmq, se gli avventori sono rimasti soddisfatti va bene. Per me è un vino stra-sopravvalutato

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fabrizio pagliardi

circa 10 anni fa - Link

sono d'accordo

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nirgendwo

circa 10 anni fa - Link

Variety is the spice of life. Per me è molto buono.

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maurizio silvestri

circa 10 anni fa - Link

bella prova manu! ma la prossima che passi per l'aquila fai un fischio. hasta ju boss siempre

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Eleutherius Grootjans

circa 10 anni fa - Link

hasta siempre, e di sicuro alla prossima ti informerò in anticipo!

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Nelle Nuvole

circa 10 anni fa - Link

Un nick un poco piu' semplice come spelling no?

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Eleutherius Grootjans

circa 10 anni fa - Link

Al tempo in cui lo scelsi - un bel po' d'anni fa - quella era la lingua quotidiana, poi è rimasta come seconda.

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Fabrizio pagliardi

circa 10 anni fa - Link

Sopravvalutato non significa non buono.

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Eleutherius Grootjans

circa 10 anni fa - Link

Giusto anche questo, e in forma duplice: a) a quel prezzo si trovano diverse valide alternative, ovvero a prezzi inferiori si possono trovare rosé de saignée comparabili per qualità ed espressività; b) c'è la bontà, ci sono purtuttavia anche un mini-culto e la sensazione legati a questo vino. E' ben spinto, ben 'amplificato' anche dal passaparola e dall'emulazione (giudizi pubblicati su alcuni siti, in particolare anglosassoni, sembrano meri press-clippings e lasciano pensare che chi scrive non abbia nemmeno degustato il vino), ma resta un vino dalle qualità che trascendono la dimensione tecnica e commerciale di tanti altri, spinti alla stessa maniera e anche più massicciamente. PS - era da un po' che non passavo alla Barrique (la toccata e fuga a Vinòforum non fa testo). Assenza interrotta ieri sera, come sempre con grande soddisfazione (mia e dei compagni di visita).

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carlo colombo

circa 10 anni fa - Link

Avviso ai notevoli somari presenti nel blog,fate almeno presente che Beaufort è stato importato per primo da Enoa quando ancora un sacco di saputelli non sapeva neanche della sua esistenza e quando tutti si sbattevano come tarantole su Selosse e Egly-Ouriet perchè quelli erano da bere in base alle guide e/o ai sapientoni scribacchini.

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Pino Fuoco

circa 10 anni fa - Link

E bravo mister simpatia. Aggiungo che la prima vinificazione post diluvio l'ha fatta Noè. Ma va là, va là, va là.

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Giulia Angela

circa 10 anni fa - Link

Sono stata, nel giugno del 2010, ad una degustazione di André Beaufort. Lui era con noi e ci ha spiegato il suo rapporto con la terra e con gli insetti. Lì ho pianto. Mi è rimasta una bottiglia con la sua firma, (vuota), un pò di "liquido odoroso" l'ho travasato in una piccola bottiglia di vetro. Ciao Emanuele, scrivi benissimo, è un vivo piacere leggerti. Giulia Angela Fontana

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Eleutherius Grootjans

circa 10 anni fa - Link

Ti si trova in zona (la tua) verso il 22-25 luglio?

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Giulia Angela

circa 10 anni fa - Link

Ciao, Ma la domanda se sono in zona il 22/25 luglio è riferita a me Emanuele? Scusa, non sono pratica di blog e non riesco a capirlo. Comunque si, sono qui in Umbria. Giulia Fontana

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Eleutherius Grootjans

circa 10 anni fa - Link

Ciao Giulia, sì, era indirizzata a te perché sarò di passaggio in Umbria intorno a quella data, con bimbo e consorte al seguito, quindi bimbo permettendo potremmo prendere un caffè (o un calice) insieme, prima del rientro all'urbe...

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Giulia Angela

circa 10 anni fa - Link

Ciao Emanuele, Si, volentieri, ti invio il mio biglietto da visita tramite sms con indirizzo di posta privato. Alessandro Morichetti : scusa se ho preso il tuo blog come "casa da appuntamento". :-) ciao a tutti/e. Giulia A. Fontana

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Franco Santini

circa 10 anni fa - Link

Ciao Emanuele, pezzo rigoroso e esaustivo come sempre. Da "aquilano" ti segnalo un piccolo errore: il bar che ha riaperto è quello dei "fratelli" Nurzia, e non delle più note (commercialmente)"sorelle". La diatriba è storica e probabilmente interessa solo a noi "autoctoni": all'inizio era una sola famiglia e un solo marchio; poi hanno litigato, le sorelle si sono messe in proprio e sono diventate "famose" ma hanno ceduto il marchio. Per cui i "veri" Nurzia sono rimasti i fratelli che fanno un torrone "spaziale" e continuano a possedere il bar del centro. A completare la confusione va detto che la conduttrice dell'azienda "fratelli" è oggi una donna: Natalia Nurzia.

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Eleutherius Grootjans

circa 10 anni fa - Link

Grazie Franco, la rettifica è preziosa e dovuta. Con le scuse al Bar Nurzia da parte mia.

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andrea

circa 10 anni fa - Link

uno dei migliori pezzi letti su intravino testimonia la preparazione e il rigore intellettuale di Emanuele Giannone.

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