Tre note di assaggio che vanno sempre bene per tutti in qualunque situazione – parte seconda

Tre note di assaggio che vanno sempre bene per tutti in qualunque situazione – parte seconda

di Pietro Stara

Piatti pronti, vestiti e chef prêt-à-porter, articoli copia-incolla, metti e togli, sopra e sotto: galleggiamo attoniti in un mondo in perenne accelerazione che non appena pensiamo di averlo raggiunto, girato lo sguardo, abbiamo accumulato un ritardo di qualche trilione di anni luce. Ci rivolgiamo al pronto e via, al tutto e subito, ad un eterno presente che capire non sappiamo per attenuare, per un irrilevante istante, l’ansia dell’inadeguatezza che ci affligge.

Ed è proprio per questo che qui vi propongo, a vostro piacimento, un fac-simile di recensione di un vino rosso qualsiasi che ha fatto botte grande o barrique di primo, secondo e terzo passaggio. Il linguaggio è sufficientemente post-veritiero, tardo-modernista e turbo-capitalista: rozzamente stil novista quanto basta, utilizza sinestesie random che farebbero impallidire anche l’uscere ultra-centenario, un tal Giovanni Pascoli, dell’Accademia della Crusca.
E’ una recensione tutto tondo a 360 gradi più o meno che si può utilizzare a cena con gli amici, prima e forse appena dopo (solo in caso di vittoria) un incontro di pallone o al bar durante una partita a tresette col morto.
Eccola a voi

Questo rosso… è un puledro di razza: entra in bocca scalpitando come fosse Furia cavallo del West che beve solo caffè per mantenere il colore più nero che c’è. Non pago di tanta veemenza, i suoi tannini, non pienamente levigati, aggrediscono il palato con un balzo felino degno delle tigri di Mompracem. Non basterebbe un Yanez qualsiasi ad impedirne l’impatto. Poi si addolcisce: emergono i frutti di bosco, i lillà in fiore, Heidi e Peter che raccolgono le margherite sui monti, mentre da lontano si scorge la piccola casa nella prateria. Poco tempo per scodinzolare alla Rin Tin Tin, che riprende vigore, altezza e potenza: una leggera volatile s’inarca per le narici come due pugni rotanti di Mazinga Zeta. Ma non stona oltre certa misura. Indica, al contrario, una passione naturale e una giovanile esuberanza pari solo alla bellezza di Wonder Woman. Il finale è lungo e persistente: un Orzowei che compie la sua corsa nella Savana delle percezioni sensoriali. Questo vino è un alieno, un Mork che viene da Ork, solamente se lo si paragona alla massificata produzione di banalissimi rossi generati nella stessa zona e tagliati solo il Maggiordomo dei tre nipoti sa con che cosa.
Non resta che alzare i pollici alla Fonzarelli!

La nota sul vino spumante la trovate qui

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Pietro Stara

Torinese composito (sardo,marchigiano, langarolo), si trasferisce a Genova per inseguire l’amore. Di formazione storico, sociologo per necessità, etnografo per scelta, blogger per compulsione, bevitore per coscienza. Non ha mai conosciuto Gino Veronelli. Ha scritto, in apnea compositiva, un libro di storia della viticoltura, dell’enologia e del vino in Italia: “Il discorso del vino”.

2 Commenti

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Francesco Garzon

circa 3 anni fa - Link

.....mmmm, questo non l'hai postato su vinoestoria

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Francesco Garzon

circa 3 anni fa - Link

postato non è un neologismo od altro, per me, serve solo a far capire che me lo aspettavo anche lì. E credo abbia funzionato.

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