Studio di Bianco di Borgo del Tiglio, tornare sul Collio dei capolavori

Studio di Bianco di Borgo del Tiglio, tornare sul Collio dei capolavori

di Alessandra Corda

CONCETTO SPAZIALE
Su alcuni aspetti del nostro vivere si diventa recidivi. A intervalli ciclici si torna a pescare qualcosa che, nell’orizzonte immediato della nostra quotidianità, ci dà respiro come su vette altissime. Certi bianchi fatti Lì sono picchi altissimi appunto, che da subito generano un’empatia chimica con il nostro immaginario enoico. Lì e sempre Lì si ritorna, perché Lì e sempre Lì si producono gemme di purezza formale abbagliante che portano traccia superba del luogo in cui sono nati: uno di quei Lì è il Collio friulano. Con capolavori di certa razza si ripresenta la questione di quanto le parole possano esprimere l’atto del bere. Inoltre, fare pulizia con la propria scrittura è difficilissimo quando si affronta la fonte, che ha già tutta in sé la narrazione bell’e fatta. Rimando alle scelte raffinatissime di Nicola Manferrari nel comunicare contenuti che sono forma e sostanza delle sue produzioni. Si dovrebbe togliere piuttosto che aggiungere, ma la cosa va qui descritta, evocata. La cosa, il vino, ha un nome che non pianifica una volta per tutte, piuttosto sperimenta: Studio di Bianco. Sono pigra e associo con nonchalance. Ci sono atti creativi che hanno una forza semiotica rivoluzionaria proprio perché minimi. Lo sono per esempio i tagli di Lucio Fontana sulla tela, che superano la seconda dimensione, rompono il supporto, la materia d’appoggio, istigano alla profondità fisica e materica.

TAGLIO
Sauvignon, tocai (friulano) e riesling renano: le tre uve di questo Studio, solo in questo rapporto e generate in quel luogo si esprimono cosi, vinificate separatamente poi assemblate. Dunque, è il gesto umano pensato a lungo e poi agito che fa l’opera. Un unico gesto semplice che ci fa dire quello posso farlo anche io, come il taglio sulla tela di Fontana. Ma non è cosi. In questo vino la precisione del “taglio” è stata a lungo pensata, poi agita. Non tanto nelle percentuali che vi contribuiscono, quanto nello studio della personalità che quelle stesse uve sviluppano in quel luogo, anzi in quei micro luoghi come loro corredo proprio. Fuori da tutte le considerazioni di tipo concettuale, siano esse intenzionali alla base del progetto enologico, siano esse soggettive a margine dell’assaggio, io in questo vino ho tutto per i miei sensi e ben espresso nelle forme intime e innate della piacevolezza assoluta. Una rara combinazione conferma l’intuizione che sta dietro il suo nome: nel consumarlo si sperimenta una specie di infinitezza, cosi come si dà cangiante alle narici, aprendosi su frutta gialla matura, zenzero, spezie orientali, ma insieme fermo sul supporto tattile che ci rimanda, piaccia o no, a quel Lì, cosi sapido, iodato e definito nei terziari evoluti in bottiglia di un bianco del Collio.
Recidive dunque, ritorni e rimandi guida, che sono come uno spillo piantato sulla mappa, ago di bussola puntato a Nord Est con i suoi riferimenti sensoriali sempre pronti a attrarci. Un bianco o uno studio (scegliete voi cosa omettere dall’etichetta, il significante funziona sempre) che esordisce asciutto, di una freschezza sibillina che vivacizza il sorso composto e insieme impertinente, elegante e sottile, come molte delle personalità che imbottigliano su quelle colline.

Studio di bianco 2016, 15% vol. – Borgo del Tiglio

1 Commento

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Giulia

circa 3 mesi fa - Link

Che bellissimo esempio di comunicazione enoica, da standing ovation. Grazie mille, Alessandra!

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