Scavino VS Manti | La diffamazione al tempo delle conversazioni

di Fiorenzo Sartore

Dopo la discussione sviluppata nei commenti al post che riguarda la sentenza Scavino VS Gaetano Manti, arriva il sequel; meritano d’essere segnalati un paio di interventi sulla libertà di critica, cioè sulla possibilità di recensire e valutare un vino usando un linguaggio hard core. Fabio Cagnetti ha raffrontato, da una parte, la critica enologica – che ormai, vista la sentenza, farà bene a muoversi con cautela; e dall’altra la critica musicale e cinematografica, che usa volentieri termini così corrosivi da non lasciare dubbi sul fatto che a questi è consentita una libertà del tutto preclusa alla critica eno. Come dice Fabio, se a quelli si dovesse applicare lo stesso metro giuridico, i cinepanettoni guadagnerebbero più nelle aule giudiziarie che al botteghino. Sul piano giurisprudenziale, credo, l’accostamento ha senso – ed un operatore del diritto potrebbe efficacemente integrare quel che dirò: per analogia la giurisprudenza dovrebbe applicare lo stesso criterio di libertà espressiva che è consentita ad ogni operatore dell’informazione, e segnatamente ai giornalisti. Però è evidente che così non è: un giornalista che scrive di un vino che è una delusione, tale da evocare aromi da “acquetta dell’anguria”, viene condannato a pagare quindicimila Euro di danni. Un suo collega, recensendo un disco di Blectum from Blechdom dice che e’ “merda” (ripetuto 400 volte di fila), e la fa perfettamente franca.

Un altro commentatore, Pietro Stara, avanza un’analisi più articolata. Pietro descrive l’azione giudiziaria non tanto e non solo come una tutela al diritto personale a non vedersi diffamati: “Le relazioni tra le parti sono determinate in genere da rapporti di forza, dove la legge è spesso soltanto un contorno labile di un quadro che sono avvocati, tribunali, potere … a definire in termini compiuti. Ma non è così anche per altro? Non viviamo forse in un mondo in cui la mia capacità di difendersi in fase giudiziale è direttamente proporzionale allo status sociale, politico e di classe al quale si appartiene?” – E aggiunge: “Il vero nodo non sta tanto nella liceità di critica a qualunque, e ripeto, a qualunque condizione possibile (anche le più turpi e volgari), ma la possibilità di accesso reale ad un diritto di replica, ovvero alla possibilità sostanziale di usare gli stessi strumenti in qualità e quantità di coloro che mi criticano. Questo è a parer mio il nodo centrale della comunicazione e della violenza che da essa si genera: perché si tratta spesso di una violenza di tipo unidirezionale in cui coloro che non hanno accesso (potere, soldi capacità…) ai mezzi di comunicazione di massa sono spesso le prime vittime dello stesso sistema. La difesa in giudizio è, al contrario di ciò che normalmente si crede, un punto di debolezza. La vera sfida sta nel ribaltare il sistema della comunicazione, e forse non solo quello”.

Questo commento introduce un aspetto che mi sta a cuore, cioè l’ecosistema dei blog. La comunicazione bidirezionale del blog contraddistingue un luogo nel quale (forse) il problema si può aggirare, e quindi risolvere, ed è questo che m’ha fatto scrivere, in quel post, della “superiorità del blog” rispetto al mainstream – nel caso si tratta essenzialmente di una superiorità di ordine tecnologico. Io credo che un fatto come quello capitato a Gaetano Manti, al netto della giurisprudenza così severa nei confronti di quella pubblicazione, ha un senso (residuo) quando la comunicazione è unidirezionale, come nella carta stampata. Mentre in rete qualsiasi descrizione, effettuata da un autore o da un commentatore, se pare lesiva (in misura intollerabile) della dignità del recensito, consente a questo la possibilità di intervenire con altrettanta forza, fierezza ed efficacia nei commenti. Mi chiedo: è sufficiente questo meccanismo ad evitare le vie giudiziarie? Anche tenendo conto del fatto che nella querelle Scavino-Manti abbiamo visto una sentenza dopo otto anni dal fatto. Un commento si inserisce in tempo reale sulla recensione online, e avvia una discussione in grado di influenzare velocemente la valutazione dell’eventuale offesa, aumentando i parametri di giudizio in capo al lettore. E’ preferibile aspettare otto anni, pur di conseguire quella che può sembrare una sanguinosa ritorsione, anziché un ripristino della dignità lesa?

L’aspetto più contemporaneo della vicenda attiene alla cosiddetta reputazione in rete. Nella terra di mezzo di Internet molti conoscono the Streisand effect. Questo fa riferimento alla causa intentata nel 2003 dalla nota cantante nei confronti di Kenneth Adelman, fotografo e titolare del sito Pictopia.com. Adelman era accusato di lesione della privacy avendo pubblicato la foto della villa di Barbra Streisand, che gli intentò causa per 50 milioni di dollari. Oltre a perdere la causa, la Streisand ottenne il mostruoso effetto che ora va sotto il suo nome, per il quale esiste una descrizione su Wikipedia: “L’effetto Streisand è un fenomeno di Internet in cui un tentativo di censurare o rimuovere una informazione provoca al contrario l’ampia pubblicizzazione dell’informazione stessa. […] Come risultato, la conoscenza pubblica di questa foto fu sostanzialmente incrementata ed essa divenne popolare su Internet, con più di 420.000 persone che visitarono il sito entro il mese successivo”. Adesso, per dire, pure qualcuno di voi è venuto a conoscenza di questa villa, che sarebbe rimasta serenamente sconosciuta alle masse senza quell’improvvida azione. In questo articolo di Millevigne, Monica Piscella, un’esperta di comunicazione digitale, parlando di reputazione in rete tra l’altro afferma: “la convenienza ad intraprendere le vie legali per tutelare la propria reputazione va valutata attentamente (e di solito sconsigliata), anche per i suoi riflessi mediatici”.

Otto anni dopo la recensione incriminata moltissimi hanno appreso, come fosse un fatto nuovo, che un produttore stimato come Scavino ha intentato una causa per un articolo sicuramente discutibile, ma che per tanti lettori rientra nel diritto del giornalista, cioè il diritto a descrivere un vino anche in modo duro e tranciante. Mentre per Scavino si innesca l’effetto Streisand, mi piacerebbe sapere se, tornando indietro, farebbe ugualmente causa a Manti. Ma soprattutto mi chiedo se, al tempo della comunicazione bidirezionale che introduce meccanismi apparentemente ignorati dal diritto, cioè le discussioni orizzontali e paritarie, non venga meno lo stesso concetto di diffamazione che, non a caso, si chiama “a mezzo stampa”, per cui applicare ai blog la stesso rigore non sia, in sostanza, anacronistico.

[Immagini: OfficialPsds.com, Wikipedia]

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Fiorenzo Sartore

Vinaio. Pressoché da sempre nell'enomondo, offline e online.

10 Commenti

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Paolo

circa 8 anni fa - Link

Ringraziandoti dell'articolo che con grande chiarezza ed equilibrio riassume l'evento e ne analizza le conseguenze, mi soffermo proprio sulla chiusura, l'ultima frase. Detta in termini rozzi (e me ne scuso): e' talmente vera, cosi' vera, che tutti i tentativi di normare il web "alla maniera" o "per analogia" o "estendendo l'applicazione" delle leggi sulla stampa sono falliti, o sono destinati al nulla, o fanno una fine ingloriosa come il recente "emendamento Fava", proposto da uno che di web e di blog ne capiva quanto il suo cognome. Il mezzo e' cosi' differente, che "per analogia" o "per estensione" proprio non funziona, o non e' applicabile. e quel poco che viene legiferato in merito, usualmente, produce mostruosita' giuridiche, come si prospettava per l'emendmento Fava. Paolo

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Max Cochetti

circa 8 anni fa - Link

Vero anche però che internet rischia di essere peggio, molto peggio della stampa, quando veicola informazioni che sono vere solo in certi momenti o non lo sono affatto. Se ho una recensione online molto negativa sul mio prodotto, magari dettata da errori o malafede, rischio che a distanza di anni me la ritrovi collegata in modo permanente al nome del mio prodotto, magari fatta su un sito che non risponde all'email o che ha politiche per le quali non puoi neanche intervenire in tua difesa, quindi la bidirezione non è detto che ci sia sempre. E questo rischia di essere un grosso problema per internet. Che comunque dovrebbe trovare soluzione, magari fuori da un'aula di tribunale.

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Luca Cravanzola

circa 8 anni fa - Link

Senza carte alla mano non possiamo tirare le somme del processo e usarlo da esempio di "eno-censura" Per il resto, Fiorenzo, hai centrato perfettamente le differenze tra blog e stampa, imho. Vero che posso ribattere in tempo zero alla tua critica via blog quindi abbiamo, io e te, gli stessi mezzi a disposizione. Ma se il tuo pezzo rimane nell' etere invariato non abbiamo più gli stessi mezzi... Provo con un esempio: tu scrivi che il vino "xxxx" è orribile e puzza di stalla. Dici che non conviene comprarlo e che non sembra quello che dovrebbe essere vista la denominazione, il prezzo e i premi della critica.... Ok? Io produttore del vino xxxx ribatto subito dicendo che la bottiglia non era stata conservata bene e che bla bla... Non solo, sono fortunato e alcuni commentatori scrivono che il vino xxxx è buono e che sei tu ad aver preso un granchio. Diciamo pure 1 a 1 palla al centro e amici come prima e nessun danno per nessuno. Però se il tuo pezzo rimane invariato e qualcuno, passato un po' di tempo, googlelando il vino xxxx trova il tuo post è molto improbabile che vada a rileggersi tutti i commenti sotto facendo "autochiarezza" della situazione.. Quindi, forse, i casi sono 2: o non siamo capaci a leggere un blog oppure, alla fine dei conti, non c'è molta differenza tra stampa e web?

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Olimarox

circa 8 anni fa - Link

No, non è anacrosnistico, Fiorenzo. Tutt'altro. Se non ti garba il nome, si può chiamare diffamazione a mezzo media. Ma il blog ha (o dovrebbe avere) le stesse responsabilità di fronte alla legge. Non vedo il motivo di un'eventuale esenzione. A meno di non dare per scontato che i blog vivano dei contributi di 'pensiero' di cani e porci, e che costringere questi al bon ton sia impossibile, a meno di perderci tempo e cani e porci. Comoda la vita.

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gianpaolo paglia

circa 8 anni fa - Link

Io non credo che il problema di internet sia che una recensione cattiva puo' rimanere attaccata al tuo vino per sempre, senza che tu ci possa fare niente. Esiste una autodifesa automatica di internet, una sorta di anticorpo. Basta che ogni volta che si digita il tuo vino, le recensioni buone superino, magari anche di molto, quelle cattive, ed ecco che il problema viene disinnescato automaticamente. La gente sa valutare una voce discordante tra un coro di altre voci, e' normale e naturale. Certo che se il tuo problema sono tante recensioni pessime o negative, beh allora forse il problema non sta in internet: la risposta sta dentro la bottiglia (pero', come diceva "quelo", e' sbagliata)

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Pietro Stara

circa 8 anni fa - Link

Concordo con quanto detto da Gianpaolo Paglia. Solitamente la replica dell'errore (voluto o meno), diffusissima in rete, avviene quando l'argomento interessa poco. Al contrario le repliche degli interessati, quando occorre, si fanno sentire a gran voce. Sugli errori nella rete mi sono occupato in parte nella mia tesi e riproduco qui un pezzetto di quanto osservato: Quando è nata la prima d.o.c. italiana? http://vinoestoria.wordpress.com/2012/02/16/le-false-notizie-e-la-rete-qual-e-stata-la-prima-d-o-c-italiana/

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maurizio gily

circa 8 anni fa - Link

io sono semplicemente contrario al principio che il concetto di diffamazione, su stampa o su web,si possa applicare ad una merce, sia pure di alto prestigio, anziché a una persona. Per questo la sentenza contro Manti (sebbene ritenga il pezzo incriminato di pessimo gusto e assolutamente non condivisibile nel merito) molto pericolosa. Se scrivo che una certa automobile o un certo capo di vestiario sono orribili possono condannarmi? Attenzione che siamo su una china molto pericolosa, si va verso la prevalenza della merce sulla persona. E immagino che qualcuno si scandalizzi se definisco merce un Barolo di Scavino. Sarà anche sublime, ma essendo un oggetto in vendita sempre merce è.

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gp

circa 8 anni fa - Link

Non sono un giurista, ma una separazione così rigida tra "persona" e "merce" non mi sembra attendibile. E' evidente che la reputazione di un produttore è legata al valore di ciò che produce: se le cose stessero come dice Gily, si potrebbe diffamare chiunque gettando fango in modo persecutorio su quello che fa e passarla liscia. Nella fattispecie, che risale ormai a più di sette anni fa, una rivista dedicata al vino aveva pubblicato in una rubrica intitolata "La grande delusione" la recensione di un Barolo riserva che lo descriveva con una terminologia adatta a un vino in brik, né più né meno. Il produttore non ha ritenuto di lasciar correre, come spesso si fa per quieto vivere, e sette anni dopo ecco il logico risultato.

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Zakk

circa 8 anni fa - Link

Quindi che tipo di reputazione puo' avereil produttore del taverne lo? E del cuvee prestige di ca' del bosco e del brunello di banfi e....

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