Quella certa barbera astigiana che ora si chiama Nizza Docg. Due o tre cose che so di lei

Quella certa barbera astigiana che ora si chiama Nizza Docg. Due o tre cose che so di lei

di Fiorenzo Sartore

Ho questo ricordo che non riesco a fissare bene nel tempo. Una trasmissione Rai, la sera tardi, nella quale si parlava di sport, affettando salami e bevendo vino. C’era sempre qualche bottiglia aperta e il giornalista, o i giornalisti, erano esperti delle due cose – calcio e vino. Ho cercato un po’, senza riuscire a trovare nomi precisi per quel programma, poi ho lasciato perdere. Mi resta questo ricordo, però: una sera c’era Maurizio Zanella, che assieme agli altri versava il suo vino e tutti chiacchieravano amabilmente. Un giornalista parla genericamente di spumante e Zanella lo ferma. Un po’ risoluto ma senza troppa irruenza, lo interrompe: “no, si dice Franciacorta”.

Da allora è passato molto tempo e si sa, adesso, che quel lungo percorso fatto di affermazione di un termine, un nome proprio, serviva a definire in modo forte, sul piano del marketing, quel vino che oggi tutti conosciamo per nome. Si può ben dire che è stato un successo, visto che oggi si dice tranquillamente Franciacorta per indicare quel metodo classico.

Però, insomma, all’inizio non è stato facile, e ricordo anche questo.

Tra i miei ricordi c’è pure Nizza Monferrato, un paesone, una quasi città, che incrociavo sempre uscendo dall’ovadese per andare verso la Langa. Nizza era sempre nel mezzo, in auto pareva obbligatorio passarci dentro, come Acqui o Canelli: erano sulla strada. Poi hanno costruito svincoli e passanti ma quando ancora non c’era l’autostrada che collegava Genova con Alessandria si faceva il valico del Turchino, per passare dall’altra parte. Quella strada ho cominciato a farla da bambino, piazzato tra i sedili del camion che usava mio padre, quando si partiva per comprare il vino da vendere in negozio.

“Andiamo a Nizza a prendere la barbera” diceva mio padre – e io che mi sedevo tra lui e suo fratello mi sentivo, insomma, già abbastanza grande e già abbastanza commerciante di vino. Avrò avuto dieci anni, credo, anche meno le prime volte. Si diceva Nizza per dire barbera molto buona, più buona che altrove. Mio padre parlava coi suoi fratelli in quell’incomprensibile (per me) dialetto piemontese, afferravo una parola su quattro, ma Nizza c’era per indicare quel posto dove la barbera usciva meglio, era la migliore, era quella che gli faceva dire “compriamo lì”.

Ora che Nizza è una denominazione per una barbera astigiana super buona, chissà che direbbe mio padre. A casa non si è mai detto Nizza per dire barbera – si diceva barbera e basta. Barbera di Nizza, cioè da quel paese, dalle vigne attorno. Ma oggi è giusto, probabilmente è necessario, usare un luogo geografico per enfatizzare l’appartenenza di un vino ad un territorio. Certo, un po’ mi spiace leggere “Non chiamatela più Barbera” – temo che per un po’ ancora userò dire barbera di Nizza ma pazienza, credo sia giusto affermare quel territorio con una denominazione, come è accaduto, per esempio, con il Franciacorta.

Adesso potrei chiuderla qui, questa simpatica vicenda, ma ci sarebbe un altro fatto che si incrocia, e probabilmente si sovrappone, quindi ecco.

Io tendo a sottovalutare il desiderio di affermare con forza il marchio di una denominazione, tra chi produce vino. Che bisogno c’è di usare un brand fortissimo? In fondo potrebbe bastare lo storytelling, ci siamo noi qua, apposta. E invece.

L’altro ieri ho capito che invece è importante (non è mai troppo tardi, pare). Vabbe’, diciamo che forse anche prima mi pareva chiaro, ma l’altro ieri passando per la solita strada che mi porta a casa, il semaforo rosso mi ha fermato esattamente qui:

sw

davanti a questo locale – che avrete riconosciuto, è uno di quei bar robotizzati. Uno di quei luoghi in cui l’automazione ha sostituito il lavoro umano. Fa parte del paesaggio e io nemmeno sono particolarmente contrariato da questi fenomeni – che sono tutto sommato naturali, e poi ho superato ormai la fase dell’indignazione permanente.

Quando uno sta fermo al semaforo a volte trova il tempo per collegare i puntini.

Chi vende cosa, in un luogo simile? Risposta: qui vendi qualcosa che automaticamente si riconosce come fruibile. Così insomma, più o meno all’improvviso mi sono fatto un film di questo tipo: verrà anche l’enoteca robotizzata. È solo questione di tempo, ma il lavoro di chi sta nel mezzo, e intermedia, verrà cancellato da qualche tipo di robot. Per ora è solo una sensazione, ma è alquanto precisa. Quel giorno nelle enoteche robotizzate serviranno, esattamente, nomi forti, auto-affermanti, che renderanno inutile l’umano che sta lì in mezzo.

L’unica buona notizia collegata al fatto è che quel giorno smetterete di sentir parlare di storytelling. Forse.

[Immagine principale – crediti]

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Fiorenzo Sartore

Vinaio. Pressoché da sempre nell'enomondo, offline e online.

5 Commenti

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abi

circa 2 mesi fa - Link

Con la mia preveggenza la prima volta che ne ho visto uno ad Amsterdam (circa nel 2000) ho detto: "si certo qui funzionano perchè mangiano male, in Italia proprio non ce li vedo...."

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Fabio Pracchia

circa 2 mesi fa - Link

Bel posto. Complimenti

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Fabio Pracchia

circa 2 mesi fa - Link

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mc100

circa 1 mese fa - Link

Credo si trattasse di una edizione (unica e irripetibile) del famigerato Processo del Lunedì su Rai 3 con Gigi Garanzini e Gianni Mura a tagliar salame e mescere vino nella penombra. Lascio immaginare lo share da carbonari... Peraltro oggi il Garanzini si è ritirato proprio a produrre vino a Monforte in Langa

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Fiorenzo Sartore

circa 1 mese fa - Link

Grazie moltissime per l'aiuto mnemonico, si trattava esattamente di Gigi Garanzini - google images is your friend :)

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