Quel nemmeno sottile legame tra il vino e l’arte. Armando Castagno può avere effetti collaterali

Quel nemmeno sottile legame tra il vino e l’arte. Armando Castagno può avere effetti collaterali

di Alessandro Morichetti

Michelangelo Berretta è uno studente del Master in Cultura del vino italiano presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Questo articolo è la sua prova d’esame in Enogiornalismo e Wine Blogging.

Salve, sono uno studente del Master in Cultura del Vino Italiano e non seguo una lezione di Armando Castagno da 16 giorni, 2 ore e 36 minuti.
Ok, lo ammetto. Due giorni fa ho ascoltato un paio di volte le registrazioni che avevo fatto delle lezioni su Caravaggio e i pittori futuristi.
Solo quelle, giuro.
Cioè, non è proprio così: ho dato anche una piccola sbirciatina alle slide di geografia dei terroir. Ma solo velocemente e in maniera del tutto innocente.
Anzi, c’è dell’altro: ho organizzato una visita alla mostra temporanea di Giacomo Balla ad Alba. Io!

E dire che all’inizio sembrava tutto così bello e affascinante, senza dipendenze né turbe. Ma come sono finito qui? Chi siamo? Dove stiamo andando?

Martedì 6 giugno 2016, ore 14 circa, Banca del Vino di Pollenzo.
Noi undici studenti del Master Vino ci accomodiamo nelle sedute già disposte per la prima lezione di Storia dell’arte dei territori viticoli. Come di consueto, facce sorridenti e rilassate: e pensare che da lì a qualche lezione non saremmo più usciti di casa senza aver scrutato le “croste” incorniciate e appese dalla mamma casalinga con fare da navigato esperto d’arte. Per non parlare dell’autostima.
Nel frattempo, Armando Castagno si accinge ad iniziare la lezione, forte della sua mossa simpatica alla “romana” unita alla capacità di riportare nello stesso discorso la composizione del blu cobalto nelle opere paleocristiane (lapislazzuli pestati diluiti con olio di lillà, per intenderci), la formazione ufficiale completa della Roma di Falcao del 1983, i cinque comuni che fanno parte della DOC Boca nel novarese e il contenuto del libretto “Le Postille al nome della rosa” allegato da Umberto Eco alla seconda edizione del suo più celebre romanzo.

Ormai adesso noi studenti ci troviamo sistematicamente tutti in cerchio a parlare della nostra “astinenza da Castagno”. Armando conosce le zone più vocate per la semina dei lillà e le fasi di produzione dell’olio stesso nell’epoca dei mosaici a sfondo oro, conosce il nome dei quattro massaggiatori dello staff medico della “maggica” dell’83, ricorda le migliori annate degli ottimi nebbioli di Boca e, per concludere, dopo qualche secondo di ragionato silenzio, può riportare senza esitazioni il nome della rivista che pubblicò le sovra citate postille che vennero allegate ad ogni ristampa del romanzo di Eco a partire dal 1983.

Ma torniamo in classe. La lezione è iniziata da circa un’ora e gli studenti avvertono già un certo torpore cerebrale frutto dell’inturgidimento della materia grigia. Nessuno prende appunti. Tutti sono esterrefatti di fronte agli acrobatici collegamenti di Armando tra l’armonia stilistica di Raffaello Sanzio e la struttura olfattiva dei nebbioli Valtellinesi, tra l’immagine della potenza michelangiolesca e la straordinaria concentrazione di un Taurasi irpino. Dai loro occhi lucidi si intuisce la forza comunicativa del relatore. Impressiona la padronanza linguistica con cui Castagno riesce a costruire una connessione tra opera d’arte, vino e studenti: concetti di natura percettiva come equilibrio, proporzione, espressività, pathos sublimano da un calice per trasformasi in quadri, pitture e colori.

A proposito di pathos. Avete mai provato a seguire la fasi più concitate della semifinale tra Germania e Italia del vittorioso mondiale del 2006 togliendo il volume alla strepitosa telecronaca di Caressa? Avete casualmente visto la finale di canottaggio della coppia Rossi-Bonomi all’olimpiade di Sydney 2000 togliendo il volume alla cronaca, a dir poco storica, di Giampiero Galeazzi? Provateci, perché degustare un vino o visionare un’opera d’arte senza Armando vi restituirà la stessa sgradevole sensazione di superficiale apatia. Alzando il volume però, trasporto e preparazione portano all’estasi dei sensi. In fondo, siamo qui per questo.

E ora vado a spararmi una dose di registrazioni.

 

Michelangelo Berretta

[Foto: Eleonora Castagno]

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Alessandro Morichetti

Tra i fondatori di Intravino, vende vino su Doyouwine.com. Marchigiano, vive a Barbaresco. Ama tutti gli animali e qualche umano.

4 Commenti

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Stefano Cinelli Colombini

circa 3 mesi fa - Link

Certo, è l'uovo di Colombo, cultura e fascino sono l'unico futuro possibile per il vino italiano. E non perché ci piace così o per snobismo, ma per un motivo banale e molto piattamente economicistico; se competiamo su prezzi, qualità, marketing e simili amenità "tecniche" non possiamo vincere. Ci sarà sempre qualcuno che ha più soldi, che produce a prezzi più bassi o che ha uno Stato che lo appoggia di più (facile) che ci spiaccica come sardine. Ma sulla cultura, sulle radici e sulla fascinazione potremmo essere imbattibili, e lo saremmo ancora di più grazie all'unicità dell'universo viticolo italico (che però va raccontato, sennò è nulla). Grazie Armando, che a fronte ai troppi Robert Parker de noantri che riducono il vino a numeri (o poco più) sei un gigante.

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Baser

circa 3 mesi fa - Link

W il fenomenale Armando Castagno.

Piccola, puntigliosa postilla al commento di SCC: "...se competiamo su prezzi, qualità, marketing e simili amenità "tecniche" non possiamo vincere." Io non sono un produttore, non me ne intendo: davvero non possiamo competere riguardo alla QUALITA'?

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sergio

circa 3 mesi fa - Link

Baser:"...davvero non possiamo competere riguardo alla QUALITA'?" Ma la qualità da sola non basta a volte e diventa importante costruire un involucro narrativo che la valorizzi. Spesso i clienti comprano la "narrazione sul vino" e poi il vino e la sua qualità. Alla narrazione ci pensa il marketing in tutte le sue declinazioni: da Pollenza al più piccolo blog sul vino.

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Stefano Cinelli Colombini

circa 3 mesi fa - Link

Io non dico che è tecnicamente impossibile fare vini italiani qualitativamente superiori, anche se poi bisognerebbe chiarirsi bene sul cosa voglia dire qualità e sul come la si misura. E forse anche su chi la misura.
Io ho scritto una cosa diversa. Ovvero che, per il vino italiano, competere sulla qualità è un esercizio futile. Fossi un cileno o un australiano lo farei, altroché se lo farei. Ma sono un italiano, e ho mille campi in cui sono unico e non-fungibile da sfruttare per promuovere le mie vendite. Scusate, sarò poco sportivo ma se posso scegliere mi batto sui campi dove i competitori internazionali (che sono molto più ricchi e potenti di me) non hanno hanno chances.

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