Qual è il bicchiere giusto per ogni distillato?

Qual è il bicchiere giusto per ogni distillato?

di Thomas Pennazzi

Ogni calice, lo sapete bene, nasce per contenere un certo tipo di vino: se volete avere una sala di un certo tono, o semplicemente una tavola di casa come si deve, dovrete accendere un mutuo presso la Riedel o la Zalto, a vostra scelta. Anche no, se ripiegate sulla nostrana Bormioli. Per i distillati vale la stessa regola?

La questione continua a sollevare nuvole di carta e di elettroni tra gli esperti e gli appassionati, senza trovare una definitiva quadra, mentre per i vini la faccenda si è chiarita con buona certezza. Poche sono quindi le fonti sicure, ma qualche punto fermo si può mettere, a conforto dei nostri lettori e soprattutto dei nostri osti, tavernieri, baristi, coppieri diplomati, maître di sala, e delle professioni affini.

Troppe, troppissime volte, il distillato che ci viene servito, benché mediocre – ché pure di questo si dovrebbe parlare – lo è in un bicchiere del tutto inidoneo alla sua degustazione, semmai la meritasse. Se lo gargarizzate alla russa, invece, va bene qualunque vetro, signora mia. L’oste medio italiano purtroppo, e vi comprendo pure le stelle della ristorazione, non ha alcuna cultura di genere, e di solito vi propina un’acquavite a orecchio, e non di rado in un bicchiere a dir poco stravagante. Quando capiterà infatti che vi porgano un elegante calice di design, lasciate che ci bevano gli architetti d’interni ed i nipotini di Sottsass, e rifiutatene sdegnosamente l’impiego. Non avrete mai torto.

È opinione mediamente condivisa che il bicchiere più adatto alla degustazione di qualsivoglia alcolico debba avere la forma a tulipano, con o senza stelo, filiazione legittima dalla copita da sherry. Quindi il bicchiere universale dovrebbe avere una dimensione contenuta, un bulbo tondeggiante alla base, e un camino rastremato alla sua bocca: e badate di non riempirlo oltre un quarto della sua capacità. Grave errore è il versarvi tanto liquore da occupare il bulbo o il camino, per cui lo sviluppo degli aromi è limitato dal volume eccessivo. Versatene due volte, piuttosto (e in presenza di chi ve lo chiede; è buona pratica e cortesia far vedere la bottiglia da cui mescete, come il lasciarla poi sul tavolo, se vi fidate).

Il bon ton dei tempi andati suggeriva che il bel bicchiere fosse di bordo sottile, ben trasparente, e di Boemia venisse. Oggi che si ottengono eccellenti vetri sonori, a ridotto contenuto di ossidi di piombo, non ha senso spendere per il contenitore una cifra di frequente superiore al costo di una bottiglia del contenuto, per cui preferite questi al cristallo. Se ne rompete uno, non sentiremo pianti disperati a distanza di chilometri.

Esiste quindi un bicchiere particolare per ogni distillato? Si direbbe di no, ma andiamo a curiosare nelle regioni di produzione cosa consiglia la tradizione e l’esperienza locale.


Schermata 2018-12-09 alle 18.06.32Whisky (scozzese e del mondo)
Per il biondo distillato di cereali, di vetrame se n’è visto di ogni colore: negli anni ’70 la faceva da padrone il tumbler, naturalmente con qualche whiskaccio blended da gustare on the rocks. Fa sorridere a pensarci oggi, quando tutti sproloquiano di cask strength single barrel malt, ma tant’è, potrebbe capitare ancora di vedervi servire così il vostro amato, in qualche locale dove il tempo non è mai trascorso.

L’uso consiglia un bicchiere di dimensioni leggermente più ampie e più alte di un tulipano classico, chiamato Glencairn dal nome del produttore scozzese, con una piccola e pesante base, senza stelo. Non è tassativo, e qualunque calice a tulipano anche più piccolo lo sostituirà egregiamente.


Schermata 2018-12-09 alle 18.10.45Cognac (Brandy)
Con il re dei distillati ci si può divertire tutta una sera: meno, quando vi verrà servito in quello che ogni oste della malora reputa il suo bicchiere perfetto: il ballon, nel mondo inglese chiamato snifter. Ridicolo, oltraggioso, cafone, di dimensioni grandi come un pompelmo, se non un melone, era di gran moda ai tempi del whisky nel tumbler. Ma a Cognac non lo conoscono. Un’ottima ragione per rottamare subito tutta quanta la vostra dotazione: la campana del vetro non aspetta altro. Sostituitelo con un piccolo bicchiere a tulipano dallo stelo corto o lungo a piacere. Il motivo è che l’amplissima superficie e la bocca smisurata di questo atroce vetro giocano uno scherzo feroce al naso del bevitore: l’anestesia da alcool (che evapora in massa) e la contemporanea fuga degli aromi del fine liquore. Sarà l’addio alla gioia in pochi istanti, e poi i noiosi brontoleranno che non gli piace il cognac. Ah, se avete anche lo scalda-cognac, rottamate pure quello: farete un viaggio unico in discarica. Se da voi invece si usa riscaldare il bicchiere prima di servire il distillato, spedite il sommelier o il barista in un campo di rieducazione cinese (o licenziatelo in tronco).


Schermata 2018-12-09 alle 18.19.59Grappa (Marc)
L’uso delle osterie popolari è di servirla in un bicchieraccio dalle pareti alte e dal vetro spesso, come si fa per gli amari dozzinali. I locali più di pretesa adottano una varietà di tulipano con un piccolo bulbo quasi sferico e camino diritto. Va già meglio, ma se la grappa è di pregio, meriterà anch’essa un tulipano dai volumi più distesi, sempre da riempire con moderazione. In mancanza potrete compromettervi a versarla in un bicchiere ISO, ma vale il discorso del ballon fatto sopra: con ogni alcolico è meglio evitare i grandi volumi e le superfici larghe.

 


Schermata 2018-12-09 alle 18.24.47Armagnac (Calvados)
In Guascogna il distillato locale vi verrà servito in un ballon: tuttavia il suo volume è generalmente un quarto di quelli italiani. Ha senso, se si considera che l’armagnac è un distillato duro, per la cui degustazione è necessaria una prolungata aerazione, e quindi la superficie aiuta. Ma attenzione all’alcool, perché se l’armagnac è comme il faut – cioè tradizionale e di un singolo domaine – si troverà tra i 42° ed i 52°, e ben frequentemente sopra i 46°. Mai rotearlo come un vino! Dategli il giusto tempo e si esprimerà voluttuoso come una bella donna colmata di riguardi. Per il calvados (acquavite di mele della Normandia invecchiata in legno, che abbia almeno 12 anni però), usate lo stesso panciuto bicchierino.


Rum (Cachaça)
C’è un bicchiere per il rum? Ma per quale rum? Parafrasando il Kuaska, non esiste il rum, esistono i rum. Dai micidiali bianchi overproof giamaicani e quegli altri preparati per marinai ubriaconi, alle acquette giallognole da cocktail che vengono da Cuba,  allo sconfinato mondo della cachaça brasileira, terminando negli inchiostri cupi delle Piccole Antille, c’è un mondo tropicale in mezzo, impossibile da classificare. Selvatico, ardente, o infinitamente aromatico, il rum non si può rinchiudere in un canone. Il suo bicchiere pertanto non c’è. Ad ogni rum converrà il proprio: che va trovato per esercizio sperimentale, partendo dal consueto tulipano. Ed il naufragar sarà dolce, in questo mare (di vetro).

Acquaviti di frutta (Schnaps, Brand, Pálinka, Rakja & C.)
Ottima cosa usare un tulipano, o la sua contenuta versione per grappa, secondo la potenza dell’acquavite. Frutti evanescenti come certe bacche selvatiche e la fragola richiedono tutto il vostro naso ed un bicchiere stretto per catturarne le flebili note. Il voluttuoso lampone, e le ruffiane pere, su tutte la Williams, vi stordiranno invece col loro profluvio aromatico: per queste, e per i frutti a nocciolo, userete il bicchierino un po’ più ampio.

Gin (Jenever)
Ah, che brutta bestia, il gin. Puro, non lo beve nessuno, per cui ha poco senso parlarne. Ma se proprio voleste… quello che vi piace nel Gin Tonic o nel Martini potete concedervelo pure liscio, o con un cubetto di ghiaccio soltanto, quando avete mangiato pesante. Di solito il gin ha aromi in abbondanza, e non dovrete fare altro che bere, senza grilli degustatorî. Un piccolo vetro a casaccio sarà più che sufficiente. Ma occhio alla pesantezza oleosa nello stomaco il giorno dopo. Lo oude jenever olandese è invece più adatto alla degustazione, e merita qualche considerazione, anche se è addolcito non poco.

Schermata 2018-12-09 alle 18.32.51Vodka (Kornbrand)
Circolare, non c’è niente da degustare qui. La vodka quand’anche fosse premium è uno spirito neutro, buona per farne cocktail ed ubriacare le genti nordiche. Se mai credeste il contrario, sarete stati irretiti da qualche copywriter skillato (parola orrenda, ma fa molto Milano), oppure dall’eterno femminino in patinata versione coscialunga: a Perugia vi chiamerebbero fagiani. Il bicchiere? Ma che domande, lo shot (in italiano: cicchetto), senza arrivare però all’abominio dell’assicella col manico da 10 pezzi. E non esagerate, vi fa male quella roba. Più simpatiche e digestive le versioni scandinave e slave con infusioni d’erbe.

 


Tequila  (Mezcal)
Sono acquaviti difficili da bere lisce, queste: più fighetta/o la/il prima/o, roba per uomini dal petto villoso il secondo; quando è artigianale poi calarne un bicchierino senza esser nato peón vi costerà non poco sforzo. Anche qui il bicchiere a tulipano si comporta bene: giocando con l’inclinazione, e magari soffiandoci dentro un po’ d’aria, potrete scacciarne gli aromi più selvatici, e cercare di analizzare quello che di buono offrono queste aguardientes messicane. Rimarrete sorpresi.

Pisco (Singani)
Il pisco dovrete tenerlo in grande considerazione. È un’acquavite di vino, anzi d’uva, anche non completamente fermentata, dai ricchi aromi: ed è assai pericoloso in quanto finirete per berne più di quanto avreste immaginato, tanto è buono. Merita un bicchiere in grado di separare bene i suoi svariati aromi: usate quello del cognac e vi troverete contenti (se volete strafare, la Riedel ne ha uno anche per il distillato andino, naturalmente). I peruviani usano invece lo shot, rivestito talvolta di una camicia di pelle decorata. Ma loro mica ci pensano troppo, bevono e sorridono.

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Thomas Pennazzi

Nato tra i granoturchi della Padania, gli scorre un po’ di birra nelle vene; pertanto non può ragionare di vino, che divide nelle due elementari categorie di potabile e non. In compenso si è dedicato fin da giovane al suo spirito, e da qualche anno ne scrive in rete sotto pseudonimo.

5 Commenti

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Daniele

circa 6 mesi fa - Link

Tutto molto Interessante, ma dissento totalmente da quanto asserite sul gin. Il gin liscio, se si conosce il distillato e lo si sa scegliere, é una bontà, un esplosione di sapori.

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Raffaele

circa 6 mesi fa - Link

Concordo! E da sardo suggerisco. Giniu, Silvio Carta (rigorosamente liscio). Solo Wild Gin (mixology) e la sua versione “legno” Doro Aged Gin (meditazione) entrambi di Pure Sardinia. Quest’ultimo quotatissimo per il periodo natalizio perché propone anche il panettone artigianale al Gin (la versione “Wild”) alternativa da vero Gourmet...

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rampavia

circa 6 mesi fa - Link

per un Calva' di meno di 12 anni (a me piace giovane con spiccato sapore di mele) quel verre? Complimenti per il post. Merci bien.

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Roberto

circa 6 mesi fa - Link

Ormai da tempo, per i distillati, mi sono assestato sul Vinum Rheingau della Riedel, comprato in offerta per pochi spicci. E' identico a quello raffigurato sopra per il Cognac, solo pochissimo più grande e capiente, e la forma del camino è perfetta.

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rampavia

circa 6 mesi fa - Link

Ho cercato affannosamente un Calva di 12 anni ma non ci sono riuscito. Volevano rifilarmi un Tres Viex o un Napoleon senza sapermi indicare gli anni. Insistevano anzi nel dirmi che il massimo invecchiamento dichiarabile è sei anni. Cosa devo fare per utilizzare il ballon?

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