Piccolo bestiario di tipi umani che amano il vino

Piccolo bestiario di tipi umani che amano il vino

di Federica Benazizi

Molto di quello che so sul mio lavoro, l’ho imparato da mio nonno.

No, non era né sommelier né vignaiolo.

Mio nonno tra gli anni ’70 e gli anni ’80 svolgeva un lavoro che al giorno d’oggi non fa più nessuno: vendeva corredi matrimoniali porta a porta.

Ricordo che quando ero piccola giocavo con la sua valigetta. Era una valigetta pesante, di pelle nero-blu, di quelle che si aprono con un codice. Al suo interno almeno una sessantina di campioni di tessuti diversi. Cotone, seta, macramé, ritagli di tessuto con diversi tipi di ricami, colori e fantasie. Un catalogo ad anelli con foto di diversi tipi di lenzuola, federe e copriletto, tende e centrotavola.

La valigetta ormai non la usava più, però ora che era in pensione, la conservava come ricordo.

Per me bambina era il giocattolo più prezioso. Passavo ore seduta sul pavimento ad esaminare il suo contenuto. Mi divertivo a toccare i tessuti, le trame, le morbidezze e le ruvidezze e ad osservare i ricami floreali, geometrici, le fantasie animali, vegetali e astratte.

Un tempo, quando internet non esisteva e acquistare le cose era molto più difficile, fare il rappresentante erano un lavoro molto comune e molto remunerativo. Le persone, specialmente nei milioni di paesini italiani avevano bisogno di qualcuno che facesse da tramite tra loro e gli oggetti di consumo. I rappresentanti erano questo tramite. Anche se, come accade oggi, non era proprio un lavoro ben visto.

Il rappresentante è un venditore e c’era sempre chi mirava al guadagno immediato a volte ingannando l’acquirente. Era un settore pieno di ciarlatani che infinocchiavano la gente e poi sparivano del nulla, ma mio nonno non era uno di loro.

Quello che vendeva era qualcosa di molto importante. I corredi matrimoniali erano di solito acquistati una volta nella vita e con parte dei risparmi di una vita.

Chi ancora era legato a questo tipo di tradizione, ovvero chi era nonna o mamma e aveva nipoti o figlie negli anni ’80 lo pagava con mazzetti di banconote che prelevava direttamente dalle federe dei cuscini del divano, da sotto il materasso o da dietro una mattonella del bagno.

Era un acquisto importante e non si badava a spese.

D’altro canto, la cosa buffa era che pur non sapendo esattamente quando si sarebbe svolto il matrimonio si era sicuri al 100% che prima o poi avrebbe avuto luogo. E in quel momento non si sarebbe potuto trovare un corredo in quattro e quattrotto.

Le figlie sedicenni o le nipoti dodicenni dovevano essere sistemate il prima possibile. Ognuna doveva al più presto avere il suo corredo. Non si poteva certo permettere che non avesse le sue lenzuola e le sue coperte al momento di mettere su famiglia. E se fosse andata ad abitare con la famiglia del marito?  Non si poteva far brutta figura con la famiglia del marito e in particolar modo con la futura suocera.

Insomma, c’era un mercato per un prodotto del genere, che ora non c’è più.

Il corredo, poi, era come una bottiglia di vino di valore.

Lo si comprava spendendo una cifra considerevole, che era stata risparmiata appositamente. Certo, si cercava comunque di fare un acquisto conveniente e nel farlo ci si doveva accertare che fosse bello e di gusto SENZA poterlo esaminare attentamente o altrimenti si sarebbe spiegazzato e rovinato. A questo scopo i campioni di tessuto e le foto.

Una volta acquistato si sarebbe dovuto conservare in un posto sicuro, senza toccarlo fino al momento di consegnarlo alla figlia o nipote poco prima del matrimonio.

Poteva succedere che al momento di questo passaggio la madre o la nonna non fosse più in vita e in quel caso il corredo avrebbe visto il suo valore sentimentale decuplicato. Oltre che un regalo sarebbe divenuto un ricordo. La giovane sposa avrebbe agghindato il proprio letto nuziale e il resto della casa di stoffe, disegni e ricami scelti da qualcuno che le voleva bene ma che non era più fisicamente raggiungibile. Una specie di monumento ad aeternum.

Il fatto è che, inconsciamente, lui mi ha insegnato molto sul vendere il vino e molti degli approcci che io uso sono dirette applicazioni degli insegnamenti tratti dalle sue storie su come vendeva i suoi corredi. C’è di più: paradossalmente quello che ho imparato da lui non è affatto un vademecum sulla vendita quanto una cosa più simile ad un bestiario di tipi umani e dei loro comportamenti.

Per capire il vino è indispensabile capire chi lo beve, nel fare ciò il sommelier è il tramite tra le persone e il vino e l’ordine non è casuale. Le persone infatti possono fare a meno del vino ma il vino non può rimanere solo.

Mio nonno mi raccontava sempre un sacco di aneddoti sui suoi clienti.

Ma veniamo al dunque: chi erano costoro?

Qui ve li divido in 4 categorie e vi racconto cosa succede se ve li ritrovate in Enoteca.


/C’era chi amava sfogliare il catalogo./

1. I visivi

I visivi possono essere i clienti più difficili e odiosi se ci si ostina ad andargli contro.

Se avete mai sentito qualcuno proferire la frase: “Questo rosso non mi piace. È troppo poco rosso.” lui è l’archetipo del visivo.

Quando si ha a che fare con un visivo è inutile spiegargli che il vino non è fatto per essere guardato ma per essere bevuto. Il visivo il vino lo beve già, ma con gli occhi.

Il segreto per capirli è riassunto nella massima zen go with the flow.

Il visivo ha bisogno di un vino che sia esteticamente bello. Alcuni visivi potrebbero storcere il naso sui vini che presentano depositi in sospensione ma altri sarebbero disposti a passarci sopra sempre che il colore del vino si presenti come vivo e particolare (sì alle macerazioni).

I visivi ogni tanto li odio ma a volte li amo perché sono apertissimi a bere la categoria di vini ancora ahimé più sottovalutata del settore: i rosati. Certo, i visivi, berrebbero un rosato anche scialbo e insapore purché abbia delicati toni rosa tenue (rosa maialino per capirci).


/C’era chi amava toccare i tessuti, le trame. Immaginandosi la morbidezza e la comodità del tal copriletto/

2. I tattili

I tattili si rivelano subito. Anche se ignorano l’esistenza di qualcosa chiamata tannino o il significato del termine astringenza di solito sono i primi a indicare subito ciò che vogliono sperimentare nel vino: morbidezza. Sono amanti dei rossi perché l’esperienza che hanno avuto gli ha insegnato che è più facile trovare la morbidezza nei rossi che nei bianchi. Sono persone con un lato umano molto sviluppato, di solito sono i clienti più gentili e di buon umore.

Sono un sacco bravi a capire il vino semplicemente introiettandolo. Per approfondire il loro punto di vista consiglio la lettura non semplice ma illuminante di Epistenologia. Il vino e la creatività del tatto di Nicola Perullo.


/C’era chi avrebbe convinto a parole./

3. Gli uditivi

Ho riflettuto a lungo su come comportarmi con gli uditivi.

Molti sommelier, compresi colleghi che stimo, sono convinti che la strategia di comunicazione migliore sul vino sia trattare tutti a prescindere come uditivi. E quindi usare la propria voce per comunicare un trilione di informazioni sul vino in questione: storia del vitigno, della zona geografica, su come è stato fatto, chi lo ha fatto, che tipo di mutande indossava al momento della vendemmia etc etc.

Lo storytelling a volte mi piace. È bello far viaggiare in mondi lontani attraverso l’acquisto di una bottiglia. Ma non mi piace quando serve a influenzare, a confondere, a pontificare.

In questo caso è come se il sommelier di turno prima creasse intenzionalmente una voragine tra il vino e le persone, salvo poi riempirla con milioni di mattoncini (le informazioni vomitate a iosa), per poi prendersi il merito di aver creato un ponte tra il vino e le persone.

Ma cosa vogliono gli uditivi davvero? Può essere che vogliano solo avere una comunicazione reale? Qualche settimana fa mi è stato gentilmente scaricato un cliente “difficile”.

Ancora non sapevo che si trattava di un uditivo ma nelle conversazioni preliminari alla scelta del vino ho capito che semplicemente il suo essere “difficile” era legato al fatto che nessuno l’aveva mai approcciato cercando davvero di capire i suoi gusti riguardo a ciò che voleva bere.

Si era preferito provare a stupirlo di volta in volta, e il suo essere “molto selettivo” nei confronti di quello che gli si proponeva era legato alla sua giusta percezione di non essere mai ascoltato con attenzione. E lui si era chiuso a riccio.


/C’era chi lo prendeva in simpatia e si fidava di lui. E questi ultimi lo avrebbero mandato da altri parenti che avevano altre figlie e nipoti./

4. Gli empatici

Nelle enoteche ci sono sicuramente molte più bottiglie che persone. Ma sono queste ultime che fanno la differenza.

Non mi stancherò mai di dirlo: Il materiale umano è quello che fa la differenza nel nostro lavoro. Quando vado da Peccati io vado da Clemente, quando vado da Mosto’ vado da Ciro, quando vado al Tiàso vado da Andrea e Michele. Quando mi capita di essere quella a cui viene venduto del vino, e capita ogni volta che ho del tempo libero e dei soldi, quindi raramente e in orari improbabili, mi piace fidarmi delle persone e in questo approccio sono squisitamente empatica.

Gli empatici cercano il vino e offrono in cambio la possibilità di una connessione umana, il termine deriva dal greco, en-pathos “sentire dentro”, e consiste nel riconoscere le emozioni degli altri come se fossero proprie, calandosi nella realtà altrui per comprenderne punti di vista, pensieri, sentimenti ed emozioni. Un’avvertenza sull’adozione di questo approccio che mi sento di fare è che può essere molto rischioso: l’approccio empatico può essere infatti al 100% un successo, ossia una bevuta indimenticabile o al 100% un fallimento, una bottiglia che finirà nel frigo per cucinare ma che in nessun modo riuscirò a finire di bere. Non ci sono vie di mezzo.

Quasi tutte le persone possiedono i sensi ma non tutti li usano allo stesso modo.

Nel mio lavoro ho conosciuto persone visive, tattili, uditive ed empatiche.

Gli olfattivi sono i grandi assenti.

E’ indiscutibile che il profumo di un vino sia come l’anticamera della sua essenza ma l’olfatto è stato a lungo considerato un senso di serie b e il risultato è che la maggior parte di noi non ci fa molto caso a meno che non si tratti di odori sgradevoli e/o molto intensi. Detto ciò, pur non sentendomela di fornire una categoria olfattivi voglio raccontarvi la mia storia alla ricerca dell’olfatto perduto.

All’inizio della mia educazione sul vino lessi con dedizione quasi maniacale Il Respiro del Vino di Luigi Moio. Ero da tempo alla ricerca di una chiave sugli odori. Se avessi capito come erano composti gli odori di un vino a livello chimico e come venivano al mondo a seguito delle fermentazioni forse avrei potuto finalmente distinguerli anche io. Complice un’estate passata in Cilento, affiancavo questa lettura al mettere il naso in qualsiasi cosa, cercando di far evolvere il mio naso cittadino e anestetizzato attraverso l’immersione in profondità nell’universo degli odori della campagna. Naturalmente fallì miseramente nel mio scopo, almeno quello legato al libro.

Non c’era e non c’è una chiave universale agli odori. Le ruote degli aromi, la ricerca dei riconoscimenti olfattivi può funzionare e non sempre, nei vini costruiti (da lieviti selezionati e trattamenti di bellezza enologica). Ma quei vini io non riesco più a berli e manco ci provo più.

Poi come spesso mi capita, entro a fare un giro alla Feltrinelli e per puro caso mi imbatto in Filosofia dell’Odorato di Chantal Jacquet, un tentativo molto interessate di costruire un estetica olfattiva che pesca dalla storia, dalla letteratura e dall’arte.

A questo segue L’imperatore dei Profumi Chandler Burr che non sono riuscita a comprendere al 100% (non proprio una lettura leggerissima) ma che ha confermato in me l’idea che quello che sappiamo sull’olfazione non è che la punta di un iceberg e si sta pure sciogliendo.

Quello che mi è rimasto è che il vino non è fatto per essere odorato, ma per essere bevuto.

Quindi non mi do pena più di tanto se non riesco ad utilizzare l’olfatto come gli altri (sarò anche io un poco anosmica, chissa?), ma al momento dell’assaggio il vino mi dice tutto quello che ho bisogno di sapere. Mi sa che sono un po’ Perulliana.

2 Commenti

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claudio

circa 1 mese fa - Link

bell'articolo! anche mio nonno aveva in cantina un catalogo simile, anche se di mestiere faceva altro... da un lato il genere umano ha sottovalutato per troppo tempo l'olfatto, e dall'altro i sommelier e categorie affini hanno messo l'olfatto al primo posto dimenticandosi che il vino è una bevanda e non "un aerosol" (cit. Lino Maga) la questione non sembra sanabile, il bevitore che non ha studiato guarda con diffidenza chi si esprime per descrittori olfattivi "ma li sentite davvero tutti quegli odori nei vini? forse dopo il terzo bicchiere..." (cit. un mio collega) mentre nelle degustazioni si parla in gergo tecnico con sfilze di descrittori noiosissimi, creando una voragine fra consumo di massa e divulgatori, che poi si stupiscono che si venda bene il prosecco prodotto a shanghai...

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FEDERICA BENAZIZI

circa 1 mese fa - Link

Grazie Claudio, La riflessione sull'olfatto che hai fatto è vera. Ho un caro amico che è molto convinto della bontà dell'approccio olfattivo che ha imparato nei corsi Ais e mi capita sempre di discuterci animatamente. Lui è un bravo sommelier ed è "uno squalo" a riconoscere i vini serviti durante le lezioni. Anche io all'inizio (e ancora ora) mi porto dietro questa tensione al riconoscimento, contro cui coscientemente lotto perché mi sembra di aver capito che riconoscere e conoscere sono due cose assolutamente diverse. Il problema dell'approccio suddetto è che ti insegna la prima cosa (sempre che tu abbia una certa materia prima che si offre al riconoscimento), ma allo stesso tempo crea un ostacolo al raggiungimento della seconda. Un po' come il dito con la luna ;)

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