Piccola guida al vino di Abbazia in Italia (non quello da messa)

Piccola guida al vino di Abbazia in Italia (non quello da messa)

di Angela Mion

Mettetevi comodi, l’argomento risulta interessante e per nulla antidiluviano per chi non lo conoscesse. (Così direbbe l’Artusi in preambolo ad una ricetta complicata.). Se ci dovesse essere noia nella prima parte passate diretti alla seconda qualche secolo dopo.

Prima parte (sorsi di storia) – VI secolo – anno 534
La regola di san Benedetto – capitolo 40 – Della misura del bere.

Ognun ha un particolare dono di Dio, chi in un modo, chi in un altro. E perciò noi stabiliamo così minuziosamente la misura del vitto a ciascuno. Nulladimeno, riguardando la debolezza dei temperamenti, crediamo che una misura di vino al giorno basti a tutti. Quelli però cui Iddio dona la virtù dell’astenersi, sappiano che ne raccoglieranno particolar mercede. Che se la condizione del luogo o la fatica o il calore estivo richiedesse una quantità maggiore, resti in facoltà del Superiore; avuto sempre riguardo che non si vada sino alla sazietà o all’ebbrezza; giacché leggiamo, ai monaci non convenire il vino.

Ma poiché ai tempi nostri non si può fare osservare siffatta cosa; almeno accordiamoci in questo, di non bere mai sino alla sazietà, ma assai parcamente: poiché il vino fa apostatare anche i sapienti.

Dove poi la natura del luogo fa sì, che non si possa avere nemmeno la sopradetta misura, ma molto meno, ovvero niente affatto; coloro che si trovassero in tali luoghi, benedicano Iddio, e non escano in mormorazioni. E questo, prima di ogni altra cosa, raccomandiamo, che i fratelli vivano senza mai mormorare.

Lunedì ore 13.00, apro a caso e per caso questo curioso libricino: La regola di San Benedetto. In 73 capitoli San Benedetto regolamenta la vita quotidiana in un monastero – non so per quale stregoneria ma lo apro proprio al capitolo 40 titolato Della misura del bere. Sgrano gli occhi: anche dall’alto mi arrivano segni di vino. Quindi coagulano in me le idee che avevo da un po’ di mettere assieme alcune bevute interessanti col minimo comun denominatore di essere vino prodotto da Monaci, ma anche Frati o Suore.

Lavoravano, pregavano e meditavano. Era questo quello che scandiva le giornate dei monaci. Così distanti dal nostro essere e dai nostri tempi eppure così attuali. I frati a differenza dei monaci andavano tra la gente, i fratelli. I monasteri e le abbazie erano i loro luoghi di culto e di vita ed erano situati spesso in zone impervie e distanti dalla civiltà e anche per tale ragione i monaci impararono a produrre da sé cibo, bevande, medicinali e prodotti per l’igiene. Essi son stati i “padri della vigna”, primi tra tutti i Benedettini. Il vino da messa doveva essere “(..) naturale, del frutto della vite e non alterato”. Lo diceva il diritto canonico. Quel vino naturale che oggi ci fa ammazzare. Il vino serviva per celebrare la messa, simbolo del sangue di Cristo, era un elemento di sacralità e pure di nutrimento e piacere per i monaci che a quanto pare non se ne privavano affatto. Trasportarlo e mantenerlo sano era difficile quindi la soluzione più pratica fu diffonderne la produzione. Così la vigna si diffuse tanto attorno alle ricche sedi vescovili quanto dove sorgevano i più umili monasteri. In pratica la diffusero ovunque. E dobbiamo al lavoro di monaci e frati la selezione dei cloni e le tecniche di vinificazione. Pare che nel XIV secolo bevessero da due a quattro litri di vino al giorno poiché l’impiego non era solo sacrale ma anche domestico: mi sento già in pace con me stessa. Se molti vitigni sono giunti ai giorni nostri è opera degli ordini monastici: ai Cavalieri di Malta va Soave, Bardolino, Valpolicella e i vini dei Colli del Trasimeno; ai Benedettini Cirò, Freisa e Greco di Tufo; ai monaci Scalzi il Frascati; ai Gesuiti il Lacrima-christi; ai Cistercensi Spanna e Gattinara e la lista è ancora lunga.

Ai monaci quindi il vino piaceva parecchio e la regola di San Benedetto ce lo spiega bene e un po’ mi fa sorridere perché in qualche maniera la sua lettura ne giustifica l’uso oltre allo scopo eucaristico, un galateo insomma, che guardava al benessere spirituale e fisico dei religiosi.

Parte seconda (sorsi) – secolo XXI – anno 2020. 

E oggi cosa ci offrono? Tra un santino e un rosario ecco cosa potrebbe capitarvi di bere.

  • – Lazio – parto dalle Monache. La loro cantina l’ho conosciuta a Cerea in occasione di ViniVeri: Monastero Trappiste di Vitorchiano, nel Viterbese.

C’è lo zampino di Giampiero Bea che le ha aiutate a rilanciare la cantina e a lavorare le uve come mamma le ha fatte. Due etichette (che si bevono così bene che poi non lo diresti che sono fatti da delle suore perché fila strano): Coenobium, un bianco pulito da uve trebbiano, malvasia, verdicchio e grechetto; Coenobium Ruscum – e qui lo zampino di Bea non mente – stesse uve ma con macerazione sulle bucce. Il Coenobium Ruscum ne esce come un bel macerato fitto e arancione al punto giusto. Due vini che vanno giù che è un piacere, una benedizione insomma.

  • – In Maremma il Monastero dell’Incarnazione, sede della Comunità Monastica di “Siloe”, risale al recente 1997. È nato da una donazione all’Ordine dei Benedettini di un podere, “Le Pescine”, così chiamato per la presenza di una sorgente d’acqua. Qui ora i monaci con le loro mani da queste terre producono molti prodotti alimentari e un vino: La Grangia”, 90% Ciliegiolo 10% Sangiovese che mi è stato regalato e la cui bevuta snella, pulita e senza sensi di colpa mi è piaciuta assai. Ah, dimenticavo, qui i monaci sono piccanti: già, producono del gran peperoncino.
  • – Il Vermentino ligure dell’Az. Agr. Monte Carmelo di Loano è prodotto dai padri Carmelitani scalzi. Sarà che a me i bianchi liguri piacciono e i terrazzamenti hanno sempre il loro perché che in occasione di una visita a Fara Sabina – Rieti, sono finita nella bottega monastica – erboristeria dell’Abbazia di Farfa e sarà che non torno mai senza una bottiglia di qualcosa dai miei viaggi che ho comprato questo vermentino. Il vino ha tutti i tratti somatici della sua terra e del suo mare e si fa bere in un attimo; la bottega e l’abbazia di Farfa in cui l’ho comprato sono assolutamente da visitare.
  • – Venezia: non c’è angolo o campo dove non ci sia un bàcaro in cui fermarsi a bere un’ombra di vino e mangiare un cichetoHorti et vinae fin dall’Alto Medioevo erano presenti ovunque a Venezia e i monaci in particolare hanno tramandato in laguna tradizioni ed antiche vigne, in luoghi impensabili.

In Cannaregio, proprio due passi dopo la Stazione dei treni il tempo ferma la lancetta e si apre sul “Giardino mistico” dei Carmelitani Scalzi della chiesa di Santa Maria di Nazareth. Un bròlo oggi sperimentale dove i Frati Carmelitani Scalzi coltivano erbe officinali (famosa la loro Acqua di melissa citata in tre opere del Goldoni) e la vigna che nel 2014 è stata impiantata con 21 nuove varietà antiche di Venezia. Queste uve assieme ad altri filari di Torcello hanno dato vita dal 2018 a due vini:

un bianco Ad mensam e un rosso Prandium, in vendita presso la Chiesa degli Scalzi, nel loro negozio Acqua di Melissa. Dalla Dorona alla Malvasia Istriana, Moscato, Raboso, Marzemino, alcune varietà armene e la Terra Promessa: Uva di Gerusalemme o Nehelescol, varietà non iscritta, qui identificata. Il bianco è straordinario e profuma di tutta la storia che rappresenta.

I frati Francescani invece danno vita all’Harmonia mundi, vino rosso da uve Teroldego e Refosco dal peduncolo rosso. A capo di ognuno di questi filari c’è una pianta di rose ed un muro le separa dall’acqua. È il convento di San Francesco della Vigna, della Vigna proprio perché nel loro eden il vigneto pare risalga al 1.253.  Gli introiti delle poco più di 1.000 bottiglie prodotte presso la cantina Zymè servono per pagare borse di studio o per acquistare libri e riviste di studi teologici. Contattate il convento che è vicino all’Arsenale Giardini che la bottiglia merita la gita e viceversa.

  • – L’Abbazia di Praglia, nel comune di Teolo (PD), l’ho tenuta per ultima perché qui gioco ancora più in casa di Venezia e da sempre il vino di questi Monaci nutre le nostre tavole. L’Abbazia è abitata dalla più grande comunità monastica d’Italia e le origini della sua vigna pare risalgano al 1.130. La prima vendemmia “restaurata” è del 2011, i 12 ettari di vigna dalla pianura salgono le colline con varietà autoctone ed internazionali come Garganega, Raboso, Moscato Fior d’Arancio, Merlot, Carménère, Cabernet e Chardonnay. La gamma di vini prodotti è ampia: merita una menzione il loro metodo classico Domus Abbas, da uve di Chardonnay, Garganega e Raboso in parti uguali; il Sollemnis, Moscato Fior d’Arancio vinificato in versione secca che credo sia, per chi non ha mai bevuto la tipologia, una bevuta che non ha eguali, che sfida e governa la potenza del moscato. Infine, non posso non menzionare il Torculus, passito da uve Raboso e il suadente ambrato Claustrum, passito da uve moscato. Il vino non compratelo on line, andate a visitare questa cantina e rimarrete a bocca aperta, ma certamente non asciutta.

La mia lista vorrebbe continuare ma è qui che mi fermo oggi.

Il Vino per me? una tavolozza infinita da cui attingere senza mai replicarci. E, come insegna la regola, se posso mi astengo dal mormorare.

 

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Angela Mion

Veneta, classe 1981, studi giuridici e azienda di famiglia. La svolta cubista arriva quando ormai maggiorenne incontra il vino: Sommelier, Master Alma-Ais ed altre cose in pentola. “Vin, avec toi on fait le tour du monde sans bouger de la table”. Bucolica e un po' fuori schema con la passione per la penna, il vino, il mondo e la corsa. L’attimo migliore? Quello sospeso fra la sobrietà e l’ebbrezza.

3 Commenti

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Nic Marsél

circa 8 mesi fa - Link

Il giorno dopo aver bevuto 4 litri di vino non so bene per quale lavoro sarei più adatto. Forse per recitare il ruolo del morto su un set cinematografico. Comunque sarebbero gli altri a pregare per me :-) Nuove tappe per Venezia e Padova segnate! Grazie ;-)

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Andrea

circa 8 mesi fa - Link

Grazie! Ma Novacella?

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Angela

circa 8 mesi fa - Link

Salve Andrea, non ho fatto una lista completa ma ho inserito quelle realtà forse meno note. Abbazia di Novacella ha una gamma di prodotti di qualità, ben diffusi e certamente conosciuti. A pensarci bene tanto conosciuti forse che inserirli probabilmente sarebbe servito per dare consapevolezza della loro provenienza!

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