Mettiamoci in testa che mercato non fa rima con peccato

di Nelle Nuvole

Perbacco, perbaccone! Un virus strisciante e tenace affligge parecchi commentatori di questo blog. Da una parte, si azzardano anzi benedicono affermazioni tipo “il vino è un atto politico” e poi dall’altra, eccoci punto a capo: “mercato fa rima con peccato”. Perché la politica si e il mercato no? Ecco alcuni degli spunti che mi hanno fatto riflettere. Una produttrice agguerrita e rispettabile come Bruna Ferro (Carussin) confessa candidamente: “Il mercato non lo abbiamo capito… e penso che sia fuori della nostra comprensione”. A niente serve che il commentatore Marossi la inviti a considerare che il mercato “da mostro terribile potrebbe apparire meglio per quello che è, non un idolo positivo o negativo, bensì un sistema di libero scambio tra merci e danaro”. A complicare le cose arriva Uaimeicher, che dichiara fuori dai denti: “è il consumatore a decidere quello che gli piace e bisogna adeguarsi al mercato. Non posso decidere io quello che piace al consumatore”. Alla fine, l’antidoto al terrore della mercificazione si rivela peggiore del male.

Esiste una via di mezzo? Mi spiego: è poi così peregrina la prospettiva per cui si può fare vino per venderlo ma senza sacralizzarlo o sputtanarsi dietro alle mode del wine guru di riferimento? Il vino è una merce di scambio, ok, ma possiamo sempre ammettere che abbia un valore simbolico differente rispetto a un elettrodomestico qualsiasi. In realtà mi consolo pensando che, pur formichine, il mercato siamo noi e ciascuno, in piccola parte, contribuisce a costruire il mercato che vorrebbe. Il vero guaio è lasciare il mercato in mano a speculatori e dilettanti, tirandosene fuori anche solo dialetticamente. Allora si che sono dolori.

34 Commenti

avatar

gianpaolo

circa 8 anni fa - Link

C'e' il rischio di andare fuori tema o di espanderlo in maniera esponenziale, quindi azzardo un intervento molto schematico: - il mercato siamo noi, il mercato sono le persone che comprano i vini, non qualcosa che sta a Wall Street. - tutti i vini sono commerciali, non foss'altro per il fatto che sono commercializzati - fare vino guardano al - supposto - gusto del consumatore, o fare vino senza tenerne conto? I primi due sono fatti, c'e' poco da dire. Il terzo si puo' dibattere all'infinito, a partire dalla definizione "gusto del consumatore", che ovviamente non vuol dire nulla, se non si specifica prima quale consumatore. Per come la vedo io le cose sono abbastanza semplici: se fai molto vino, milioni di bottiglie, hai bisogno di venderlo a milioni di persone,e quindi ti interessa il loro gusto, molto. Se fai poco vino (sotto il milione? sotto le centomila bottiglie?) e' piu' giusto, conveniente, sicuro, fare il vino che tu pensi che esprima meglio il tuo territorio, le tue uve, la tua idea di vino, e poi trovare il consumatore che apprezzi quanto meno la personalita' dei tuoi vini. E ce ne sono.

Rispondi
avatar

Massimiliano Montes

circa 8 anni fa - Link

Mi ricordi Umberto Eco in "Apocalittici o integrati" (seguire il mercato o fare arte in purezza fregandosene del mercato?). La soluzione di Eco è "Integralittici" :-) Il quesito è vecchio tanto quanto il mercato. Ma forse la risposta giusta è quella tua e di Umberto Eco.

Rispondi
avatar

Marossi

circa 8 anni fa - Link

Eco ha scritto migliaia di pagine dense e pregne, e poi alla fine lo ricorderanno perché propose il vecchio "in medio stat virtus".

Rispondi
avatar

Massimiliano Montes

circa 8 anni fa - Link

Non proprio "in medio stat virtus" sic et simpliciter. Eco proponeva di orientarlo il mercato, con gradualità e senza strappi. E contemporaneamente vendere e guadagnare (se no non si campa ;-) ) Io concordo pienamente con lui. E' quello che si fa col web 2.0. Il prodotto siamo noi che scriviamo (siamo noi che postiamo i contenuti e riempiamo un contenitore altrimenti vuoto), ma in questo caso il prodotto sono anche i vini. Ci facciamo "usare" (ed a volte contribuiamo decisamente ad aumentare i click) ma, in cambio, contribuiamo ad orientare il mercato. Una vecchia trasmissione di Corrado Augias, una brillante e coinvolgente presentazione di libri, fu chiusa perchè smuoveva lo stantio mondo del mercato editoriale. Nonostante i bassi ascolti: quella piccola percentuale che lo seguiva era proprio quella che acquistava libri. Dopo una bellissima serata su Bel Ami di Guy De Maupassant, il libro andò a ruba, spari dagli scaffali delle librerie. La trasmissione fu chiusa.

Rispondi
avatar

Marossi

circa 8 anni fa - Link

Suvvia, Montes. 'Babele', che era una trasmissione incantevole che io non mi perdevo mai, fu chiusa per i bassi ascolti. Non certo perchè smuovesse il mondo editoriale. E non si vede perché mai il fatto di contribuire a far vendere qualche libro in più possa costituire motivo di soppressione per una trasmissione. Va bene vedere complotti ovunque, ma almeno che abbiano un senso. Peraltro, sulla stessa rete e fascia oraria, venne poi messa in onda dopo qualche stagione una analoga trasmissione di Baricco. Ricordo ancora il fastidio che provavo a leggere e sentire che si sarebbe trattato della prima trasmissione italiana a puntare sui libri. Povero Augias: è un po' bollito come giornalista generalista, ma quella era proprio la 'sua' trasmissione. Peraltro, nemmeno Baricco mi pare abbia avuto un gran sucesso. Purtroppo, oggi l'unica trasmissione televisiva che cambia le sorti di un libro è quella condotta dal nulla sottovuoto chiamato Fabio Fazio. Sic transit.

Rispondi
avatar

Massimiliano Montes

circa 8 anni fa - Link

:-) Sono contento di avere qualcos'altro in comune oltre al vino con i compagni intravinosi. Non è dietrologia. Lo stesso Augias lo ha detto diverse volte, e l'ho sentito direttamente da lui durante la presentazione di un libro nella mia città. L'exploit di Bel Ami indusse forse le case editrici ad effettuare pressioni sulla RAI. Ed Augias si oppose. Gli ascolti erano bassi ma sempre gli stessi: la trasmissione però fu chiusa (eravamo in pochi ma buoni ;-) ). Comunque aveva indovinato la formula, cosa che è sfuggita a Baricco. P.S. Ma sei parente della Littizzetto? Avete la stessa opinione su Fazio...

avatar

Marossi

circa 8 anni fa - Link

Non lo sapevo, ma se lo dice lei che lo conosce bene... Su Babele, che non finirò di rimpiangere, consentimi di rimanere scettico. Che Augias dica così ci sta; non conosco nessun presentatore di programma eliminato dal palinsesto tv che abbia commentato: "Hanno chiuso la mia trasmissione, han fatto bene!". Anche perché se fosse andata come racconta lui, lo avrebbero semplicemente sostituito, mantenendo Babele. Mentre nemmeno l'arrivo di Picwick di Baricco fu immediato. Persino la Ventura la butta in politica per giusitificare i risultati non propriamente brillanti della sua immondizia.

avatar

Massimiliano Montes

circa 8 anni fa - Link

è possibile...

avatar

Manilo

circa 8 anni fa - Link

@ che bello leggere Nelle Nuvole blogger, complimenti. @ Gianpaolo, tu che sei un produttore ne saprai più di me sicuramente è il tuo campo ed approvo sia la prima che la seconda, ma la terza l'infinito non basterebbe, io non so quante bottiglie fai tu? bisogna vedere dove un'azienda vuol puntare, se sulla qualità o la quantità, ti faccio un mio esempio io ho un attività di arredamenti d'interni ed abbiamo puntato sulla qualità e SERVIZIO , te lo scritto in maiuscolo perchè noto che purtroppo nel Lazio, manca la professionalità in tutti i campi. Ecco il perchè un vino laziale non decollerà mai, il mercato vincente sarà solo chi darà qualità ad un ottimo prezzo ( e non ho scoperto io l'acqua calda). Un altra cosa che rovina un azienda è vivere sugli allori. Bisognerebbe essere tutti Kenray, quando un vino fa schifo bisogna dirlo, anche se si parla di azienda blasonate.

Rispondi
avatar

gianpaolo

circa 8 anni fa - Link

Sopra parlavo del cuore del dibattito, che, specie per alcuni e': fare vino come voglio io vs fare vino come penso che lo vogliano i clienti (ai quali mi rivolgo). Do per scontato, ma scontato non e', che alla base ci sia tutto il resto, qualita', SERVIZIO (e anche io lo metto in maiuscolo perche' e' fondamentale), correttezza, prezzo, ecc.

Rispondi
avatar

Marossi

circa 8 anni fa - Link

Sottoscrivo dalla prima all'ultima lettera l'editoriale di NN e la chiosa di Gianpaolo. Della risposta della signora Ferro mi aveva in particolare colpito il punto in cui scriveva, più o meno, che a infastidirla erano quelle persone che ora comprano i suoi vini per moda. A costoro, cui applicherebbe volentieri un sovrapprezzo, la produttrice paragonava gli affezionati consumatori d'antan, coloro che apprezzavano i vini da tempo non sospetto. Ecco il busillis, il crinale che secondo me separa la legittima incomprensione del mercato dal suo immotivato dileggio. Perché quei consumatori che seguono la moda, meschinetti, per bere i vini della signora spendono soldi loro, che si faticano col proprio lavoro tanto quanto gli enoevoluti, ed hanno a mio modesto parere la stessa (proprio la stessa, eh) dignità degli altri. Magari tra quei modaioli, poi, c'è pure qualche neofita che, grazie a quei vini venduti loro con un leggero disappunto dalla produttrice, entra per la prima volta in un mondo che non conosceva e se ne innamora perdutamente, profondamente. E che anche quando la moda cambiasse, continuerebbe a comprare ostinantamente i buonissimi vini di Bruna Ferro. Che strani scherzi fa, a volte, il mercato. Il mercato siamo noi, è varo: il mercato è - anche - i vini Carussin: chi li fa, chi li apprezza, chi non li apprezza, chi li compra, chi ne scrive, chi li beve.

Rispondi
avatar

BRUNA FERRO

circa 8 anni fa - Link

Gentilissimo signor Marossi, pur non cogliendo il senso più ampio della mia affermazione condivido con Lei che il mio disappunto è sull'approccio che si ha, in alcuni casi, (e non sto parlando di consumatori, ma di rivenditori), con i Vini cosidetti NATURALI. semplicemente volevo mettere in chiaro che il mio valore aggiunto non è il bollino della certificazione od il fatto che conduciamo in biodinamica, ma, se vogliamo chiamare le cose col proprio nome, la SCELTA nel coltivare in un certo modo. Chi mi conosce sa che spendo tutto il mio tempo e quel poco che so con qualsiasi dimostri un minimo interesse per il mondo Agricoltura e Barbera!...:)per amor del vero anche per il mondo Asini (inteso come meraviglioso animale) Ribadisco pure che il mercato non segue i tempi di una vigna!! La ringrazio per avermi dato modo di rettificare, infatti non mi ero spiegata bene!

Rispondi
avatar

Nelle Nuvole

circa 8 anni fa - Link

ERRATA CORRIGE Il post é scritto da me, originariamente, e poi rimaneggiato da Alessandro Morichetti. Per cui la sostanza é la mia, ma lo stile no. Bisogna dare a Cesare quel che é di Cesare. Alla mia stesura finale, che dietro invito della redazione era stata re-impostata in modo più aggressivo e provocatorio avevo aggiunto la seguente nota: N.B . La prima stesura di questo post era riflessiva ed educata. Poi i compagni Tomakosky e Morricchienin mi hanno fatto giustamente notare che qui siamo su Intravino, non su altri blog dove albergano correttezza politica, pacata professionalità, ironia raffinata. Ci troviamo cioè in una grande piazza di mercato (oddio, di nuovo l’odiosa parola!), molto democratica ed aperta a tutti, ma dove a volte per farsi intendere bisogna berciare. Così ho deposto il fioretto ed imbracciato un bazooka. Moricchia ti voglio bene, nonostante tutto :)

Rispondi
avatar

K-pax

circa 8 anni fa - Link

Por qué',por qué? (cit.)

Rispondi
avatar

Carlo

circa 8 anni fa - Link

Condivido a pieno quanto detto da Gianpaolo: "- il mercato siamo noi, il mercato sono le persone che comprano i vini, non qualcosa che sta a Wall Street. - tutti i vini sono commerciali, non foss’altro per il fatto che sono commercializzati - fare vino guardano al – supposto – gusto del consumatore, o fare vino senza tenerne conto?" Io credo che chiunque produca qualcosa alla fine voglia venderlo, magari non sempre per guadagnarci ma per far conoscere quanto è riuscito il proprio prodotto se ne si è orgogliosi!Cmq vendere non credo significhi sminuirlo, certo ci sono vini e vini, quelli più commerciali e quelli di maggior qualità che magari solo gli intenditori apprezzano al 100%.Però il mercato non credo sia sbagliato in sè... Cmq mi chiedevo cosa sapevate dirmi su questa casa:http://bit.ly/lP4YoK Giusto perchè ho trovato il suo video in rete e non mi sembra un granchè ma il sito dice tutt'altro...

Rispondi
avatar

marco

circa 8 anni fa - Link

Grazie per l'errata corrige, NN. Hai palesato modalità e obiettivi di molti interventi dei compagni su queste pagine

Rispondi
avatar

kenray

circa 8 anni fa - Link

purtroppo il mercato lo fa chi decide che un prodotto debba essere venduto a chi e a quali prezzi siamo troppo condizionabili e condizionati da tv media e opinionisti per poter avere un idea di mercato autoctona. io spesso faccio l'anarchico e barricadero ma confesso che mi lascio tentare a volte dal marketing fatto bene e ci casco come un somaro nonostante sia abbastanza furbo o presunto tale. quindi il mercato va dove il grande fratello vuole che vada, colpendo la massa, ignorando le enclave di talebani (anzi a volte utilizzandole a proprio favore), inventando all'occorrenza gusti e tendenze. con i soldi si fa tutto e per i soldi si fa anche di più. credo che in parte sia vero anche per il vino. non capirei altimenti tutta questa vostra champagne-mania che vi affligge come lo scorbuto

Rispondi
avatar

Enrico Nera

circa 8 anni fa - Link

Dite tutto quello che volete ma cerchiamo di contrastare la scellerata idea che chi produce vino lo fa in base alla moda (vedi commenti di Uaimeicher): se il mercato mi chiede un vino maggiormente strutturato e con tannini ben presenti, io non faccio altro che aggiungere quelli in polvere?...secondo il mio modesto parere questo concetto nel lungo termine non può che essere fallimentare per i produttori di vino! Sarò pure un sognatore ma io credo ancora che il vino deve raccontare il territorio dove viene prodotto e non i capricci della "domanda" del momento...anche perché che senso avrebbero i sommelier, Vinitaly, i relatori AIS, lo stesso Intravino se il vino non fosse altro che una semplice bevanda dove vengono aggiunti coadiuvanti per ACCONTENTARE chi lo compra?

Rispondi
avatar

kenray

circa 8 anni fa - Link

indirizzare il mercato non vuol dire correggere il vino vuol dire convincere milioni di persone a comprare "quel tipo di vino" (sostituire vino con qualsiasi altra cosa) qui si parla di aziende che costruiscono a tavolino la domanda perchè hanno tanta offerta. a volte gli va bene, spesso, a volte male.

Rispondi
avatar

gianpaolo

circa 8 anni fa - Link

ci sono dei vini che probabilmente ne io ne tu compreremo mai, che sono venduti in decine di milioni di confezioni. Uso confezioni e non bottiglie a proposito, perche' uno di questi e' il Tavernello, proposto im brick e venduto nella non trascurabile quantita' di cento milioni di pezzi l'anno. Ci sono vini come Jacob's Creek, Blossom Hill, ecc., che vengono venduti in bottiglia a milioni e milioni di pezzi l'anno. Si puo' anche ignorare il tutto, e dire che quello non e' vino, ma sarebbe semplicemente mettere la testa sotto la sabbia ed ignorare che esiste un vino industriale, per il quale esiste una enorme domanda, che proviene da centinaia di milioni di persone, e che deve rispondere a certi requisiti e certe caratteristiche, ogni anno simili all'anno prima. Negare questa evidenza e pensare che il mondo del vino siano solo i vini che beviamo noi, che propbabilmente non sono neanche il 5% della produzione mondiale, e' inutile snobismo.

Rispondi
avatar

kenray

circa 8 anni fa - Link

la domanda non è per quel vino è per quel prezzo.

Rispondi
avatar

gianpaolo

circa 8 anni fa - Link

la domanda e' per quel prezzo e per quelle quantita'. Ci sono forse tanti altri vini artigianali, se vogliamo chiamarli cosi', che potrebbero competere con il prezzo, ma non con i volumi. In piu' questi vini sono brands, con un sostanzioso budget pubblicitario capace di creare la domanda per quel vino, ovviamente a quel prezzo.

Rispondi
avatar

uainmeicher

circa 8 anni fa - Link

Sono sostanzialmente d'accordo, però credo che il piccolo produttore vitivicolo può sottrarsi al gioco del mercato e fare "l'artista" solo se il suo territorio ha una voce sufficientemente interessante e distintiva. In mancanza di questo rimangono due opzioni: la prima è finire a fare dei prodotti blandi e insipidi oppure rincorrere l'originalità a tutti i costi in un perenne esercizio un po' narcisistico che forse è peggio che tentare di rincorrere la moda del momento. @gianpaolo Di base, non vedo perchè si dia per scontato che il piccolo abbia meno difficoltà a piazzare il prodotto rispetto ad un grande produttore solo perchè i suoi volumi sono proporzionalmente più piccoli: sicuramente lo saranno anche i mezzi commerciali a sua disposizione.

Rispondi
avatar

Giovanni Solaroli

circa 8 anni fa - Link

L'unico eco che conosco è quello di mia moglie che ripete all'infinito le stesse frasi, e su tutti gli altri personaggi regna il buio più totale per cui, non potendo citare nessuno che abbia lasciato la benché minima impronta nella storia, mi trovo costretto,come sempre,ad appellarmi al mio vicino di casa. Da buon contadino non compra nulla che non sia strettamente necessario, che tradotto significa soddisfare i bisogni primari. Tutti sanno quali sono e quale sia la differenza tra bisogni e desideri anche senza aver letto Agnes Heller,cosa che il mio vicino non ha fatto di certo. Ma anche non comprando nulla di superfluo, è soggetto alla pressione (termine colto per dire “rottura di c….i) della famiglia, o meglio, di quella specie di mostri che si è allevato in casa, sotto il suo stesso tetto. Al riguardo del vostro post sostiene che per lui il mercato non é né buono, tantomeno cattivo: semplicemente non esiste avendo egli da soddisfare solo i bisogni. Ma ben diversa è la situazione nel suo ambito famigliare. La moglie guarda al prezzo, non compra prosciutto che superi i 6,50 al kilo (intero), il pane e la pasta sono fatti in casa, e hanno messo sotto anche i vicini a vangare e zappare nel loro orto dal quale ricavano tutto il fabbisogno. Generosamente lo dividono così: 90% a loro e 10% ai braccianti occasionali. La leva quindi della matriarca è il prezzo. Ma la figlia? La musica è diversa, in tutti i sensi. Serve un I-Pod,non una replica, un I-Phone, un Tablet, ed una mise Liu-Jo, una Patrizia Pepe ed una Simona Barbieri almeno due volte l’anno. La leva è trendy, anche se il padre, la leva, gliela romperebbe volentieri sulle rotule. Questa simpatica famigliola è lo specchio del mercato dalle molte facce e dalle mille sfumature e, come é già stato osservato (da Marossi credo) ne sono parte attiva e passiva allo stesso tempo. Possiamo scegliere,però,se calarci nel ruolo di madre, padre o figlia. E’ l’unica scelta che possiamo compiere. Anche chi produce vino, allo stesso modo di chi lo consuma, può calarsi nel ruolo che più gli si addice. Tra le molte figure possibili, io preferisco scegliere, laddove mi sarà consentito, quella dell’artista. Di colui che realizza il vino che gli piace e che di questo riuscirà a convincermi. Però dovrà piacere anche a me. Infatti io, come tutti sanno, bevo LAICO.

Rispondi
avatar

Massimiliano Montes

circa 8 anni fa - Link

Sei messo male...

Rispondi
avatar

Giovanni Solaroli

circa 8 anni fa - Link

Io no, ma il mio vicino(che esiste davvero)forse sì. Lo consulto spesso. Per sua stessa ammissione è incolto come un campo abbandonato, ma ospita saggezza,senso pratico, schiettezza e una naturale bontà d'animo in grezza fusione. Av salut

Rispondi
avatar

Paolo Cianferoni

circa 8 anni fa - Link

Non demonizziamo il mercato. La questione è quanto tempo occorre impiegare per vendere il vino. Se gli investimenti devono essere superiori ai costi di produzione del vino, sono disorientato. I guru del vino affermano che occorre smettere di investire in beni strumentali e incentivare il marketing. Se si deve fare così per andare avanti il consumatore quando comprerà una bottiglia da 10 euro, 1 euro è per il vino e 9 euro per il mercato (e oggi è quasi così). La domanda che mi faccio è questa: deve essere così, oppure esistono soluzioni più equuilibrate? Io penso di si.

Rispondi
avatar

lespaul

circa 8 anni fa - Link

Il mercato non va demonizzato. Questo è, mi pare, un fatto assolutamente vero. Chi monopolizza il mercato lo fa con leve importanti, di ferro, mettendo sul piatto budgets impressionanti. Perchè Sua Maestà il Prezzo deve regnare sovrano. Money for value. Fine. Il Tavernello si vende per il prezzo. La Panda si vende per il prezzo. Anche i Rolex. Anche le Maserati. Anche i meravigliosi Chateau. Il valore dei soldi non lo conosce solo chi non sa come quei soldi gli sono piovuti in tasca.

Rispondi
avatar

Marossi

circa 8 anni fa - Link

Nei prodotti di 'basso livello', il prezzo basso funge da richiamo. Più si sale, più il fenomeno si capovolge: ad esempio nel mondo del vino, in cui il costo più elevato di una bottiglia rispetto a un'altra in enoteca predispone l'acquirente medio a considerarla più buona, e a desiderarla maggiormente. A livello massimo, il prezzo alto di alcuni prodotti cessa di far da stimolo alla gratificazione dei suoi possessori. Occorre imprescindibilmente la vox populi, cioè la diffusione di quel nome presso una categoria ben superiore a quella formata dai suoi acquirenti. E occorre che il prezzo finale sia, tutto sommato, abbordabile quasi da chiunque, ancorché una tantum. Questo si vede bene nel caso degli orologi e spiega il successo di Rolex e la piccola nicchia numerica riservata invece a case ben più blasonate come Vacheron e Patek.

Rispondi
avatar

Francesco Maule

circa 8 anni fa - Link

Oltre alla fascia di prezzo, il mercato lo fanno ancora i giornalisti come Parker purtroppo. E la maggior parte delle aziende fa il vino a seconda di come tira la moda o a seconda di che fascia si vuole collocare il proprio vino. Alla fine, nelle politiche sia delle grandi che delle piccole aziende, conta piu' quanto bravo e' il tuo enologo a fare quel vino che poi il direttore vendite dovra' piazzare. Anche i piccoli che puntano in alto, come fascia di prezzo, fanno vini in maniera industriale.

Rispondi
avatar

Francesco Maule

circa 8 anni fa - Link

Oltre alla fascia di prezzo, il mercato lo fanno ancora i giornalisti come Parker. E la maggior parte delle aziende fa il vino a seconda di come tira la moda o a seconda di che fascia si vuole collocare il proprio vino. Alla fine, nelle politiche sia delle grandi che delle piccole aziende, conta piu' quanto bravo e' il tuo enologo a fare quel vino che poi il direttore vendite dovra' piazzare. Anche i piccoli che puntano in alto, come fascia di prezzo, fanno vini in maniera industriale.

Rispondi
avatar

Tommaso

circa 8 anni fa - Link

Il mercato è l'altro luogo dove è nato il vino dopo la vigna. E anzi, in certe zone direi che forse è il vino è arrivato col mercato. Il mercato, per farla semplice semplice, è un'infrastruttura. Una strada, per semplificare ancora. Bisogna decidere come percorrerla. E questo certo no, non è facile.

Rispondi
avatar

Tommaso Farina

circa 8 anni fa - Link

Il vino si produce per venderlo. Altre ipotesi, come direbbe Scalfaro, sono un fatto ginnico.

Rispondi
avatar

Francesco Maule

circa 8 anni fa - Link

sunto perfetto, bastava questo.

Rispondi

Commenta

Rispondi a kenray or Cancella Risposta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.