Metti una sera a cena: il Barolo di Cappellano e altri vini grandiosi

Metti una sera a cena: il Barolo di Cappellano e altri vini grandiosi

di Amedeo Itria

Parliamoci chiaro, il modo migliore per comprendere l’anima di un vino è ubriacarcisi, possibilmente a più riprese. Così riesco, dal canto mio, a fotografare ogni aspetto dei liquidi nei bicchieri, ripercorrendo i tratti salienti che mi si fissano con chiarezza in mente. Metti, una sera di un umido lunedì milanese a cena, con un manipolo di colleghi d’ufficio e cinque grandi bottiglie che, ognuna a modo suo, ci ha stregato.

Metti che per caso qualcuno trova il modo di procurarsi un grande Barolo, anticipato dalla sua fama e dal suo carisma. Una di quelle etichette che la maggior parte di noi poveri mortali brama di poter assaggiare almeno una volta nella vita, per capire quale sia il motivo di tanta eccitazione dilagante: intorno a questo fulgido nebbiolo di Langa abbiamo organizzato una cena con degustazione, e abbiamo cercato di affiancarlo a dei liquidi di adeguato livello.

Le danze vengono aperte da una bollicina dorata che, nonostante la struttura ben presente, viene prosciugata in 6 secondi: pinot noir 80%, chardonnay 20%, proveniente dai villaggi premier cru di Ecueil e Villers-aux-Noeuds, a sud della mitica città champenoise di Reims. Dopo una fermentazione in legno e un riposo sui lieviti di 30 mesi circa, esplode con fragranza inaudita nei calici attraverso un affascinante bouquet di elegante complessità: lavanda e fiori freschi, mela rossa, vaniglia, crema al limone, miele e gesso. Sfocia in un sorso cremoso e delicato, ricco di morbidezza e arricchito dalla struttura data dal pinot, confermandosi anima gemella di ogni fetta di salame a tavola. Ah già, era lo Champagne “L’Accomplie” di Frederic Savart, 1er cru.

Seconda bottiglia, un bianco alla cieca offerto gentilmente dal nostro ospite, riempie i calici d’oro ben brillante. Subito si mette in moto la ricerca, l’associazione di profumi, dettagli, sfumature. I primi indizi che ricevo mi parlano di un vino artigianale, ben fatto, senza neanche l’ombra di difetti di natura equina e/o fognaria. Anzi, ha un grande fascino. Sfondo di lievito da panificazione, fieno e camomilla, denota una certa maturità olfattiva che mi fa pensare ad un Cinque Terre, con profumi di noci, fiori, agrumi, pesche mature. Sorso fine e posato, elegante, fresco, di grande impatto salato. Alla fine era “Le Vigne più Vecchie” 2013 di Clementine Bouveron de Le Coste, a Gradoli (VT), a base di procanico, pampanone (?), ansonica, verdello, roscetto (??), petino e romanesco (???). Deliziosa eleganza artigianale.

Arriva il turno della mia bottiglia, classificata alla cieca come un rosso di medio corpo. In qualche modo trapela la notizia che si tratti di un francese, e i commensali intorno a me notato nei calici una delicatezza pinotant, accompagnata da una veste rubino scarica e lucente. Pinot noir di Borgogna, sussurra qualcuno. Il nostro ospite però ragiona sulla sottigliezza del sorso e sull’imponente parte fruttata del profumo e ne indovina vitigno e provenienza: gamay dal Beaujolais. Si tratta del Moulin à Vent 2016 di Philippe Pacalet, un rosso ricco di sontuose amarene, more, fragole rosse e spezie di un suq orientale, affiancato da aromi tropicali che avevo già sentito in altri suoi nettari provenienti dal village di Gevrey Chambertin. Succoso, balsamico, netto e avvolgente, spicca per freschezza e salinità. Anche qui, senza nemmeno accorgersene, la bottiglia finisce in un giro di calici.

Finalmente si assaggia la star della serata, il Barolo Rupestris 2010 di Cappellano, accompagnato da un’aura luminosa e sacrale. Si ottiene dal cru Gabutti sito in Serralunga d’Alba, e lo dimostra con estrema territorialità. Quando ti approcci a determinati vini non puoi che renderti conto di trovarti davanti a stelle davvero brillanti. Chiunque sarebbe in grado di capirlo. Come assaggio è fenomenale, un fantasista. Apre verdastro e rigido ma si scompone in poco tempo, da ventate di liquirizia, genziana, brandied cherries, rose, ginepro, con un’intensità lancinante e una balsamicità che mi ha spalancato il naso. Sorso austero ma di una compostezza tale da sembrare quadrato, geometrico e preciso al millimetro, da non credere. Così fendente e così delicato al contempo, dalla tannicità talmente elegante che sembra disegnata, fresco, salato. Averne di bottiglie del genere, emozioni in purezza.

Si pensava di aver concluso, ma il nostro ospite decide di farci un secondo regalo, alla cieca ovviamente. Colore mattonato, una vecchia annata, ma di cosa? Dal primo sbuffo erbaceo viene supposta la presenza di Cabernet, teoria confermata dalle sventagliate di sigari e tabacco. Frutta rossa sotto spirito, grafite, note minerali, sorso vibrante e ancora agile, tannini completamente risolti ma presenti. Un bordolese, ovvio. Ma quale? La stoffa fa pensare a qualche toscano, ma l’età è troppo avanzata per comunicarcelo. Complice la fatica e le quattro bottiglie precedenti, finalmente ci arrendiamo e la bottiglia viene liberata dalla carta stagnola che la avvolge: Stoppa 1996 La Stoppa, dalle mani della famiglia Pantaleoni, un vino mio coetaneo. Cabernet Sauvignon in maggioranza con un piccolo saldo di Merlot, è qualcosa di raro e prezioso, da approcciare con timore reverenziale: è così che sorseggiandolo ci ritiriamo in preghiera, e la nostra serata finisce così, con una profonda riverenza.

5 Commenti

avatar

Lanegano

circa 2 settimane fa - Link

Il Barolo Rupestris di Cappellano....che meraviglia....E il Piè Franco è ancora meglio.

Rispondi
avatar

Amedeo Itria

circa 2 settimane fa - Link

Purtroppo per il Piè Franco serve accendere un mutuo :(

Rispondi
avatar

Sancho P

circa 2 settimane fa - Link

Eh già. A memoria e a parer mio , Pie' Franco 99, Rupestris 2000 e 2001 i più grandi fino al 2009. Meno il 2003 e il 2006. Quando l'annata lo esalta è un vino per cui si potrebbe vendere l'anima al diavolo(se esistesse).

Rispondi
avatar

Ema

circa 2 settimane fa - Link

Che meraviglia finire con Stoppa 1996. La cosa che mi dispiace è che purtroppo La Stoppa non produce più il suo “taglio bordolese”. Vini fantastici tutti gli altri, ma questo (a parer mio personale) è stato un peccato perderlo..

Rispondi
avatar

Amedeo Itria

circa 2 settimane fa - Link

Ti dirò, al momento i vini della Stoppa che ho più apprezzato sono proprio i suoi bordolesi.. Una 2002 sopra tutte.

Rispondi

Commenta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.