Istantanea discretamente a fuoco su 7 vini di Sardegna nell’anno che se n’è andato

Istantanea discretamente a fuoco su 7 vini di Sardegna nell’anno che se n’è andato

di Gianluca Rossetti

Sette è un bel numero: mi fa pensare a Gravner, ai giorni della settimana, al mio compleanno, alla somma degli anni dei miei figli. La penna la punto in faccia a sette vini sardi che, in un percorso asincrono, ricordo come istantanee meno sfocate dei miei assaggi nel 2016. Null’altro. Parendomi pochi campioni, ho truccato le carte, inserendo in coda una recensione appena meno stringata delle altre.

1) Hassan Passito 2013 – Tenuta Asinara (30 euro)
Prima release per il passito rosso aziendale che presenta lo stesso blend dell’omonima versione secca (merlot, cabernet sauvignon, cabernet franc, cannonau in parti uguali). Balsami e incensi, genziana, trama evoluta di fichi secchi e marasca sotto spirito; non mancano mandorle tostate e vaniglia. Arriva in scioltezza a 18,5% senza fortificazione. A piccoli sorsi ma da provare assolutamente.

2) Su’entu passito 2014 – Cantine Su’entu (23 euro)
Moscato e minimo saldo di uve Nasco. Profumi di susine gialle e percoche, poi anice, pepe bianco e salvia. Acidità sugli scudi a far filotto di residuo zuccherino, alcol e dolcezza da estratto. Un vino che ha l’argento vivo addosso. In nulla stancante.  

3) Perda Pintà sulle bucce 2011 – Sedilesu (35 euro)
Da un’uva bianca localmente conosciuta come “granatza”, nel novero delle vernacce per alcuni, parente del Nuragus per altri, potrebbe trattarsi di varietà a sé. Vino ipnotico: muove su toni salmastri e di solvente, zest di pompelmo e tè al gelsomino. Intrigante variazione sul tema di cui è possibile provare anche la versione vinificata in bianco. Ugualmente buona.

4) Z Frizzante sui lieviti 2015 – Quartomoro (13 euro)
Rifermentazione in bottiglia, innescata con l’aggiunta di mosto. Bouquet minimale di lievito, menta, spremuta di agrumi. Freschissimo al palato. Carbonica leggera per un sorso semplice, per davvero, e tutto spigoli. Vermentino 100%. Curioso.

5) Lillovè 2014 Cannonau di Sardegna – Gabbas (8 euro)
L’azienda barbaricina garantisce solide bevute in qualsiasi fascia di prezzo e questo cannonau non è da meno, muovendosi in scioltezza tra un fruttato non debordante di ciliegia e i riconoscimenti tipici di macchia mediterranea: mirto, alloro e lentisco su tutti. Versione per nulla muscolare. Servito fresco, diciamo intorno ai 15°C, vi piacerà. E manco poco. Rivelando una spiccata attitudine ad adattarsi alla tavola.

6) Carignano del Sulcis Francodipiede 2015 – Produttori di Calasetta (7 euro)
Una realtà cooperativa di lunga tradizione (cantina fondata nel 1932). Carignano 100% da vigna latina. Strutturato e potente, imbriglia l’alcol di slancio e non fa pesare la dotazione di serie grazie a un sussulto salino che ne sostiene la beva. Profuma di sottobosco, legno di ginepro, amarene e fondo di caffè. Ad averne.

7) Barrosu Vino bianco dolce – G. Montisci (30 euro)
La Sardegna è una terra stretta e larga al tempo stesso. Stretta come solo le isole sanno essere: per la morsa del mare, della distanza, della separazione, dell’orografia. Larga di eccezioni, casi unici, appartenenza, identità. Non replicabili altrove.
Parlo oggi di un vino che, ad acquistarlo in blocco nel lotto cui appartiene la mia bottiglia, accontenterebbe 450 anime appena. Ma le salverebbe tutte. Alcol 13,5 %, uve moscato fatte appassire in pianta. Esordio intensissimo di cedro, tintura di iodio, cera d’api, miele amaro, confetti. Identità varietale precisamente espressa seppure in concentrazioni di soglia moderate. Il bouquet pare esaltato da una pressione volatile sottile. Assaggio che non ti aspetti, fidandoti dell’etichetta sbaglieresti: lo zucchero è spazzato via dall’acidità e da note quasi salmastre. Il corredo di durezze è paradossalmente esasperato dalla dinamica del raffronto con l’alcol. Nessuna sintesi: è lotta vera. Per una serie di dissonanze e suggestioni fuori posto ho immaginato – ma solo per un istante – l’Isola di Islay. I ricordi di erboristeria, medicinali, fumo, alghe, nocciole e spezie piccanti; la vena amaricante,  la persistenza incomprimibile, tutto questo consegna un sorso di compiuto disorientamento. E di definitivo piacere: emblema dell’eccezione, dell’appartenenza, dell’identità. La mia bottiglia è la n.223 di 450 del lotto 06/10. Numeri scritti a mano in etichetta dai familiari di Giovanni. Non filtrato, nessuna chiarifica, solo lieviti indigeni, sosta di alcuni mesi in botte grande, poi vetro. Vigne vecchie che svettano da quasi settecento metri, a Mamoiada. Non mi viene in mente altro abbinamento che non sia la pasta di mandorle, amaretti soprattutto. Anche se, a ben vedere, qualche timida prova d’intesa con un erborinato di capra meriterebbe almeno il tentativo.

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