I Castagnucoli, c’è fin troppo (ri)fermento nei Colli Euganei

I Castagnucoli, c’è fin troppo (ri)fermento nei Colli Euganei

di Giovanni Corazzol

Alberi colmi di giuggiole, brune caramelle orientali, e di melograno, lucidi addobbi persiani. Boschi di poche querce e rari castagni, ulivi incolpevoli. Noci lasciate a seccare, profumi intensi, amari, verdi. Piccole valli, forcelle infantili, prati vegri.
I colli euganei, sfuggiti per capriccio vulcanico alla pianura, coi loro bassi accenni di nord illudono gli occhi dell’ingenuo viaggiatore risalente. Uniti si presentano come colli, individui cedono alla tracotanza arrogandosi il risibile appellativo di monte. Si mostrano dalla dritta autostrada, false avanguardie, come pani tondi e compressi, come un miraggio nel deserto padano. Invitano, convincono, seducono, si fanno attraversare da naviganti al volante disponibili all’inganno, affaticati dall’orizzonte piatto e da questo autunno equatoriale.

Nella parte meridionale dei colli, a Cinto Euganeo, si trova l’azienda agricola i Castagnucoli. Dal 2010 la conduce Nicola Del Santo: archeologo, quarant’anni, riccio, barbuto, magro. Il padre, insegnante, nei settanta vi compra casa e terra; pianta vigna, costruisce cantina, negli anni novanta certifica tutto in biologico. Nicola vi cresce, ne esce, ci torna, ricomincia a fare il vino. Il vino è quello insegnato dal padre, rinnovato dal confronto con chi in quel territorio sta battendo nuove strade, quelle che conducono al vino naturale: Alfonso Soranzo (Monteforche), Filippo Gamba (La Costiera), Marco Buratti (Farnea) gli amici con cui scambiarsi vino e sapienze. Quelle di Nicola si esercitano sulle particelle sparpagliate attorno alla cantina e al sovrastante “Monte” Gemola (281 slm). Tante piccole vigne, alcune prese in affitto, a formare i 2,5 ettari complessivi; vi raccoglie una varietà stupefacente di uva per farne un numero stupefacente di vini: moscato giallo, glera, garganega, marzemina bianca, merlot, carmenere, cabernet sauvignon, raboso, corbinella, pataresca, turchetta e cavarara.
In vigna inerbimento spinto e pochi trattamenti di soli rame e zolfo; in cantina no lieviti selezionati, no chiarifiche e filtrazioni, no solforosa. Vinificazioni in acciaio o vetroresina e, per alcuni rossi, un passaggio in legno piccolo; quest’anno anche un esperimento di vinificazione in giare iberiche del carmenère, per farne vino a sé. I vini:

– Glera frizzante, 2017: macerazione di poche ore, rifermentazione in bottiglia; spumeggiante, quasi esplosivo, da stappare con cautela e versare in caraffa; se non fate attenzione, mezza bottiglia va dagli angeli, o, come nel caso dello scrivente, sul muro; quel che resta sulla terra è bestemmie e un vino torbido, tipicamente aromatico, con una facilità di beva disarmante.
– Glera fermo, 2017 (cuoricino): stessa base del frizzante, coniuga freschezza citrina con bella polpa di frutti bianchi maturi e sì, c’è del sale. I profumi sono di fiori bianchi e erbe odorose. Una tra le versioni di “prosecco tranquillo” più convincenti mai assaggiate.
– il Bianco, 2017: uvaggio in cui oltre alla glera, entrano marzemina bianca e garganega (60%); macerazione di due giorni a dare struttura ad un vino complesso, con maggiori aspirazioni, oggi meno appagante dei bianchi da monovarietale.
– il Moscato Giallo, 2017 (cuoricino +++): vinificato secco. Ai profumi grossi e dolci del moscato ne impone altri più eleganti che ne stemperano l’irruenza aromatica. Si percepiscono quindi più nitide note di bouquet garni, anice e finocchietto contraposte a note più dolci, da miele millefiori. All’assaggio la freschezza è matura, anche qui spiccatamente agrumata, dissetante e corroborante grazie ad una componente salina piuttosto evidente.
– il Rosso, 2014 (cuoricino +): uvaggio da merlot, raboso e cabernet sauvignon; macerazione di oltre 60 giorni, affinamento in legni vecchi per 12 mesi e altrettanti in bottiglia. Un taglio tipicamente euganeo per un vino profondo nei profumi, quelli di sottobosco e terra, che emergono però senza cupezze, e che anzi, al contrario, si sviluppano vivaci, allegri. All’assaggio la magrezza dell’annata si percepisce leggermente, l’acidità prevale di una spanna, ma senza incidere sulla sostanza.
– il Merlot, 2017: da una vigna presa in affitto e in conversione in biologico, esce un vino distinto, con note erbacee in evidenza, non prevalenti sul frutto. Tutto il sottobosco Yomo che volete (mirtilli, fragole e lamponi, etc.) a far da cornice ad un’altra bevuta nitida, composta, scattante. Piace questa nota comune a tutti i vini: la vitalità del frutto e in generale il senso di vigoria che viene trasmessa senza flettere i muscoli.
– il Barbaro, 2014: è uvaggio di vecchie varietà. È il vino più cazzutillo, rustico e arcigno. Trenta giorni di affinamento in botte a cercare di smussare qualche angolo.
– il Raboso, 2017: da raboso veronese rifermentato in bottiglia. Dopo brevissima macerazione affina in acciaio; ha bel colore rosato, tra la buccia di cipolla e il Bellini cocktail, torbidissimo. Anch’esso esageratamente spumeggiante, esplosivo, una santa barbara. Oggi agli angeli ne va 1/5, da quel che ne resta emergono aranciata amara, lampone, karkadè, argilla e fumo.

Completano la produzione il “Quel che c’è” (poco), un rosato da cabernet sauvignon, e il “Rosso #2” che sarà appunto il carmenére vinificato in giara. Tutti i vini costano sette euro in cantina. L’uscita dell’autostrada è Monselice.

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Giovanni Corazzol

Membro del Partito del progresso moderato nei limiti della legge sostiene da tempo che il radicalismo è dannoso e che il sano progresso si può raggiungere solo nell'obbedienza.

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