Dite a Chicco Testa (manager Rothschild) che le masse lo adorano

di Antonio Tomacelli

Il contadino DEVE essere povero. Si rassegnino i vari PaoliParisi e GianfranchiSoldera della situazione, per loro non c’è riscatto. Ad affermarlo con forza è un insolito Chicco Testa sulle pagine del Riformista che, spalleggiato dal Giornale di Berlusconi, si scaglia con veemenza contro i vini che costano tanto e contro Carlin Sloufud Petrini, accusato di “Leso Comunismo” e “fighettismo continuato e aggravato”.

Ma cos’ha detto il povero Carlin di tanto offensivo? Ecco il passaggio incriminato: “la prossima vendemmia, particolarmente abbondante, non farà che aumentare il processo di svendita del vino sfuso, con il risultato che il Barolo sarà pagato due euro e mezzo al litro e il Barbaresco poco più di uno. Bisogna invece produrre di meno e aumentare la qualità per mantenere i prezzi”.

Apriti cielo: il Chicco Furioso, che non vedeva l’ora di bere del buon Barolo per due euro al litro, non ci ha visto più dalla rabbia. Dalla poltrona di managing director della Banca Rothschild (!), Chicco ha vergato un editoriale in cui ha preso le difese di precari e cassintegrati “che non possono spendere soldi per certi vini”. “Abbassiamo i prezzi, più Barolo per tutti!” strilla Chicco, correndo al capezzale del proletariato morente, con assoluto sprezzo del ridicolo. Ma lo sa Chicco che un “managing director della Banca Rothschild” dovrebbe evitare di dire certe cazzate? Lo sa Chicco che se i prezzi del Barolo crollano a perderci saranno per primi i contadini e produttori di vino (speso è la stessa persona)? Temo di no, e credo pure che il Chicco Furioso non abbia la minima idea di come si faccia il vino buono, ma noi di Intravino (sez. Servire il Popolo) siamo qui per spiegarglielo.

Allora, caro il mio managerdellabancaRothschild, poniamo due ipotesi e la prima la chiameremo:

Testa di Comunista: i produttori tirano fuori da un ettaro di vigna 400 quintali di uva (se pò ‘ffà). Risultato: invece del Barolo si ottiene una specie di cocacola dei poveri che scontenta i proletari che bevono e impoverisce i proletari che la producono. Meglio allora l’ipotesi due, detta anche del:

Comunista di Testa: dando retta a Carlin Petrini (basse rese, alta qualità, alto prezzo) si ottiene almeno un risultato, quasi due: si arricchiscono i contadini e il vino è molto, ma molto più buono.

Ai precari e cassintegrati invece pensaci tu Chicco, dall’alto della tua poltrona targata Rothschild. O della sedia a sdraio del lido di Capalbio. O del cavallo su cui eri mentre il Corriere ti intervistava: tutto pur di non lavorare, eh Chicco?

avatar

Antonio Tomacelli

Designer, gaudente, editore, ma solo una di queste attività gli riesce davvero bene. Fonda nel 2009 con Massimo Bernardi il blog Dissapore e, un anno dopo, Intravino e Spigoloso. Lascia il gruppo editoriale portandosi dietro Intravino e un manipolo di eroici bevitori. Classico esempio di migrante che, nato a Torino, va a cercar fortuna al sud, in Puglia. E il bello è che la trova.

31 Commenti

avatar

gianpaolo

circa 9 anni fa - Link

A me pare una boutade estiva in tutte e due le letture, sia quella di Petrini che quella di Testa. Ma chi lo deve decidere il prezzo del vino e le quantità da produrre, se non gli stessi produttori? Non sarebbe forse la cura del problema lasciare fare al mercato, che metta fine a chi non sa o non puo' produrre bene e che paghi bene chi invece sa fare il proprio mestiere? Sarebbe bene ricordare che quando si parla si mercato non si parla di una cosa astratta, il mercato siamo noi (o voi, se vi pare).

Rispondi
avatar

La linea dell'inutile (Mauro)

circa 9 anni fa - Link

pero' cmq a me il carlin mi irrita ogni tanto ...

Rispondi
avatar

Franco Ziliani

circa 9 anni fa - Link

basterebbe leggere questo passaggio, dove il Testa sostiene seriamente, non é una barzelletta!, "Per una volta che avremmo potuto berci un barolo pagandolo due euro, certi compagni vengono a dirci, proprio loro, che il vino buono deve continuare ad essere solo per i ricchi", per considerare questa uscita del boiardo di Stato solo come un'assoluta scempiaggine, pronunciata dall'ennesimo radical chic che non sa di cosa sta parlando. Solenne stupidata come pure l'articolo de Il Giornale - leggete qui http://www.ilgiornale.it/interni/la_sinistra_chic_vuole_vino_ricchi/atletica-afghanistan-xxxx_vvvv_bbb_casa/14-08-2010/articolostampa-id=467029-page=1-comments=1 dove l'autore dà altrettanta prova di disinformazione e avrebbe fatto miglior figura a tacere, invece che parlare a vanvera..

Rispondi
avatar

andrea petrini

circa 9 anni fa - Link

A cui spero di aver risposto http://percorsidivino.blogspot.com/2010/08/anche-il-vino-e-una-questione-di.html

Rispondi
avatar

corrado dottori

circa 9 anni fa - Link

Pezzo meraviglioso e molto meno "leggero" di quel che sembra. Bravi.

Rispondi
avatar

Enzo

circa 9 anni fa - Link

Concordo con Gianpaolo. Magari di vino ne sapete tutti parecchio, ma di economia zero… perche qua c’e’ un po’ di confusione. Posso anche capire chi fa una giocata di sponda e dice che il vino dev’essere caro per proteggere, non gli agricoltori / viticoltori e magari farne dei ricchi privilegiati, ma bensì uno stile di vita, dei valori e una presenza sul territorio, con tutto ciò che comporta (amenagement et gestion du territoire, lo chiamano i francesi). Allora certo, sono pure d’accordo, ma la maniera per farlo non e alzare i prezzi del vino artificialmente e le cause del barolo a 2 euro non sono da ricercare nella mancanza di regolamentazione governativa. Se Il Barolo, il Barbaresco, il Brunello hanno raddoppiato le bottiglie in commercio nel giro di un decennio e l'Amarone è passato da quattro milioni di pezzi agli attuali sedici e perche i produttori pensavano che le avrebbero vendute e avrebbero fatto soldi a palate… poi, se hanno sbagliato le loro previsioni o la crisi economica ha fatto si che non riescano a vendere tutto… mi spiace ma il rischio resta una componente intrinseca all’imprenditoria. Gli imprenditori più oculati non andranno in fallimento, quelli che hanno sbagliato le previsioni, magari sono buoni viticoltori e vinificatori, ma certo non eccelenti imprenditori. E la regolamentazione e’ fondamentale per proteggere i consumatori da frodi e intossicazioni, ma non per stabilire il prezzo di mercato del vino perche se cominciamo cosi, il passo successivo e’ quello del razionamento. Se poi certe affermazioni sulla political economy della vigna e sul fatto che i vinificatori / contadini siano più ricchi o meno di qualche anno fa o più agiati o meno dei consumatori, si facessero sulla base di dati economici concreti, invece che sul gut feeling delle posizioni di principio non comprovate da alcun dato economico, il discorso ci guadagnerebbe non solo in chiarezza, ma anche in autorevolezza. Per gestire il territorio e la paesaggistica bisogna mettersi d’accordo con quelli che sul territorio ci sono e negoziare / regolamentare l’utilizzo del territorio e la paesaggistica sulla base di obbiettivi espressi in termini di paesaggistica e territorio, lasciando al mercato decidere se vale la pena di produrre più o meno e se la qualità del vino dev’essere più o meno elevata. Questa è un’altra negoziazione, nulla a che vedere con il mercato del vino. E non preoccupatevi, ci saranno sempre abbastanza clienti da pagare la qualità cara, e quindi abbastanza produttori da produrre vini di qualità. Le affermazioni tipo “nei momenti in cui il mercato tira occorre contenere i nuovi impianti e non esagerare con l'aumento dei prezzi; nei momenti di crisi bisogna ridurre la produzione dei vini di eccellenza e salvaguardarne il prezzo.” Mi fanno pensare alla pianificazione quinquennale dei soviet. In breve, non solo non funziona, ma alla visione veterocomunista trinariciuta, preferisco Chicco testa. Ed in ogni caso, che mi si venga a dire che il vino dev’essere caro per proteggere la qualità, e’ una benemerita ca**ata che denota una mancanza di comprensione del ruolo e dell’obbiettivo finale del viticoltore come imprenditore che e alla fine quello di fare soldi e forse anche delle ragioni per cui i consumatori comprano vino. Equivale a dire che un La Tache Romanee-Conti del 2007 e – più o meno - qualitativamente 97.6 volte meglio di un dolcetto di dogliani del 2008 (prezzi medi trovati su google). Non mi sembra abbia il minimo senso. Anzi, e proprio una ca**ata. Se ci sarà un prezzo garantito, o calmierato da un meccanismo tipo “wine board” state tranquilli che la qualità si assesterà su quel prezzo garantito, in maniera da massimizzare i ricavi individuali, nulla più e nulla meno. Ovviamente ci sono i viticoltori che producono col cuore e non col portafoglio. A quelli, delle misure di calmiere, non gliene frega nulla e continueranno a produrre col cuore. Contiamo piuttosto sull’educazione del consumatore e vedrete che tanti produttori di vini mediocri venduti a 30 euro (ma anche a 10) saranno messi fuori mercato, tanti produttori “eroici” di vino buono solo per cucinare (e neanche tanto) che, in quanto “eroici”, vendono a prezzi esorbitanti, anche loro faranno la stesa fine. E forse, finalmente, i produttori dovranno seguire la domanda in termini di qualità e prezzo.

Rispondi
avatar

corrado dottori

circa 9 anni fa - Link

Minchia, è arrivato Joseph Stiglitz...

Rispondi
avatar

Enzo

circa 9 anni fa - Link

Ecco, grazie, un commento pregno di significato che risponde punto per punto al mio intervento. Mi ha colpito la logica ineccepibile. Sorprendente e lusinghiero il paragone con Stiglitz, che ammiro da tempo. Peccato che il paragone confermi al 100% la prima affermazione che ho fatto: che ci sono molti commenti di bravi vignaioli che di economia non capiscono nulla. Non vorrei sembrare pignolo, ma il vecchio Joseph sarebbe piuttosto in disaccordo con me che in questo intervento ho preso posizioni piuttosto neoclassiche in contrasto con la sua teoria dell'imperfect information per cui ha preso il premio Nobel. Never mind...

Rispondi
avatar

corrado dottori

circa 9 anni fa - Link

E' evidente che il nome di Stiglitz è stato scelto a caso per fare dell'ironia (meglio Kenneth Arrow?). Quanto alle sue argomentazioni che, sintetizzando, si possono riassumere nella pregnante, ricca di sfumature e illuminante per la scienza economica "il Mercato ha sempre ragione", non ci vorrebbe molto a confutarle, non fosse per la noia che attanaglierebbe i lettori del blog. Mi limito a poche note. 1) Il mercato del vino non è un mercato di concorrenza perfetta. Per talune denominazioni, anzi, si profilano veri e propri prezzi di monopolio (c.f.r. Karl Marx, Il capitale - Libro III: Quando parliamo di prezzo di monopolio, intendiamo in generale un prezzo che è determinato solo da desiderio di acquistare e dalla capacità di pagare del compratore, indipendentemente sia dal prezzo che è determinato dal prezzo generale di produzione che da quello determinato dal valore del prodotto. Una vigna che produce vino di qualità assolutamente straordinaria, vino che in generale può essere prodotto soltanto in quantità relativamente scarsa, frutta un prezzo di monopolio. Il coltivatore della vigna verrebbe a realizzare un plusprofitto considerevole da questo prezzo di monopolio, la cui eccedenza sopra il valore del prodotto sarebbe esclusivamente determinata dalla ricchezza e dalla preferenza dei bevitori altolocati). Ora, il Barolo, così come alcune altre denominazioni, sono sempre rientrate in questa tipologia. Può piacere o meno. Così come può piacere o meno la Ferrari ed il suo significato socio-culturale. Il problema è un altro: tale "rendita di monopolio" non dovrebbe ricadere sul singolo produttore, bensì sull'intera denominazione. Ecco perchè altrove i produttori "fissano" i prezzi delle uve annata per annata. Lungi dall'essere un "piano quinquennale" si tratta di valutazioni dei produttori stessi a difesa della denominazione stessa. In Italia, no. Si è preferito, e qui concordo con la sua analisi, sputtanare tutto ampliando le denominazioni, aumentando le rese, moltiplicando i vigneti iscritti all'albo, con l'ovvia conseguenza di ridurre progressivamente i prezzi (delle uve in primis). Ma questo non è stato deciso o voluto dai vignerons, bensì dalle industrie del vino che, acquistando le uve, avevano ed hanno tutto l'interesse a spuntare prezzi inferiori. Sta accadendo in tutta Italia. Se prezzi tipo 15 centesimi al chilo d'uva, in Sicilia, o 20 centesimi per Dolcetto o Barbera in Piemonte sono "prezzi giusti" che remunerano il lavoro degli agricoltori, lo lascio pensare ai lettori. 2) Di questa situazione i consumatori si avvantaggiano solo nominalmente: molto spesso, infatti, i prezzi bassi celano prodotti che Barolo o Brunello NON sono. Dunque il povero proletario pensa di bere Barolo sfuso a 2 euro ed invece sta bevendo altra cosa. (Nel caso del Brunello ciò è stato appurato, con l'ulteriore aggravante che i prezzi non erano poi così bassi). In ogni caso, chi ha un minimo di conoscenza del mondo del vino non può non riscontrare una serie di circostanze (moral hazard, conflitti di interesse diffusi, rendite di monopolio, non perfetta razionalità degli attori) che rendono impossibile lasciar fare ai soli meccanismi di mercato senza incorrere in gravi distorsioni. 3) E' una mia impressione che separare l'amenegement du terroir dall'andamento della redditività per chi su quel terroir vive e lavora (dunque dall'andamento dei prezzi agricoli) sia, questa sì, una cxxta enorme, frutto di una visione astratta e schematica dell'economia (neoclassica, appunto). E' evidente che l'uscita dal mercato di migliaia di produttori per riequilibrare i prezzi, come paventato dai sostenitori della "verità del mercato", avrebbe un effetto devastante sulla gestione del territorio e sul capitale umano e sociale del luogo in questione. Non sono un sostenitore della pianificazione centralizzata, ma è evidente che l'agricoltura, nel suo insistere sulla terra/Terra, contiene una serie di complessità che vanno oltre la sola sfera economica. Non tenerne conto è, questo sì, fortemente ideologico.

Rispondi
avatar

Enzo

circa 9 anni fa - Link

Don’t worry, non porto rancore e accetto le scuse per il capitombolo su Stiglitz, ma non accetto il paragone con Arrow, che come risulta evidentemente dal mio intervento (lo vedrà dopo) è lontano dalle mie posizioni. Evito per compassione i commenti sulla confusa descrizione dei meccanismi che determinano prezzo e quantità vendute, soprattutto la fantasiosa definizione del prezzo di monopolio, che cozza contro il concetto che si studia nel corso del primo anno della laurea in economia. Non è male anche la curiosa invenzione di una nuova categoria analitica, il “plusprofitto” di marxiana ispirazione, da custodire gelosamente ed evitare di usare. Quello che preoccuperebbe il Chicco Testa è che nella migliore tradizione slowfoodiana, poi, si paragona il barolo a un bene di lusso come la Ferrari, e qui allora emergono le contraddizioni tra la retorica buonista e post-marxista e l’attitudine elitista. Forse e meglio che parlino di economia quelli che la capiscono e la hanno studiata e non hanno questo bipolarismo interno tra un ideologico e bucolico amore per il genere umano, eminentemente rappresentato dal contadino vignaiolo, baluardo della tradizione popolare e un certo gauche-caviarismo nel consumo dei prodotti del contadino stesso… Ma la conferma che il mio intervento non e stato compreso viene dal suo: “molto spesso, infatti, i prezzi bassi celano prodotti che Barolo o Brunello NON sono ". E qui si rientra esattamente nel caso che ho previsto: l'intervento dello Stato è molto gradito per regolamentare questioni tipo sanità dei consumatori e leggi antifrodi o per sostenere l’educazione del consumatore (contrariamente a quanto direbbe Arrow). Sui prezzi è meglio che ci pensino altri fattori… La logica di separare gestione del territorio da sostegno del prezzo e dalle quantità prodotte è alla base della Politica Agricola Comune (PAC) europea. Che dovrebbe essere perfettamente in linea con l’approccio che lei stesso considera importante, e in questo siamo d’accordo, ovvero assicurare una corretta gestione del territorio. Perché? Perché permetterebbe ai contadini che escono dal mercato per il fatto di non essere efficienti o capaci di produrre vino (o altro), di restare sul territorio e assicurare l’amenagement. Ecco perché. Questa è la logica alla base della PAC, se non si fosse capito, e anche qua il suo Kenneth Arrow non sarebbe per niente favorevole. Niente, neanche questo: il famoso bipolarismo di cui sopra non le permette di accettare neppure questo… ma allora… Cosa bisogna fare? Che il Ministero dell’Agricoltura ci aiuti ad alzare i prezzi, ecco la soluzione a tutti i mali del settore italiano. We can do better… PS: Chi ha poi detto che il moral hazard non e compatibile col mercato? Ne parli con qualche assicuratore…

avatar

enrico togni viticoltore di montagna

circa 9 anni fa - Link

ieri quando ho letto 'l'articolo sul giornale su suggerimento di un amico, mi sono letteralmente incazzato, mi piacerebbe che certa gente venisse in campagna, in cantina, vivesse un anno da viticoltore, poi ne riparliamo. intendiamoci ritengo che siano scandalosi ed immorali tanto i vini a 100 euro la bottiglia, quanto quelli venduti a 1 euro o meno al litro ma quanti sono i primi e quanti i secondi? sono i primi o i secondi quelli che rovinano il mercato e la salute? ps:tantissimi complimenti ad andrea petrini, ottime considerazioni

Rispondi
avatar

Nelle Nuvole

circa 9 anni fa - Link

Anche io sono d'accordo con Gianpaolo e in linea di massima anche con Enzo, sebbene confesso di essermi un po' persa nell'intrico ei suoi ragionamenti. La veemenza dell'articolo di Antonio Tomacelli mi sembra eccessiva, per quelle che sono platealmente delle affermazioni ferragostane di chi vive in un mondo a parte e di cui proprio non ce ne importa nulla. Quello che di nuovo salta agli occhi é la disparità di vedute fra chi il vino lo fa e quindi ci deve campare e chi il vino lo beve. Il che va benissimo perché il confronto serve proprio a questo.

Rispondi
avatar

maurizio gily

circa 9 anni fa - Link

Signor Enzo, Lei ne capirà di economia ma le sue idee sul vino e sulle DOC sono, mi permetta, un po'confuse. Tenterò brevemente di chiarirgliele anche a beneficio di altri (a chiarirle a Chicco Testa riunncio in partenza, perchè non si può spremere il sangue da una rapa): se un contadino non prende almeno 10.000 euro per ettaro delle sue uve lavora in perdita(cifra indicativa, chiaramente dipende da molti fattori, a partire dal costo dei terreni: se uno ha comprato un vigneto a Barolo e ci paga il mutuo sopra dovrà prenderne molti di più, e con il vino a due euro è già fallito). Il contadino è per definizione uno che si accontenta di guadagnare poco, salvo pochissime eccezioni, glielo garantisco per esperienza, perchè altrimenti farebbe un altro lavoro. Una denominazione di origine serve a creare una sorta di monopolio collettivo, con l'obiettivo (invero di rado raggiunto, proprio perchè collettivo, e quindi c'è sempre chi "scappa", i consorzi dovrebbero servire a evitarlo) di alterare il meccanismo di formazione del prezzo a favore dell'offerente, cioè il proprietario del fondo, attraverso il controllo dell'offerta, dimensionandola inferiore alla domanda. La chiave di ciò è proprio il fatto che i vigneti sono iscritti a un albo, il territorio è limitato e non può produrre più di tanto. Il presupposto è che il consumatore non consideri un vino uguale ad un altro ma voglia proprio "quello", altrimenti il castello cade. Ad una visione teorica liberista parrebbe un abuso di posizione dominante: nella pratica si è dimostrato, da cinquant'anni ad oggi (ma per i francesi sono centocinquanta), l'unico sistema per evitare che i viticoltori vadano in rovina. Lasciando le loro proprietà alle banche, come quella per cui, guarda caso, lavora (ma per lui è una parola grossa) Chicco Testa. Da notare che la prima denominazione di origine stabilita per legge è quella dei grands crus di Bordeaux del 1855, alcuni dei quali sono proprio di proprietà dei baroni Rotschild. CHe senza dubbio venderanno a Chicco Testa tre cassette di Lafite Rotschild al prezzo di due, come al supermercato, per dimostrargli che ha ragione. COmunque sarano sempre due o tremila euro.

Rispondi
avatar

Enzo

circa 9 anni fa - Link

La ringrazio. E pressoche' sicuro che capisco piu' di economia che di viticultura, ed e' per questo che mi sono permesso di intervenire commentando l'articolo unicamente sotto il profilo della (il)logica economica che lo struttura. Nelle sue parole non c'e' nulla che non sia perfettamente compatibile con i miei interventi. O con le parole di Chicco Testa. Dipende da che angolo s’inquadra la questione. Se la inquadriamo dal punto di vista del consumatore o quello del produttore, come dice giustamente Nelle Nuvole. Ad ogni contadino, poi, di farsi il proprio conto economico e stabilire se vuole guadagnare poco o tanto. E magari di dare tutti i suoi profitti in beneficienza. Da lì a lamentarsi e strapparsi i capelli se in un’annata i vigneti italiani producono molto vino e di buona qualità, il passo e lungo. Anzi lunghissimo. Anzi, e’ una caxxata. Come giustamente sottolinea “Il presupposto è che il consumatore non consideri un vino uguale ad un altro ma voglia proprio “quello”, altrimenti il castello cade” bene, questo per me, come economista, e’ sufficiente per dire che non si tratta di abuso di posizione dominante, soprattutto in un mercato cosi frazionato come quello del vino (se non voglio comprare Barolo, sono pur sempre libero di comprare Brunello… o Tavernello). Se poi la qualità non c’e’, ci possiamo mettere tutti i consorzi del creato, che il vino non si venderà.

Rispondi
avatar

corrado dottori

circa 9 anni fa - Link

Ringrazio Maurizio Gily per aver chiarito con estrema lucidità quel che nel mio intervento avevo cercato di spiegare a Enzo, parlando di vino e prezzo di Monopolio. Alcune risposte ad Enzo ed alla sua superbia sono, però, dovute: 1) Su Stiglitz nessun capitombolo e consueguentemente nessuna scusa. Non le piace nemmeno Arrow? Bene, scelga lei un economista che le possa garbare fra Modigliani, Samuelsson, Tobin, Friedman. Era una battuta. Battuta. Si ride o si sorride, senza nessuna ulteriore complessità. 2) Eviti pure la compassione: le confuse descrizioni, nonché la curiosa invenzione, non sono mie ma, come citato, appartengono al terzo libro del Capitale. 3) Retorica elitista: Il Barolo, chiedere ai piemontesi, è sempre stato il vino della festa. Non è detto che fosse appannaggio solo dei ricchi. Semplicemente era il vino per le occasioni particolari, il vino quotidiano essendo la Barbera o il Dolcetto. Rendere il Barolo vino "proletario" oltre a svalutare il Barolo stesso svaluta l'intera piramide delle denominazioni piemontesi. Personalmente non mi piacciono gli eccessi nei prezzi di certi vini: credo però che, proprio in virtù del suo godere di un "monopolio naturale" un Barolo (come i crus di Borgogna o Bordeaux) debba spuntare prezzi che siano in linea col suo blasone, né più né meno. 4) Sulla Pac: si deve informare meglio perché oramai quasi tutta la PAC è "sostegno del territorio" poiché gli aiuti sono erogati secondo il principio del disaccoppiamento rispetto a ciò che uno produce e della condizionalità. Dopodiché sulla attuale PAC meglio non cominciare neanche la discussione poiché non ne usciremmo più. 5) Ripeto, ripeto, ripeto: da nessuna parte ho sostenuto che i prezzi vadano regolamentati dal pubblico o che servano sussidi diretti. Credo, però, che un approccio critico rispetto a ciò che sta avvenendo in agricoltura sia più che mai necessario. 6) Non è colpa mia se il moral hazard è un caso di "fallimento del mercato". Ripassi il suo manuale.

Rispondi
avatar

Enzo

circa 9 anni fa - Link

Noto un certo orgoglio ferito sulla questione della teoria economica… Suvvia, quello è il mio terreno, mi sfidi altrove, perché con lei è come sparare sulla croce rossa. Anyway, è superfluo continuare questa inutile diatriba, come dice lei, l’intervento del Sig. Gily ha chiarito molte cose. Mi sono stufato e questo sarà il mio ultimo post. Vorrei solo rilevare che Marx non era un economista, bensì un sociologo e un politologo e che le sue teorie politiche e sociali, quando in qualche paese hanno cercato di metterle in pratica sul piano economico, non hanno proprio dato eccellenti risultati. Ammiro il coraggio e l’originalità che ci vogliono, nel 2010, a citarlo come fonte di verità, ma quanti penserebbero seriamente di averlo come referente intellettuale oggi? Riguardo al market failure, seguendo il suo consiglio, ho riguardato il manuale. Anzi parecchi. La teoria economica prevede i seguenti casi: public goods, merit goods, inequality, externalities and monopoly. Moral Hazard non c’e’… probabilmente perche è tutt’altra cosa. Ma Marx non lo aveva previsto… li cerchi su wikipedia. Sulla PAC, che non molto umilmente penso di conoscere, rilegga il mio intervento, perché lei dice le stese cose che stavo dicendo io…

Rispondi
avatar

corrado dottori

circa 9 anni fa - Link

Caro Enzo, il moral hazard in quanto caso particolare di a-simmetria informativa rientra nella fattispecie dei fallimenti di mercato (cfr Varian e/o Stiglitz, come preferisce). I'm sorry. Ah... Marx era anche un economista. Non lo dico io, ma le università di economia. E comunque non lo citavo come fonte di verità (non sono comunista) ma come un contributo al concetto di monopolio in ambito vinicolo. Come referente intellettuale oggi magari non lo avranno in tanti ma un interessante dibattito è riemerso dopo questa nuova crisi (per esempio su The economist, ottobre 2008). Così, a titolo informativo. La saluto e la lascio alle sue certezze. Magari legga "L'invenzione dell'economia" di Serge Latouche.

Rispondi
avatar

Enzo

circa 9 anni fa - Link

che verve, cara, mi fai impazzire quando ti arrabbi cosi! Consiglio la lettura di riviste tipo Reader's Digest, Tutto Treno e Modellismo o Maxim, a scelta. ;)

avatar

gianpaolo

circa 9 anni fa - Link

Mi pare che da qualche parte ci sia voglia di mostrare chi c'e' l'ha piu' lungo, pero' si complicano i ragionamenti in modo inutile. Le cose io credo siano abbastanza semplici da capire: -l'agricoltura ha un valore non solo come settore economico, ma anche di presidio del territorio. Fino ad oggi si è cercato il sostegno al reddito dell'agricoltore cercando di modificare i prezzi in modo artificioso con varie misure di sussistenza. Tutto questo non solo non ha funzionato, ma in un mercato globale è risultato addirittura controproducente. La UE se n'e' resa conto, in parte, e da qui nasce il cosidetto "disaccoppiamento", ovvero o produci o non produci io ti riconosco comunque un tot di denaro per permetterti di presidiare il territorio, quindi se non riesci a vendere, per favore evita di produrre. - il vino non sfugge alle leggi di mercato, e sono poche e clamorose le situazioni dove un pubblico internazionale è disposto a spendere molti piu' soldi di quello che ci si potrebbe aspettare. Che lo si voglia o meno, la maggior parte di questi vini non abitano in Italia, ma in Francia. - se una denominazione "non tira", non comincera' a farlo perche' si decide di produrre meno per alzare i prezzi e la domanda. E' piu' facile che continui a non tirare e il pubblico scelga altri vini. Sono inutili i "blocchi" di produizione e tutte quelle manovre fatte ad artificio per diminuire l'offerta. Perche' la denominazione "tiri" bisogna che i vini siano buoni, ovvio, e che sia promossa. La promozione in Italia è spesso inesistent o peggio inefficace anche se costosa. - se vi sono dei "baroli" che non sono "baroli", la colpa non e' del mercato o del destino cinico e baro, ma di un sistema di controlli, a partire dalla commissioni di assaggio della CCIAA che fanno ridire, che sono arcaici, poco trasparenti e palesemente inefficenti. - se sono state impiantate vigne nei fondo valle, e quindi i vini non sono buoni, ancora una volta non e' colpa del mercato, ma dei disciplinari di produzione disegnati come gli stati africani del dopo colonialismo. Se si investisse un po di soldi, la meta' della meta' di quelli che si sprecano in pubblicazioni promozionali sovvenzionate dallo Stato, malfatte, inutili e che nessuno legge, in ricerca, zonazione, e contributi all'espianto delle vigne locate male, forse i risultati nel medio termine sarebbero migliori che quelli di richiedere la questua allo Stato perche' i vini non si vendono o il blocco delle produzioni, che ovviamente penalizza chi e' piu' bravo e premia chi non lo e'. Come si suol dire, i miei due centesimi.

Rispondi
avatar

unoqualunque

circa 9 anni fa - Link

Senza entrare troppo nel merito voglio solo far notare che mi sorprende un po' l'accostamento tra Soldera e il mondo contadino. Per chi non lo sapesse Soldera è un ex broker Milanese ovvero uno che di mestiere si arricchiva giocando con i soldi altrui, un ex collega di quelli che hanno messo in ginocchio l'economia mondiale con lo smercio di "derivati" e "titoli tossici" Vorrei anche far notare agli amanti del "piccolo è bello" che la maggior parte delle piccole aziende vitivinicole di successo non sono di proprietà di contadini ma sono giocattoli messi in piedi con i proventi di attività che nulla hanno a che fare con l'agricoltura. Comunque di contadini veri che sanno fare il vino ce ne sono, basta cercarli davvero, senza limitarsi a riciclare quello che scrivono e dicono i soliti due o tre santoni di moda.

Rispondi
avatar

gianpaolo

circa 9 anni fa - Link

bravo, e' pieno di hobbysti con delusions of grandeur che drogano il mercato del vino, con vini che erano partiti per essere venduti a 20 euro nel "business plan" e che poi sono svenduti a tre euro nella realta.

Rispondi
avatar

corrado dottori

circa 9 anni fa - Link

Guardate questi insopportabili pianificatori sovietici degli spagnoli cosa si sono inventati... Incredibile... Davvero, non capiscono nulla di economia... ...Anziché vendere il Rioja a 2 euro e buttar fuori un pò di produttori inefficienti. O tempora o mores.

Rispondi
avatar

MAurizio

circa 9 anni fa - Link

Oddio, raccolta non vuol dire produzione. In italiano, sono libero di produrre l'uva (magari con quantità a scapito della qualità) ma ne posso raccogliere sono una parte allo scopo di mantenere bassa la produzione finale di vino (con un max di 69 litri vs 70 ...) per mantenerne i prezzi elevati. Cioè alla fine della giostra il consumatore dovrebbe acquistare un vino "peggiore" pagandolo più caro ?? Non sarebbe piu' "furbo" allargare il mercato, facendo gustare a quanta più gente possibile un prodotto che magari oggi paga "sottocosto" 2 euro, ma una volta "aduso" continuerà ad acquistare a prezzo pieno ?

Rispondi
avatar

gianpaolo

circa 9 anni fa - Link

E infatti vogliamo scommettere che finirà come sono sempre finite queste misure, ovvero con un buco nell'acqua? Intanto ci sarà chi vende, si impegna e magari ha fatto qualche debito perche' sa di avere un mercato che si è creato con dedizione e sacrificio, che dovrà ridurre la produzione e il fatturato, mentre chi non ha mai fatto un tubo e ha prodotto male e non ha un mercato spererà di guadagnarci qualcosa in piu'. Bella morale, da insegnare nelle scuole.

Rispondi
avatar

gianpaolo

circa 9 anni fa - Link

Ah, ironicamente, ti ringrazio per avermi segnalato il blog da cui hai preso il link, non lo conoscevo. Perchè ironicamente, perchè sfogliandolo ho trovato un altra notizia degna di interesse, che segnalo anche io con questo link: http://winemarkets.wordpress.com/2010/08/05/francia-bordeaux-il-piano-di-strategico-per-la-riconquista-del-mercato/ riporto solo due righe dal post in questione, che da sole spiegano tutta una visione del mondo diversa: "Il piano, che prevede una durata triennale, si pone l’obiettivo di portare entro i prossimi otto anni i volumi commercializzati di Bordeaux da 5,7 a 6,3 milioni di ettolitri per una cifra d’affari di circa 4,6 miliardi di euro." Su chi punteresti le tue carte, se fossi un investitore, su Rioja o Bordeaux?

Rispondi
avatar

corrado dottori

circa 9 anni fa - Link

Gianpaolo, sei troppo intelligente per non cogliere la profonda differenza fra le due questioni. Nel caso di Rioja c'è solo la volontà di regolare l'andamento vendemmiale in termini di rese e prezzi; nel caso di Bordeaux c'è un vero e proprio piano di marketing con effetti su otto anni. Otto anni in cui, peraltro, la produzione aumenterebbe di circa il 10%, che non mi pare proprio una "esplosione".

avatar

gianpaolo

circa 9 anni fa - Link

e tu sei troppo intelligente per non capire la voragine culturale che c'e' tra i due approcci. Nel caso del Rioja (e aime' di molte parti dell'Italia del vino) si coltiva la pia illusione di poter controllare i prezzi con la diminuzione dell'offerta, con l'immediato effetto di danneggiare i virtuosi e premiare chi virtuoso non e', per di piu' senza poi raggiungere nessuno dei risultati attesi. Dall'altra parte c'e' chi si rende conto che l'unico modo di reagire alla crisi e' puntare su rigore delle produzioni e promozione, e addirittura pensa ad un aumento della gia' considerabile produzione, basti vedere che il fatturato del vino a Bordeaux e' pari a circa la meta' del fatturato di vino dell'Italia nel suo complesso. Come ripeto, se dovessi puntare i miei soldi, li metterei tutti dove sta scritto Bordeaux. Tanti produttori italiani, che di soldi ne hanno "puntati" molti nel loro lavoro, scelgono la scellerata strada del mettere la testa nella sabbia, in questo aiutati dai metre a' penser nostrani che non perdono l'occasione per rivelare tutti i limiti del nostro paese: provincialismo, mancanza di coraggio, mancanza di fiducia nei nostri mezzi, ricorso allo stato mamma e alle prebende della politica - qualcuno ci salvera', anche se siamo stati scellerati. I tempi non so piu' quelli dello stato che si indebita per correre in soccorso di determinate categorie in cambio di voti, per fortuna, e non perche' ci sia resi conto dei disastri che questo nel tempo ha provocato e del fatto che poi qualcuno i debiti li deve pagare, ma perche' non ce'e' piu' trippa per gatti. Anche la crisi ha i suoi lati positivi, o perlomeno propedeutici.

avatar

Tomaso

circa 9 anni fa - Link

Ecco qua, la risposta alla tua domanda da parte di Rotchild, che per non sbagliare dice "entrambe". Altro che prezzi bassi, una letturina che vi consiglio...per continuare a riflettere (o meditare se preferite) http://tinyurl.com/3xljals L'azienda per cui lavora il dott. Testa pare abbia una visione strategicamente difforme dalla sua, non credo investano 26 milioni (fonte http://tinyurl.com/2bycwtf) per fare "vinazza" Cheers! Tom

avatar

flaminio cozzaglio

circa 9 anni fa - Link

23 risposte a un Chicco Testa ? parliamoci chiaro , il blog , apparentemente specialistico , è solo un'occasione d'incontro .

Rispondi
avatar

corrado dottori

circa 9 anni fa - Link

@Gianpaolo. Magari ne parliamo di persona assaggiando i nostri vini. E' un sacco che dibattiamo via web e non ho mai avuto il piacere di conoscerti... Non so, a me pare che in Italia non si sia affatto seguito il modello Rioja: su certe denominazioni le produzioni sono anche raddoppiate in pochi anni, altro che controllo dell'offerta! E abbiamo Consorzi che spendono un sacco di soldi in promozione con risultati spesso modesti. Francamente in un vendemmia che si preannuncia molto produttiva come questa non vedrei affatto male un intervento dei consorzi sulle rese (che è cosa ben diversa da un sussidio statale o da una regolamentazione dei prezzi). Per quanto riguarda il puntare i miei soldi mi pare ovvio che Bordeaux sia sempre Bordeaux. Certo, però, che questo piano strategico arriva perché la crisi è stata dura anche per loro. E non liquiderei in modo così facile ciò che sta facendo la Spagna ultimamente: i vini stanno crescendo molto ed anche la loro immagine sui mercati.

Rispondi
avatar

gianpaolo

circa 9 anni fa - Link

Accetto volentieri l'invito al confronto di fronte a un bicchiere! Per il resto, io sono convinto che i tentativi di controllo dei prezzi per mezzo del controllo dell'offerta siano anacronistici, inutili e dannosi per chi e' virtuoso. Oltre ad essere anche un po codardi. Questa cosa in Italia viene spesso chiamata "blocco" e se non sbaglio lo fara il Chianti Classico con il 20% in meno quest'anno. L'unico modo per far prosperare una denominazione e' cercare di fare vini buoni e fare promozione. Io credo che un intervento di sostegno sarebbe importante per migliorare la qualita' media, ridisegnando le zone adatte per l'impianto di vigneti. Una volta fatto questo pero' si deve lasciare liberi di piantare tutti quelli che lo vogliono fare se sono all'interno delle zone che io delimeteri con molto rigore, con studi di zonazione. Il contributo lo darei a chi si impegna a spiantare tutte quelle vigne che sono state impiantate in zone non vocate, dandogli ad es. 10 anni per spiantarle, passati questi le vigne che non sono spiantate escono comunque dalla denominazione.

Rispondi

Commenta

Sii gentile, che ci piaci così. La tua mail non verrà pubblicata, fidati. Nei campi segnati con l'asterisco, però, qualcosa ce la devi scrivere. Grazie.