Diario di un giudice del Best Italian Wine Awards

Diario di un giudice del Best Italian Wine Awards

di Andrea Gori

Quiet please” è l’unica frase che si sente ripetere ogni giorno per tre giorni per 5 ore di concentrazione e assaggi. Ore di batteria di vini, 6 per volta, una scheda libera su cui commentare e un punteggio da attribuire. La differenza, grande, è che sai che nei bicchieri ci sono tra i vini migliori dell’anno apparsi in Italia e che stai cercando di capire quali sono i 50 migliori vini che stanno per uscire sul mercato. Negli scorsi anni sono passati di qui il Sassicaia 2015, il Trebbiano di Valentini, il Brunello di Poggio di Sotto e il Cerretalto di Casanova di Neri, il Monprivato di Mascarello (con la 2010) quindi sai che ci sono autentici fuoriclasse là in mezzo.

Nei bicchieri può capitare di avere 6 Barolo 2015, 6 Brunello Riserva 2013, 6 bianchi altoatesini dai rarefatti e immaginifici profumi, 6 nettari dolcissimi e struggenti da rapire i sensi. Ma devi restare concentrato perchè tra i migliori ci sono sempre i vini “più” migliori. E tra questi, se hai fortuna, puoi anche arrivare a trovare la pace dei sensi nel vino più completo assoluto, seducente, ammaliante, sferzante, roccioso, capace di saturare ogni senso a disposizione.

Fuori è caldo ma nella stanza c’è luce senza afa, semmai è la tensione che ti rende nervoso e poco calmo; accanto a te hai alcuni tra i migliori palati e sensibilità mondiali in materia compresi due Master of Wine. Come assaggiano? Cosa cercano in un vino italiano? Saranno capaci di apprezzare l’equilibrio tra la dolcezza e il tannino fresco di un Primitivo di Manduria? E la differenza tra Manduria e Gioia del Colle? E i gemelli diversi Verdicchio di Matelica e dei Castelli di Jesi, come gliela possiamo far capire? Che la Calabria merita una chance anche se Gaglioppo e Magliocco non saranno mai i “nebbiolo del sud” e che il Nero d’Avola in Sicilia non è più quello di una volta?

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In realtà non puoi e nemmeno ci puoi provare, devi solo sperare che emerga dai bicchieri che però stanno lì abbandonati e serafici davanti a loro che scrivono punteggiano e indagano. Solo a pranzo si scioglie la tensione, si conoscono i vini che abbiamo appena assaggiato, si gioisce dei vini che si sono riconosciuti e ci si maledice per quelli per cui abbiamo preso un abbaglio sapendo che comunque, alla fine della fiera, la commissione organizzatrice del Best Italian Wine Awards con Luca Gardini e staff supervisiona i voti e controlla che non ci siano sfasamenti esagerati nella valutazioni dei singoli. C’è solo un campione di vino ripetuto come controllo ma conta di più la capacità di discriminare, di usare la scala nella sua interezza per far emergere i valori in campo.

Da un lato il compito è difficile perchè verso le 11, dopo una cinquantina di campioni di nebbiolo, l’idea di assaggiare altri 12 o 18 Barolo o Barbaresco non alletta ma, ancora peggio (e non credevo), è trovarsi in mezzo al guado della Toscana con i suoi legni molto presenti e la costruzione faticosa: spesso ne escono capolavori ma assaggiati in serie sono faticosi e provanti se vuoi essere lucido.

Al confronto ben vengano le maratone di nebbiolo e anche se quelli più corposi, ricchi e forbiti sono avvantaggiati rispetto a quelli più taglienti e accesi, alla fine il tannino e la sua struttura rendono giustizia, con la 2015 che non si rivela molto adatta a Serralunga ma più Monforte e uno spettacolo a Bussia. Senza contare la schiacciante superiorità della 2016 sulla 2015, mai così evidente come in queste batterie. Territori e uve molto celebrate vengono messe un poco al loro posto: Etna e Rossi Alto Adige e Campania ed Abruzzo  hanno vini occasionalmente straordinari ma ancora ben lontani dalla Champions di Piemonte e Toscana ma l’impressione è che sia al 50% territorio e al 50% tecnica e investimenti da perfezionare.

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Va meglio con i bianchi: si va in crisi prima con i descrittori ma almeno non c’è il tannino a stancare e un grissino e acqua naturale pochissimo minerale bastano a spazzar via acidità e stanchezza del palato. In un continuo parossismo di aromi e intensità balsamiche e vulcaniche, alla fine i vini con più trama, struttura, sapidità ed equilibrio vengono fuori come dei veri fuoriclasse. Rispetto ai rossi nazionali, qui la lezione del legno pare essere stata digerita eccome. Non ci sono eccessi nè spremute di Pinocchio, il legno al servizio dell’espressione del territorio, neanche del vitigno.

Bellissimi i monovarietali su cui ci si districa con bella disinvoltura ma anche i blend hanno un loro bellissimo perchè. Più esercizio di stile personale che prova di territorio a volte, ma è bello vedere come gli artisti dei bianchi italici riescano a costruire capolavori in punta di lingua con le nostre uve. L’Alto Adige è davvero una vetta immaginifica e i suoi vini hanno una potenza e una eleganza davvero degna della ribalta mondiale e pare che anche i giurati stranieri se ne stiano accorgendo. Stesso discorso per il Verdicchio che si rivela all’altezza della sua fama.

Più confuso il Sud con differenze stilistiche e di impostazione che affascinano ma che possono confondere in questa fase, l’Etna in bianco la zona dove si può già puntare con bella certezza anche in termini di longevità,

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Spazio anche ai dolci, in realtà assaggiati di mattino presto in maniera da non essere confinati alle residuali attenzioni del primissimo pomeriggio. Non sono molti ma sono di una bellezza struggente sia che puntino su una espressione immaginifica del vitigno di cui sono composti sia che dipendano da modalità di lavorazione e tradizioni. Come sempre difficile immaginarli se non in rari casi al di fuori del fine pasto ma l’urgenza di farli bere prima che spariscano dalle produzioni delle cantine comincia a sentirsi davvero tanto.

Si torna a casa arricchiti e ingolfati di sentori, idee, sensazioni ma anche di una sconfinata fiducia nelle sorti del vino italiano: non c’è un vino nei quasi 400 vini assaggiati che non ti porteresti a casa la sera cui dedicarci una cena, quasi uno al giorno, quello si che sarebbe un bel modo di affrontare l’anno che verrà! Per la classifica e i risultati c’è da aspettare settembre , noi ce l’abbiamo messa tutta e i migliori 10 nel mio personalissimo cartellino sono ben delineati. Per capire quelli degli altri e l’alchimia complessiva ci sarà da leggerla con attenzione perchè 10 palati da 10 percorsi nazionalità e preconcetti diversi assaggeranno sempre meglio di uno soltanto.

La commissione BIWA 2019 era composta oltre che dal sottoscritto da Luca Gardini, Andrea Grignaffini, Tim Atkin (UK), Christy Canterbury (US), Daniele Cernilli , Pier Bergonzi, Antonio Paolini, Othmar Kiem (Falstaff, D), Kenichi Ohashi (Japan) , Eros Teboni (Miglior Sommelier al Mondo WSA), Amaya Cervera (SP) , Lu Yang (Cina).

Andrea Gori

Quarta generazione della famiglia Gori – ristoratori in Firenze dal 1901 – è il primo a occuparsi seriamente di vino. Biologo, ricercatore e genetista, inizia gli studi da sommelier nel 2004. Gli serviranno 4 anni per diventare vice campione europeo. In pubblico nega, ma crede nella supremazia della Toscana sulle altre regioni del vino, pur avendo un debole per Borgogna e Champagne. Per tutti è “il sommelier informatico”.

5 Commenti

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Motown

circa 5 mesi fa - Link

Ok, però potresti svelarci in anticipo la tua top10, tanto “il risultato finale potrà essere confermato o ribaltato” (cit)...

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gio BESTIANO

circa 5 mesi fa - Link

lo ha già fatto capire tra le righe 3 toscani e 3 piemontesi per i rossi,2 altoatesini 1 abbruzzese ed un etna x il bianco,scommettiamo?

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Andrea Gori

circa 5 mesi fa - Link

non siamo lontanissimi ma non è del tutto esatto questa lista... purtroppo non posso svelarveli fino a settembre, poi prometto che farò un post con tutti i miei assaggi (ammesso che interessi)!

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Veronika

circa 5 mesi fa - Link

Ciao Andrea, hai dimenticato il collega altoatesino Othmar Kiem :-)!

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Andrea Gori

circa 5 mesi fa - Link

hai ragione! rimedio subito, grazie

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