Degustatori o giornalisti?

di Mauro Erro

Mauro Erro cura il blog Il viandante bevitore, collabora con Slow Wine e suggerisce una riflessione profonda sul senso dello scrivere di vino. Riprendiamo e pubblichiamo il suo post odierno.
C’è una vecchia intervista di Ivano Antonini ad Alessandro Masnaghetti che ho già segnalato e che di tanto in tanto amo rivedere. Come rileggere un buon libro o vedere nuovamente e per l’ennesima volta un film che amiamo tanto. Lo faccio quando ho bisogno di risposte a domande che ciclicamente mi pongo e la cosa aiuta. Infonde sicurezza sapere come andrà finire la storia, conoscere tutte le battute; non ci saranno sorprese, delusioni, aspettative mal riposte.

L’intervista inizia con una domanda semplice ma significativa: degustatore o giornalista? Contrariamente alla domanda, la risposta è assai complessa, non per Masnaghetti ovviamente, ma per chi fa questo strano mestiere, se tale si può definire, di degustatore di vini e di cibi. È meglio chiarire subito che non mi riferisco all’essere possessori o meno di un tesserino. Anzi, per storia personale e indole, sono sempre stato allergico a privilegi e rendite di posizione che derivano dall’appartenere a caste. Per dirla semplicemente alla maniera di un amico direttore trovo quella degli albi una sesquipedale stronzata. Intendo il termine e la professione di giornalista nel senso più alto. Laddove esista un senso più basso, non tanto nel significato che la parola racchiude, quanto nell’esercizio che della professione taluni fanno.

Degustatori o giornalisti? Non è domanda cavillosa come può apparire a molti. Credo che la risposta non data a questa domanda racchiuda il percorso di questi ultimi dieci anni di critica enogastronomica dopo il crollo delle torri gemelle. Una data da cui un certo percorso già avviato anni addietro ha preso una accelerazione impressionante. Più guardo i dati dei consumi del vino in Italia, del crollo inesorabile che prosegue, più mi chiedo dove questo nostro amato mondo andrà a finire. Come abbiamo potuto trasformare un alimento in semplice bevanda al pari di una coca cola o un sanbittér? Non che la cucina se la passi meglio. Ecco il commento di un lettore ad un articolo sul tema: “tra una o due generazioni l’arte della cucina in casa sarà scomparsa”. Speriamo sia solo pessimismo il suo e si riesca a scampare al cibo precotto, industriale e al take away.

Benvenuto progresso. Non solo non siamo riusciti a risolvere la fame nel mondo, ma l’abbiamo accentuata ed è il cibo attraverso cui misuriamo le distanze tra classi. Ormai certi cibi e certi vini sono solo ad uso e consumo di élite mentre il telefonino, il televisore e tutti gli ammennicoli tecnologici che qualcuno crea già vecchi, sono alla portata di tutti o dei più. I più che non sanno cosa ingeriscono pur chiamandolo cibo.

L’uomo è ciò che mangia, diceva Feuerbach. Ecco, allora mi sa che non sappiamo semplicemente cosa siamo. Noi, noi dell’enogastronomia dico, siamo un’élite. E pare che ci teniamo ad esserlo. Soprattutto noi che ci occupiamo di vino intenti a frapporre sempre più muri tra noi e loro e tra noi stessi, muri di parole spesso vuote, incomprensibili e insensate. Se una volta erano i numeri attraverso i quali pensavamo di raccontare il vino adesso sono sempre più termini onanistici e presuntuosi: metossipirazine, etilfenolo, mercaptani. Noi che citiamo Monelli, Veronelli e Soldati con parole pesanti peggio delle lapidi di marmo dietro cui sono sepolti. Ne amiamo le forme letterarie, i ghirigori, le capacità di scrittura ed espelliamo sempre le loro denunce palesi, puntuali, fattuali, che risalgono a quaranta e più anni fa. Per noi contano le opinioni e non i fatti e ci attorcigliamo su di essi e quando c’è da criticare, perché i Maestri si possono e devono criticare, ci limitiamo a bollare, come nel caso di Veronelli e del suo ultimo e più bello e libero e anarchico periodo, le sue parole con giudizi tanto sintetici quanto insopportabili: le parole di un vecchio rincitrullito.

Abbiamo espulso argomenti come se non ci toccassero, abbiamo dimenticato che cosa sia l’agricoltura, quale ruolo giochi, quali malattie abbia, quali brutture, quali nefandezze per concentrarci sul calice nel tentativo di oggettivare non si sa bene cosa. Debolezze, le nostre, che chiamiamo strutturali. Tanto per giocare con le parole. Meglio sparare un 85 o un 87 ad un vino o parlare di acetato di etile per nascondere problemi ben più grandi e reali di cui, invece, ci dovremmo occupare.

Mi facevo tutte queste domande, troppe, l’altro giorno, quando avevo tra le mani e sfogliavo svogliatamente per la prima volta il press kit che gli amici di Centopassi mi avevano dato a Vinitaly quando ero andato a trovarli. Centopassi, l’attività vitivinicola delle realtà siciliane di Libera Terra, la Cooperativa Sociale Placido Rizzotto e la Cooperativa Sociale Pio La Torre che gestiscono terreni agricoli confiscati ai boss di Cosa nostra, circa 60 ettari a vigneto in provincia di Palermo.
Il solito press kit che le aziende rifilano ai giornali…, pardon, ai degustatori. Vino, vitigno, tipologia, annata, acidità totale, consuete informazioni di routine.

Dopo i vini, le vigne. Località Pietralonga, comune di Monreale, confiscato a Simonetti, del clan mafioso dei Riina. Vigneto Saladino, in omonima contrada, comune di Monreale, confiscato a Grizzaffi, del clan mafioso dei Riina. Vigneto Muffoletto, in omonima contrada, confiscato a Genovese, del Clan mafiosi dei Brusca. E poi altimetrie, tessitura dei terreni, epoca d’impianto, sistema d’allevamento, anche qui solite informazioni.

Poi leggo: “Vigna Cirasa, contrada Cerasa, Monreale, confiscato a Guccione”. Ecco, meglio non farsi troppe domande. Siamo degustatori, critici al massimo, mica giornalisti.

46 Commenti

avatar

Paolo Cianferoni

circa 8 anni fa - Link

Ottima e attenta analisi. In effetti il consumo di vino in Italia diminuisce spaventosamente e una delle ragioni può essere davvero una comunicazione troppo elitaria, troppo estetica, incomprensibile a molti. E poco giovanile. Vecchia. Spesso mi pare che che un buon semplice bicchier di vino supera di gran lunga tante chiacchiere ricamate sopra le righe ad arte e che queste impauriscono un consumatore che non riconosce più, nel godere di un bicchier di vino, un atto quotidiano salubre e culturale.

avatar

Nelle Nuvole

circa 8 anni fa - Link

"L'uomo é ciò che mangia e la donna ciò che beve", oddio mi sta riprendendo la crisi di cazzeggio cnob!E invece questo post e l'intervento di Cianferoni meritano attenzione e riflessione. Io non mi sento così drastica-pessimista riguardo al presente. Se statisticamente il consumo del vino in Italia é calto, direi che é aumentata la consapevolezza di quello che é il prodotto vino e la storia che ha alle spalle. Nei miei lontani anni giovanili il vino c'era a tavola, ma spesso in un fiasco e nessuno si preoccupava di sapere l'uvaggio o di interrogarsi sulla cantina di provenienza. In Piemonte si beveva piemontese, in Toscana toscano, a Roma si beveva male e basta :) Grazie soprattutto a Luigi Veronelli e alla sua trasmissione "Colazione allo studio 7" molte famiglie, compresa la mia, impararono tanto riguardo al vino. Un esemplare sistema di comunicazione, immediato e non complicato. Inutile ripetere la storia di un'evoluzione. Qui su IV la conosciamo bene. Oggi ci troviamo di fronte ai postumi di un'ubriacatura mediatica. Ma siamo anche più consapevoli ed autonomi nelle nostre scelte. Abbiamo assaggiato, bevuto, viaggiato, letto e studiato. Non siamo più proni ai diktat di qualche guru enoico. Meno male perché sono cresciuti come funghi in autunno. Quelli di noi che vogliono saperne di più, che si incuriosiscono della storia a monte di quello che c'é nel bicchiere, hanno la possibilità di conoscere. Gli altri che si accontentano di bere farebbero lo stesso anche in una situazione di forzata ignoranza. Un degustatore non é un giornalista, ha il talento e la scuola per assaggiare e per descrivere un vino, ma non informa e nemmeno racconta. Un giornalista può essere invece un ottimo degustatore, possiede in più la capacità di comunicare agli altri la sua esperienza, trasformandola da soggettiva ad oggettiva. Anche parlando di agricoltura, esperienze umane, rappporto con la natura. Possibilmente con rispetto per chi legge e quindi con un linguaggio chiaro ed immediato. Secondo me ci sono fior di giornalisti/degustatori in Italia, chiamiamoli pure tutti figli di Veronelli e nipoti di Soldati, ma ormai sono cresciuti e si sono affrancati, é una nuova generazione che parla a noi, nuova generazione, di vini, ebbene sì, anche loro di nuova generazione. Sta poi a noi fare la scelta di chi e cosa leggere. Se sono cambiati gli strumenti di comunicazione, la parola é sempre il veicolo più importante, sia su carta che su schermo. Mi piace tanto la definizione "wine writer" cioé colui che scrive di vino, mentre invece "wine critic" ha per me un effetto respingente. Ma io sono cnob.

avatar

Giulia Angela

circa 8 anni fa - Link

Credo sia giusto quanto afferma con umiltà e chiarezza Masnaghetti, un conto è essere pubblicista, un altro conto essere giornalista. Conta l'esperienza in entrambi i casi.In entrambi i casi conta parlare di Vino con amore e garbo, accantonando personalismi e volgarità. Nelle Nuvole: Ovunque si beve bene, anche a Roma e nel Lazio, penso alle preparazioni generose e schiette di cibo del Lazio e posso solo immaginarle sposate all'altrettanto generoso e schietto vino prodotto in quelle stesse zone. Ogni vitigno è Re in casa propria. ...se penso alla trippa o alle polpettine in umido alla romana come non sposarle con un cesanese? Un'emozione credimi. :-)

avatar

Nelle Nuvole

circa 8 anni fa - Link

Hai ragione, ma io parlavo di quarant'anni fa.

avatar

Giulia Angela

circa 8 anni fa - Link

Non volevo essere polemica, mi piace tutto il vino, anche i vini semplici, ricordo ancora di un bianchello del metauro accompagnato da fette rosee e profumate di prosciutto di carpegna.

avatar

Mario Crosta

circa 8 anni fa - Link

Quarant'anni fa, quando andavamo a Roma per le manifestazioni sindacali o per la scuola sindacale di Ariccia (Genzano), si andava a bere bene, Nelle Nuvole, dai... per esempio sul lago di Nemi o ad Albano, sia bianchi che rossi. Il Cesanese lo conobbi soltanto in quel modo, col cinghiale arrostito, con gli uccelletti, con l'abbacchio. E sono convinto che i Romani sapessero bene dove andare a bere anche allora, nella loro citta'. Certo, poi c'era l'oste della malora che nel vino metteva l'acqua, come dice la canzone, sicuramente per i turisti, ma anche a Napoli vendevano i fiaschettini di un improbabile Lacryma Christi...

avatar

giorgio

circa 8 anni fa - Link

Troppa gente improvvisata che scrive di vino: tutti scrivono e si sentono guru, facendo a gara a chi spara cazzate piu grandi. Pietra focaia, erba di secondo sfalcio, interiora di leprotto femmina di otto mesi, ecc . ecc. Ma andate a fanculo, ho visto un video su questo blog sul pecorino e gli intervistati dimostravano una prosopopea penosa o era un po di insicurezza e,/o timidezza? Lo vorrei sperare

avatar

Stefano Cinelli Colombini

circa 8 anni fa - Link

Bel tema, roba profonda. Per quanto mi riguarda quando hanno cominciato a parlare di numeri, grappoli, piccoli frutti di bosco e parkerate simili hanno accoltellato il vino, e se vanno avanti l'accoppano. Per carità tornate a godere (o non godere) quel che c'è nella boccia perché un Vintage Tunina è gli occhi di una biondina che mi ha fatto ammattire e poco più per anni di cenette romantiche, un buon champagne è Edith Piaf e chissenefrega se ha 92 o 84 su Wine Spectator. Lasciate mercaptani e cavalli sudati a noi che per vile denaro siamo costretti a trafficarci, e tornate a darci una poesia sul bicchiere; c'ho un librerettino che sarà dieci centimetri per cinque, forse il primo di Veronelli, che fa voglia di bere tutto quello di cui parla, e a me quell'effetto lì le liste di numeri un me l'hanno mai fatto. Ma pensate davvero che i vini valutati per quel che si sente in bocca in una bella sala anonima, bianca e senza profumi, siano un futuro plausibile? Se è così diamo le chiavi ai canguri e beviamo tutti perfettissime robe industriali di Barossa Valley a due lire. Aridatece er puzzone, o si torna a bere vino e leggenda o il vino è morto.

avatar

esperio

circa 8 anni fa - Link

Cinelli Colonbini dice bene. Uno sfogo schietto ed estemporaneo che sale direttamente dalle viscere. Lo si intuisce. Che altro dovrebbe dire uno che il vino lo produce e bene. Mi permetta di consigliarle di cercarsi un bel pseudonimo,se no lo ha gia' fatto e cosi potra dar sfogo a tutto cio' che avrebbe voluto dire e che non ha mai giudiziosamente detto.

avatar

Stefano Cinelli Colombini

circa 8 anni fa - Link

Beh, sà, passati i cinquanta con pancia aumentante e capelli calanti qualche sfizio bisogna pur permetterselo. Tanto i tre bicchieri non me li daranno comunque, per cui che mi nascondo a fare?

avatar

esperio

circa 8 anni fa - Link

Adesso, per favore, non ci deprima. Capisco lo stato d'animo e l'antifona. Saluti.

avatar

Fiorenzo Sartore

circa 8 anni fa - Link

Pseudonimo? Ma per favore. Per una volta che abbiamo un addetto che ci mette nome e cognome, tu mi invochi l'ennesimo fenomeno anonimo? Ma per favore (repeat).

avatar

vinogodi

circa 8 anni fa - Link

...qui si sta confondendo il giornalista con il "comunicatore del vino" che sono cose completamente diverse . IL giornalista è un mestiere strano , dove sei latore di cronaca , dove massimo ti concentri su una personalizzazione e flebile commento dei contenuti che vai a trattare .Oggi scrivi di vino , domani di calcio , poi del fatto politico in auge , poi della cronaca nera ... Dio ce ne scampi quando si avventurano su disquisizioni pseudoscientifiche , qui davvero rasentanti l'indecenza . Erroneamente si è creduto che dare in pasto la comunicazione enoica ai giornalisti fosse il viatico per il successo del medesimo , perchè il destreggiarsi con la penna sembrava non fosse solo un prerequisito ma condizione necessaria e pure sufficiente . Veronelli (Salta sempre fuori Lui , che pippa) era più poeta o giornalista? Ma fermandoci a Lui e riferendoci sempre a Lui si capisce che tanto tempo abbiamo perso e con poco costrutto nel frattempo . Oggi non c'è crisi del vino , c'è solo crisi della comunicazione del vino . E non è facendoci "guidare dalle guide" che otterremo un popolo di enodiscriminanti consapevoli... PS: rimango un nostalgico della funzione educativa famigliare , quella che insegna a comportarsi da bravi cittadini , a mangiare sano e bene , a bere con moderazione ma con grande godimento ...

avatar

Er Plastichino

circa 8 anni fa - Link

Per scrivere di vino o di cibo bisogna ANCHE alzare le chiappe dalla sedia. Molti invece fanno i taglia-cuci e hanno poca passione, poca voglia di conoscere, molta di criticare e ancor meno di raccontare. E ciò si evince leggendo ciò che scrivono.

avatar

Er Plastichino

circa 8 anni fa - Link

Dimenticavo: vale anche per i cosiddetti appassionati.

avatar

Vinogodi

circa 8 anni fa - Link

..tu in quale categoria ti inserisci?...[img]http://www.vocinelweb.it/faccine/speciali/pag2/27.gif[/img]

avatar

esperio

circa 8 anni fa - Link

Il giornalismo ha miracolato la produzione vinicola in Italia, basta andare a sfogliarsi, per chi lo trova, il volume di Cyril Ray "The wine of Italy" ,"1966" e ci si rende conto lo stato in cui versava la nostra produzione vinicola e la sua percezione da parte degli esperti o conoscitori stranieri : Era paleolitica. I giornalisti trasformatosi in esperti e viceversa sono riusciti a far sognare ed inebriare una massa di gente che di vino non sapeva nulla e che beveva tutto cio' che passava il convento. Ovviamente, prima o poi si arriva ad una saturazione e allora disogna ricominciare da capo, magari riscoprendo la parte buona del passato

avatar

Priamo

circa 8 anni fa - Link

Secondo me questo pezzo trasuda impotenza. E pure un po' di frustrazione. Della serie "ho imparato da molti ma non ho mai condiviso sino in fondo nessuno"; uno strappo in piena regola. Francamente la storiografia enoica italiota, nonostante tutte le beffe che c'ha consegnato negli ultimi vent'anni non ha comunque mai fatto mancare cronisti con le palle capaci di tirare il bavero anche ai più potenti. Il guaio è la fretta di emergere: anche qui, in questo spazio che seguo (distaccatamente) con piacere ne leggo spesso delle belle, piccioncini che sbavano, enotecari che sbraitano, sommelier incredibilmente pesanti, cresciuti magari a Gambero e Veronelli e che ahimé si sentono, loro malgrado, dei piccoli Cernilli e Veronelli incompresi. C'è n'è di merda da calpestare, cari. la strada è appena in salita. Siete sicuri che vale la candela?

avatar

giorgio

circa 8 anni fa - Link

@ PRIAMO Hai ragione, non è sufficiente scrivere su un blog ( questo o un'altro non fa differenza ) per sentirsi o spacciarsi per " esperti degustatori e/o giornalisti ". Qui invece pullula di questi personaggi che ad essere buoni sono molto spesso patetici, per non andare oltre. Abbassate la cresta cari ragazzi appassionati, enotecari , ristoratori ecc., non basta un diploma Ais o Onav per essere esperti, sono necessari moltissimi assaggi all'anno e per tanti anni. Come ha detto un delegato regionale Ais che partecipa alle sessioni di esame : noi dell' Ais ( ma il ragionamento è estensibile ad altre associazioni ) partoriamo dei mostri, nel senso che questi ragazzotti alle prime armi con il loro diploma in bella mostra, vengono a scrivere su un blog od aprono una enoteca e dopo due anni si credono dei " guru ", permettendosi a torto, molto a torto, di criticare e giudicare personaggi come Veronelli o Cernilli. Abbassate la cresta, volate basso e state con i piedi per terra, la strada è lunga e tutta in salita. Tra 20 anni se ne riparlerà. Umiltà e voglia di imparare da tutti sono alla base della formazione di un futuro e vero degustatore o giornalista. Tutto il resto è fuffa !

avatar

Mario Crosta

circa 8 anni fa - Link

Ci hai dato un consiglio davvero prezioso, Giorgio. Come ho gia' confessato sul blog di Silvana "Cronache della campagna", nei confronti del vino spesso abbiamo delle assurde pretese. Per me è soltanto la verità, o piuttosto una difficile ricerca della verità. Guardo il vino sul tavolo e se soltanto provo a giudicarlo mi sembra invece che sia lui che guarda me e che sembra dirmi: “non provare a giudicarmi, perché sarò io a valutare te”.

avatar

giorgio

circa 8 anni fa - Link

Sempre saggio Mario, condivido quanto hai scritto, ma non ho capito se il mio consiglio è stato davvero prezioso, sicuramente non era rivolto a Te che hai i capelli bianchi

avatar

Mario Crosta

circa 8 anni fa - Link

E' prezioso per tutti, giorgio. C'e' sempre da imparare.

avatar

Nicoletta Bocca

circa 8 anni fa - Link

Il giornalismo che manca , io credo, è un giornalismo di inchiesta, anche nel settore del vino. Uno che va in giro, si informa, cerca di capire. Trova fili conduttori che corrono attraverso i fatti, li segue, li dipana. La gente ti arriva in cantina, sa quanti punti, bicchieri o grappoli ha preso il tuo vino e non ha la più pallida idea di cosa significa portare a casa delle uve, dall'impatto agricolo ai problemi di manodopera, dal fare economia in un territorio alle scelte di una comunità di produttori. Adesso tutti vogliono parlare di corna interrate o fasi lunari, ma pochi si sono chiesti se dietro certe scelte ci potrebbe essere la strada per mettere in discussione politiche e modi di vendere. Quando ho tentato l'argomento con Davide Panzeri durante la visita papale di Slowfood mi sono sentita rispondere " Nicoletta, ha vinto il capitalismo, non te ne sei ancora accorta? Un certo Karl Marx si era posto il problema prima di te." E poi, con un sorriso bonario, via a camminare per le vigne a vedere i fiori di campo e a sentire se il terreno pieno di humus, affonda soffice sotto i piedi. Eppure potrebbe essere una bella inchiesta, no? Come si vende il vino oggi? Facciamo biodinamica ma poi le politiche commerciali si sono completamente appiattite su quelle della grandi aziende paraindustriali: gli agenti gli stessi, le modalità le stesse. Vai ad una riunione agenti a parlargli della poesia del 501 e quando esci vedi quello di Treviso seduto in un angolo, cupo, perché se non fattura abbastanza da cambiare macchina e portare la moglie a fare shopping al centro commerciale, quella lo molla.  Cosa gliene puo fregare a lui del 501 e di appassionarsi a quello che invece di essere un argomento di vendita potrebbe essere un sentiero per la libertà? Ha ragione Bellotti: se la biodinamica significa solo cercare di fare un vino più buono di quello degli altri, allora affan... la biodinamica. Ad onor del vero molto spesso, per restare a tempi recenti,  questi problemi Porthos se li è posti. Ha fatto interviste, ha cercato di capire, è stato coscienza. Enogea ha cercato di spiegare le zone, con un Masnaghetti sul pezzo chiuso in macchina a mangiare tume per evitare incontri ravvicinati con produttori convinti che la notizia sia merce; e qualcuno, che la notizia è merce, doveva  pure averglielo fatto capire, credo. Il mondo del vino è un mondo di lavoro, e come tutti, ha delle cose che vuole raccontare e delle cose che non vuole raccontare, di cui spesso non è nemmeno consapevole. Ci vuole un giornalismo che sia un po' come i vini biodinamici, fluido, metamorfico, capace di porre problemi e  aiutare, anche i produttori ma non solo, a prendere coscienza. Non un giornalismo da scoop, fatto per fare audience, fatto per far tirare la testata, insomma un giornalismo che insegna che la notizia è merce e poi si stupisce di essere trattato di conseguenza. Non un giornalismo che butta lì delle frasi che sono dei macigni, e poi quando arriva il momento di capire,un momento che dovrebbe stare prima della notizia, e non dopo, taglia la corda.

avatar

Franco Ziliani

circa 8 anni fa - Link

Bene, oggi abbiamo Nicoletta Bocca, figlia del grande Giorgio (ovviamente lo sto scrivendo dopo essermi doverosamente alzato in piedi di fronte a cotanto Maestro), che ci dà lezioni di giornalismo scrivendo che "Ci vuole un giornalismo che sia un po’ come i vini biodinamici, fluido, metamorfico, capace di porre problemi e aiutare, anche i produttori ma non solo, a prendere coscienza. Non un giornalismo da scoop, fatto per fare audience, fatto per far tirare la testata, insomma un giornalismo che insegna che la notizia è merce e poi si stupisce di essere trattato di conseguenza. Non un giornalismo che butta lì delle frasi che sono dei macigni, e poi quando arriva il momento di capire,un momento che dovrebbe stare prima della notizia, e non dopo, taglia la corda". In fondo c'é sempre da imparare da tutti, anche da una produttrice di Dolcetto di Dogliani, figlia di una delle colonne del giornalismo italiano.

avatar

giorgio

circa 8 anni fa - Link

Ho grande stima per il GRANDE Giorgio Bocca, che tanto ha contribuito per la libertà di opinione in questo paese e per la lotta di liberazione dal nazifascismo

avatar

Franco Ziliani

circa 8 anni fa - Link

tutti abbiamo stima e venerazione per un grande Maestro del giornalismo come Giorgio Bocca. Anche chi non é di sinistra come me ma lo considera un fuoriclasse e ha avuto il piacere di andare due volte a casa sua a Milano ad intervistarlo. Le lezioni di giornalismo le accetterei volentieri da lui, non da sua figlia che mi risulta produrre vino, non libri e articoli e inchieste....

avatar

Nicoletta Bocca

circa 8 anni fa - Link

Una delle piccole soddisfazioni della mia modesta vita di produttrice di dolcetto di Dogliani, che osa dire la sua sul giornalismo di cui sentirebbe bisogno in quanto produttrice, è quella di far girare le balle a Ziliani. Devo dire che sono diventata piuttosto brava, perchè tutte le volte che scrivo una riga, lui deve venirci sotto a dire la sua anche se non c'entra nulla con l'argomento. Deve far capire che me e il Dogliani, proprio non li digerisce.Questa volta non so se l'è presa perchè si è riconosciuto nella descrizione finale sul giornalismo da scoop o se perchè non l'ho citato fra i grandi padri del giornalismo di inchiesta enologico, pronto alla battaglia. Una semplice svista?

avatar

Franco Ziliani

circa 8 anni fa - Link

Bocca (figlia ovviamente) e Riccardo suo cavaliere: di quello avete detto replicandomi non mi curo più di tanto. Non ci tengo ad essere citata da lei "fra i grandi padri del giornalismo di inchiesta enologico", espressione che tra l'altro non significa nulla... Io "pronto alla battaglia" lo sono sempre, dalle Langhe a Montalcino all'Oltrepò alla Puglia e contro la proliferazione delle Doc e Docg inutili, e non lo dico in un accesso di vanagloria pre-senile (ne ho compiuti solo 55) ma lo dimostrano - Internet non mente ed é testimone - i fatti. Verba volant, scripta, on line, manent... E lo sono, in "battaglia", franco tiratore, da quando certi "saputelli" giocavano ancora con i soldatini... cordialità vive Nicoletta!

avatar

Riccardo

circa 8 anni fa - Link

Non curartene Franco, fatto sta che se non accetti consigli dalla figlia di un grande giornalista poiché Nicoletta produce vino, non arrivo a capire perché dovremmo accettare i tuoi consigli sul vino dato che non lo produci... Se non te ne curassi non avresti risposto. Meglio essere umili e veri che finti superiori!

avatar

Sc'vejk

circa 8 anni fa - Link

Mi scusi Franco, non me ne voglia, ma posso sapere perché per contestare una posizione, qualunque essa sia, deve calcare sulle relazioni parentali, invece che sulle posizioni individuali? mi sembra Fede che storpia i nomi, non capisco.

avatar

giorgio

circa 8 anni fa - Link

Simpatico a molti questo Ziliani mi pare, ma chi è e cosa fa ? Mai sentito nominare, io conosco il produttore di spumanti Mc di Franciacorta è lui per caso che viene qui a pontificare ?

avatar

Riccardo

circa 8 anni fa - Link

perché tu Franco produci vino? perciò per quale motivo dovremmo prendere lezioni da te in merito?

avatar

Franco Ziliani

circa 8 anni fa - Link

@ Sc'vejk: io non ho storpiato alcunché. Ho solo detto che lezioni di giornalismo le accetto dal grande Giorgio Bocca, non da sua figlia Nicoletta, produttrice di vino (con tutto il rispetto possibile per i produttori di vino e per le produttrici) in quel di Dogliani CN. Bellissimo posto che esprime anche splendidi vini. Che titoli ha Nicoletta Bocca, oltre al fatto di essere figlia di Giorgio, per insegnarci come dev'essere il giornalismo del vino? Io non ho la presunzione di dirle come deve fare i suoi vini, mi limiti a dire se mi piacciono o no e perché. Faccia altrettanto anche lei, limitandosi a dire se quello che i giornalisti X, Y, Z scrivono le piace, le sembra serio e convincente oppure no. Non venga a dettarci la "road map" per favore.

avatar

Riccardo

circa 8 anni fa - Link

Mi sembra che quanto detto da Mauro Erro (che non mi risulta essere giornalista) possa essere comunque criticabile poiché in Italia (forse ancora) vige la libertà di opinione. Spetta poi alla nostra libertà accettare o meno i consigli... allo stesso modo, non vedo perché molti debbano leggere i tuoi commenti sul vino, o che tu (anche se qui lo neghi) dicia come produrli! Spesso, è capitato che tu abbia detto che molti vini strutturati di Dogliani siano pesanti e meno bevibili di quelli d'Alba... ora non voglio disquisire in merito ad una denominazione ma mi chiedo: "Franco hai mai vinificato un dolcetto?" I tuoi consigli possono essere accolti o meno così come possiamo accogliere quelli di Nicoletta o di qualunque altro ma, per favore, non permettiamo che la nostra libertà d'opinione sia per merito esclusivo di una qualifica...

avatar

Massimiliano Montes

circa 8 anni fa - Link

Mi sembra che la maggior parte dei commenti abbiano eluso, consapevolmente o inconsapevolmente, la parte finale del bel discorso di Mauro Erro. Forse fraintendendone anche parte del significato complessivo. <> Questa è la chiave di lettura. Erro non vuole dilungarsi sterilmente sulla "cattiva" comunicazione del vino con descrittori vacui enumerati da pseudo-sacerdoti della comunicazione enoica. Mauro Erro ci sta dicendo che bisognerebbe capire cosa c'è dietro una bottiglia di vino o una politica aziendale. Mauro Erro ci sta chiedendo di comprendere perché a Guccione sia stato sequestrato un terreno. Aggiungo io che bisognerebbe capire perché a Montalcino si muovono nell'ombra poteri forti. Perché la stessa cosa è avvenuta ed avviene in Langa, come in altre parti d'Italia. Quello che manca è un giornalista o un blogger o un degustatore che abbia il coraggio (le palle) per andare a prendere informazioni direttamente sul territorio, chiedendo "cosa sta succedendo quì?". Senza alcuna pregiudiziale politica, riportando soltanto i fatti. I fatti a volte pesano come macigni, più di qualsiasi commento. L'arroganza della mafia in Sicilia o l'arroganza dei potenti ovunque essi siano. E' questo che sta rovinando il vino, ed è di questo che bisogna scrivere. Bisogna chiedersi perché la comunicazione ufficiale parla sempre delle solite aziende, anche se fanno vini men che mediocri.

avatar

Vinogodi

circa 8 anni fa - Link

...Max: ma in questo tuo "desiderata" mi sembra che qualcuno debba darti un pizzicotto e svegliarti . Passi il giornalista "serio", ma ce lo vedi il blogger o il semplice appassionato vagare per Casteldaccia intervistando i locali sui condizionamenti che la mafia ha nella raccolta, di quell'anno, delle uve Nero D'Avola destinate al Duca Enrico? (tanto per fare un nome a caso senza nessun riferimento reale; io adoro il Duca Enrico , soprattutto se con qualche anno sulle spalle...)

avatar

Massimiliano Montes

circa 8 anni fa - Link

Si può fare. Nel mio piccolo cerco di farlo, anche parlando dei vini solo perché mi piacciono e non per altri motivi (che potrebbero essere tornaconto personale o piaggeria nei confronti del potente di turno, o addirittura essere organici ad un sistema). Altri lo fanno e lo hanno fatto. Gianluca Mazzella è andato in tribunale ad estrarre copia di un fascicolo giudiziario pubblico, ma che nessuno si era preso la briga di leggere. Milena Gabanelli nella ormai famosa puntata di Report "In vino veritas" che ha alzato il coperchio sulle magagne del vino. E tanti altri piccoli blogger, giornalisti o semplici degustatori-commentatori.

avatar

Massimiliano Montes

circa 8 anni fa - Link

E’ saltato un periodo. Tra quelle parentesi vuote ci stava la seguente frase: Poi leggo: “Vigna Cirasa, contrada Cerasa, Monreale, confiscato a Guccione”.

avatar

giorgio

circa 8 anni fa - Link

Secondo me i casi sono due : o da grande vuoi fare il degustatore ed allora ti alleni ad assaggiarne qualche migliaio di vini all'anno, oppure vuoi fare il giornalista d'inchiesta ed allora vai in giro a fare piu' interviste che assaggi. Troppa carne al fuoco di solito si brucia, meglio fare una cosa per volta e cercare di farla al meglio

avatar

Massimiliano Montes

circa 8 anni fa - Link

Non è così. E le risposte che ti ho dato in altro post relative alle mie preferenze sui siciliani sono un esempio. Sarebbe un errore tessere le lodi di un vino solo perché famoso (per esempio i nomi noti siciliani) o perché conosci il produttore. Ci sono vini eccellenti, sicuramente molto più buoni dei soliti noti, di cui non parla quasi nessuno. Questo perché i soliti noti hanno un atteggiamento arrogante di costante pressione sui giornalisti. Hanno un apparato di marketing che "adesca" enotecari e comunicatori del settore (anche blogger). Ma la cosa più grave è che non tollerano di perdere neanche un 1% di fatturato, e se adducono la perdita al fatto che un piccolo concorrente semi-sconosciuto sta erodendo il loro guadagno perché "pompato" da giornali o blog, reagiscono con stizza. Mi è capitato. Esperienza personale.

avatar

esperio

circa 8 anni fa - Link

Fiorenzo, quello che a me interessano di piu' sono le opinioni schiette e veritiere e non i bersagli facili da colpire o criticare. Vedi il caso "Bocca". Dopotutto qui non siamo in un circolo dove tutti gli interlocutori sono presenti e si possono guardare negli occhi, molti usano nomi posticci e possono spararle a volonta' senza dover rispondere a nessuno delle proprie idee. Dunque, niente di scandaloso nel suggerire di adottare uno pseudonimo e scrivere a ruota libera (Nel limite della decenza, ovviamente).

avatar

Francesco Fabbretti

circa 8 anni fa - Link

stando in enoteca la mia è una comunciazione orale che si fa scritta tramite newsletter una volta al mese. Non sono giornalista, non sono blogger, ricerco vino che "sappia" di verità e quando l'ho trovato comunico quella verità a chi mi vuol ascoltare. Dal mio modesto punto di vista credo che i consumi del vino calino per via di una crisi economica che non nasce oggi e che porta la gente a tagliare ciò che è voluttuoario. Se il vino viene visto in questa ottica ha perso in partenza. Ma tornando a bomba: cosa è questa benedetta "verità" che vado ricercando? per me è l'intesezione delle bisettrici di un quadrato au cui angoli sono posti territorio, vitigno, intenzioni del produttore e per ultimo ma non ultimo la sincerità del produttore stesso. quando un vino è l'equilibrata risultante di un territorio e di un vitigno, di un lavoro in vigna animato da ricerca di sincerità, dal riflesso dell'animo del produttore in quella verità non esiste più degustazione o cronaca ma solo narrazione in grado di compiere il miracolo di mettere in contatto intimo l'essenza di un bevitore con l'essenza di un produttore. E' un percorso lungo, articolato, composto di mille insidie e di rifiuti ad accettare questa visione da parte del cliente.... ma che soddisfazione rendersi conto che molte più volte di quanto si pensi si è fatto centro è due anime si son congiunte attraverso quella bottiglia

avatar

Sc’vejk

circa 8 anni fa - Link

Infatti il mio era un riferimento alla forma non al merito. Grazie per il chiarimento

avatar

Sc’vejk

circa 8 anni fa - Link

Detestabili i giochini delegittimanti da qualunque parte provengano

avatar

Francesco Guccione

circa 8 anni fa - Link

Buonasera a tutti, sono Francesco Guccione, e poiché sono stato tirato in ballo su vicende personali che poco riguardano il mio lavoro, per i curiosi e per quanti pensano che sia importante sapere cosa c’è dietro una bottiglia di vino, non mi tiro indietro e ovviamente racconto quella che è la mia verità. E’ vero i terreni sono stati confiscati a Leoluca Guccione, mio padre. Ormai sono passati circa vent’anni. Tanto tempo è stato sufficiente per far passare la rabbia di una grave ingiustizia economica e morale. Da mio padre ho imparato quello che so di agricoltura, la passione e il rispetto per la natura e gli uomini. Cerco di vivere in pace e in armonia e ritengo la mia vicenda personale qualcosa che riguardi me, ma mi rendo conto che nonostante siano trascorsi vent’anni, debba tornare a raccontare la sua storia. In sintesi la vicenda di mio padre è quella di un imprenditore agricolo, troppo ingenuo per affrontare il tessuto sociale nel quale viveva ed operava. Per questo motivo ha subito un processo non processo, tecnicamente un “procedimento di misure di prevenzione”. Per chi non è avvezzo, è un’anomalia del codice Penale, voluta per legge negli anni della lotta alla mafia, in cui il cittadino inquisito, si trova a fronteggiare una difesa, con il carico dell’inversione dell’onere della prova. In questo contesto, sono stati confiscati appunto i tanto citati terreni. Successivamente, segue un processo Penale vero è proprio, con correlata detenzione, e tra un’udienza e l’altra passarono circa tre anni di detenzione cautelare. La sentenza definitiva lo condannava a due anni di detenzione, ma lui in attesa del processo ne aveva già scontati tre. La giustizia gli doveva già un anno di vita. Ma nella speranza di fare chiarezza in appello, un martedì di colloquio in cui andammo con mio fratello come sempre a trovare papà, per comunicargli si che c’era stata una condanna, si che era stata inferiore a quanto già scontato, ma fiduciosi che in appello avremmo fatto chiarezza sulla sua innocenza, (attendevamo a quel punto la data dell’appello). Bisognava avere le ultime forze per resistere e ottenere l’assoluzione in formula piena. Ma due giorni dopo, ricevuto l’ennesimo rinvio di quattro mesi, che lo costringeva ad ulteriore detenzione, mio padre non resse, e fu colto da un infarto in piena detenzione, e senza alcun soccorso. Non è mai stata mossa nessuna accusa specifica se non una nebulosa associazione mafiosa in concorso esterno, e credetemi che a tutt’oggi non si comprende il ruolo di mio padre all’interno di non so che o non so cosa. Possiedo tutti gli atti del processo e a parte due o tre “pentiti” che dichiararono di sapere chi è mio padre e a dimostrazione di ciò riportano solo che era un imprenditore, che possedeva un’azienda agricola e dei cavalli, nella zona di San Giuseppe Jato, l’unico pentito che dichiara di conoscere mio padre era il socio occulto di un socio di mio padre, e dice di conoscerlo e (bontà sua) come persona per bene che di tutte queste cose non sapeva nulla. Ovviamente parlo di cose agli atti. Alla fine mi domando per quanti anni ancora dovrò raccontare la nostra storia? Voi sapete che per lavorare in Sicilia dobbiamo confrontarci con la legge dell’antimafia? Bene questo comporta un certificato antimafia. Dunque se la cantina Guccione esiste esisterà anche il certificato della cantina Guccione. Il feudo di Cerasa è sempre stato della nostra famiglia. I terreni confiscati come il nostro infinito dolore sono rimasti al passato, i vini che produciamo li facciamo con i terreni che siamo riusciti a salvare, per i quali attendiamo ancora il resoconto dell’Amministrazione Giudiziaria. Invito gli amici e tutte le persone che mi hanno conosciuto, frequentato e che hanno frequentato la mia terra, a raccontare chi sono, come vivo, di cosa mi nutro e cosa ci sia dietro i miei vini. La libertà dell’individuo è alla base dell’esistenza, oggi più che mai è per me valore imprescindibile per una vita vissuta in piena coscienza, in un territorio difficilissimo come la Sicilia. Vivo in campagna, sono sempre lì, la mia porta è aperta a tutti, luogo che mi è più consono rispetto a un blog. Francesco Guccione

Commenti chiusi