Viaggio sentimentale #3. I Vignai da Duline fanno proprio vini significativi

di Emanuele Giannone

Se non vi siete mai curati di rivalutare il rapporto tra progresso tecnologico ed emancipazione umana alla luce del principio di prestazione, né tampoco di imparare il testo di Andare, Camminare, Lavorare…, lasciate perdere: è tardi, siamo fuori tempo massimo. Posso però raccontarvi di due persone che se ne sono curate, quanto meno idealmente: Federica Magrini e Lorenzo Mocchiutti. Lette queste premesse, nulla più che due pensieri scaturiti dalla prima visita, spero che concedano a me e alle mie divagazioni una seconda.

Pensieri scaturiti durante la visita al Ronco Pitotti, sei ettari tra le colline a Nord di Manzano. Guardi una vigna e vedi una cavea. Al tempo del mio passaggio il palcoscenico era ancora vuoto. Dopo qualche settimana avrebbe ospitato l’altare profano: un’installazione dell’artista Massimo Poldemengo, voluta perché «… mancava un luogo di sosta e presentazione, una sorta di tavolo, un altare profano per gustare un bicchiere del vino prodotto nel Ronco […], una sorta di umbilicus loci che, trattandosi di vino, non poteva che assumere forma e funzione di mensa emergente dalla vigna, per un consumo da condividere… ». Sedici cifre incise sul basamento, una per ciascuno dei filari di pinot nero, parte minore di un vero patchwork viticolo che comprende vecchi cloni di  merlot – un biotipo a bacca piccola e grappolo spargolo – e sauvignon – di nuovo importato nel ‘700 dalla Francia e oramai introvabile anche oltralpe.

Le gradinate del Ronco sono memoria storica: fu infatti tra il ‘400 e il ‘500 che comparve anche in quest’areale, grazie alla Serenissima e soprattutto alle sue squadre di prigionieri turchi, la sistemazione a balze. Funzionava, funzionò a lungo grazie a mani e attrezzi d’altri tempi, finché passò di moda con l’avvento della viticoltura meccanizzata che in zona portò gioiosi sbancamenti, vie pervie per i mezzi meccanici, il grande piccolo chimico. La vecchia maniera, che funzionava su solide basi empiriche a rischio e pericolo del contadino e dei fisiocratici, resse fino agli anni ’60 e ’70, quando la voce tradizionale venne ridotta ad arcaismo o calibrata a slogan; quando la turbo-imprenditoria, per dare più verve al business plan, estrapolò dai migliori testi d’economia industriale il mantra della distruzione creativa. Della distruzione, in effetti, aveva un concetto chiaro e lo applicò bene e subito; poi entrò in pausa creativa. E dalla pausa non uscì più. A Ronco Pitotti, per fortuna, toccò sorte migliore: fu rilevato da Anna Pitotti e suo marito, Francesco Valori, nel 1979 attraverso una transazione familiare, da zia a nipote. Conservando l’originaria sistemazione a balze, essendo inoltre bio di fatto e senza bisogno di riconversioni, oggi è al contempo felice retaggio del passato e futuribile veronelliano, perché «…Agricoltura e biologia sono consustanziali, l’agricoltura non può non essere biologica…». Dal 2001 lo gestiscono Federica e Lorenzo. È stato lui a curarne le viti una ad una, senza manomissioni. È lui che presenta questa vigna e l’altra come i suoi unici consulenti. L’altra è la Duline, a Villanova, acquistata e vitata dal bisavolo di Lorenzo nel 1920. Anche in questa, varietà e biotipi non si contano. Le due insieme danno non più di ventimila bottiglie.

Per quanti non guardano oltre il calice, i Vignai da Duline hanno vini considerevoli. Per chi traguarda attraverso la lente del calice, loro due possono aggiungere una lettura libertaria, originale e intimista, coerente alla lezione di un loro conterraneo: come se questi l’avesse scritta anche per loro, lettori della terra e per lei prestatori d’opera: “Tuttavia, per quanto privo di illusioni, continuo sempre a credere nell’esistenza almeno ideale di un lettore ingenuo, disposto a prendere come fatti obbiettivi e di consumo non ignobile anche le cose più intime…”. Lettori solo in questo senso ingenui, dicono di trarre solo dalla terra che è loro intima la sensazione di libertà. Ne traggono ovviamente anche il senso e l’oggetto di un consumo non ignobile. Da condividere. Come quel giorno, e qui sotto.

 

Appunti di degustazione.

(Tocai) Friulano “La Duline” 2012. Da vecchie viti (’20, ’36) della Duline. Mentre con Federica e Lorenzo si parla di Tocai citeriore, citeriore rispetto a calor giallo e vigore del Collio, arriva il calice e chiarisce il concetto: finezza, dote acida diversa per luce e qualità. Sensazione sapida che percorre e sostiene l’intera dinamica. I dettagli sono agrumi e fiori, vari e svariati di spezie bianche e radici. Progressione gustativa in crescendo: primo movimento in dirittura e freschezza (pesca bianca e di nuovo gli agrumi), centro-bocca in eleganza e crescente larghezza, finale in equilibrio, con il calore retto senza sforzo dal supporto acido. Lunga e intensa persistenza sapida, con cenni d’erbe aromatiche.

Pinot Grigio 2012. La traccia minerale si fa più tagliente e sapida. Ed è un bene perché, parallelamente, cresce la sensazione calorica. Naso che allude ad acqua di fiori, camemoro, pesca bianca e salvia. Al palato si tinge di giallo, quello di un frutto che in progressione acquista dolcezza e freschezza in gradazioni coerenti. Altra fattura, insomma, ma stessa cifra rispetto al primo. E stesso sale, un landmark (non un trademark). Da impianti d’età già ragguardevole (’58, ’84) a Ronco Pitotti.

Chardonnay 2010. Ancora Ronco Pitotti, viti di vent’anni. Pare che una giovane di Volnay, buona famiglia – anzi ottima, nobili origini e grandi vini, per di più diplomata bianchista – l’abbia scambiato una volta per un Meursault. Nella successione scelta da Federica e Lorenzo, è una svolta: qui erompe la quota di frutto (ananas, pesca, agrumi) pavesata di delicate note dolci (creme), di pain grillé ed erbacee, con una freschezza citrina a slanciare impressioni più polpose e grasse. In seconda battuta, spunti fungini e terrosi-minerali a conferire profondità e complessità. Al palato si dispiega in una trama serrata di rimandi all’olfatto, veicolati dal solito sale e da un’acidità strenua, naturale, non distale. Bella l’espressione del frutto, calibrate ed eleganti le variazioni più dolci (pasticceria, marzapane) e le sensazioni caloriche, rettilineo e teso l’andamento. Finale terso, con grande freschezza a chiudere.

Morus Alba 2010. Uvaggio di malvasia istriana dalla Duline e sauvignon dal Ronco Pitotti. Altro cambio di scena: un vino ricercato – in senso proprio, è frutto di empiria, studio e ricerca. La componente aromatica è resa, senza esuberanze o forzature, in un assieme cospicuo e risolto, che segnala e non ostenta: erba tagliata, salvia, anice, agrumi, acqua di fiori. Non vi pesano  barrique e tonneaux, che piuttosto si intuiscono nei caratteri di fondo al naso (speziatura, frutta da guscio), già ben amalgamati; e nella lentezza, nella lunghezza della progressione al palato. Vino colto in piena fase mimetica, raccolto, quasi ritroso ma chiaramente unitario nell’espressione. È equilibrio in itinere, sarà un lungo itinerario e vario.

Merlot 2009. Ha vinto. Lo ridurrei alla berlina varietale, se fossi tanto incauto da chiamarlo il mio migliore Merlot dell’anno e dell’annata (ex aequo con un altro, che però è un 2006). Vince perché è buono senza bisogno di confronti e classificazioni, per la finezza degli aromi e l’autenticità del frutto, per la facilità della beva congiunta alla ricchezza della trama, per compostezza e definizione. Dinamica esemplare per continuità e coerenza tra le parti, tensione gustativa sostenuta dall’attacco fino alla chiusura, che è una coda invitante di frutta rossa e tannini minuti, un vero invito alla replica.

Morus Nigra 2008.  Refosco dal Peduncolo Rosso. Da impianti del ’96 (Duline) e del ’05 (R.Pitotti). Colore e stratificazione aromatica rendono fin dall’inizio l’idea di densità e concentrazione. Frutto nero esemplare e in grande varietà, dal gelso (la morus nigra) al mirtillo, dalla mora di rovo fino alle bacche più acide e astringenti (aronia). Ulteriore slancio e complessità vengono dalle note balsamiche, fresche e misurate, dalle fragranze di rosa nera e muschio. Al palato è sostanza, energia e ricchezza di trama vivacizzate dalla grande freschezza e da tannini infiltranti. Persistenza misurabile in minuti. Un vino di corpo e tessitura simili, eppure tanto vibrante e flessuoso da portarle con eleganza, resta nella memoria.

[Foto: dovatu.it]

Emanuele Giannone

(alias Eleutherius Grootjans). Romano con due quarti di marchigianità, uno siculo e uno toscano. Non laureato in Bacco, baccalaureato aziendalista. Bevo per dimenticare le matrici di portafoglio, i business plan, i cantieri navali, Susanna Tamaro, il gol di Turone, la ruota di Ann Noble e la legge morale dentro di me.

13 Commenti

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Gustave

circa 6 anni fa - Link

'Capito una sega. Ad ogni modo, se posso, quale è l'altro merlot del 2006?

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Emanuele

circa 6 anni fa - Link

Una sega è già molto, sono commosso. L'altro è sloveno, quindi non dalla Duline, bensì da una certa Dolina.

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Gustave

circa 6 anni fa - Link

Prego. Quando te lo chiedevo pensavo al grandioso merlot di Slavceck che ho assaggiato/comprato a Cerea.. È lui?

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Maurizio Rusconi

circa 6 anni fa - Link

E' inevitabile. Le persone belle, come Federica e Lorenzo, fanno vini che somigliano loro. Se poi a raccontarli ci sei tu...

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biotipo

circa 6 anni fa - Link

"Niente scoramenti, andiamo, andiamo a lavorare, andare camminare lavorare, il vino contro il petrolio, grande vittoria, grande vittoria, grandissima vittoria....".

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Emanuele

circa 6 anni fa - Link

Almeno uno...

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Emanuele

circa 6 anni fa - Link

No. Fuochino (Volcja Draga).

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Gustave

circa 6 anni fa - Link

Peccato. Per me il loro 2006 è il miglior merlot assaggiato nell'anno. Quello dei Vignai non l'ho assaggiato ma i loro bianchi, insieme a quelli di Pavese, sono stati la migliore bevuta di Piacenza.

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Alessandro Morichetti

circa 6 anni fa - Link

Molto bello anche il video di Mauro Fermariello su Winestories.

Vignai da Duline from mauro fermariello on Vimeo.

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Simona

circa 6 anni fa - Link

luogo, persone, vini del cuore ... da provare assolutamente anche il giallo di tocai (se non ricordo male solo in magnum)

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Emanuele

circa 6 anni fa - Link

Notazione molto opportuna. Purtroppo era esaurito e non è stato assaggiato. A beneficio di chi ne avesse, o fosse interessato alla particolarità, aggiungo solo che il nome non è di mera fantasia: il vino è infatti da uve di tocai giallo, varietà rara e distinta da quella più comune (tocai verde).

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Simona

circa 6 anni fa - Link

OT tutti dovrebbero conoscere Piero Ciampi!

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Emanuele

circa 6 anni fa - Link

In questo paese? Saprai sicuramente che, quando era ancora vivo, l'unica stazione a trasmetterne più o meno regolarmente i pezzi era Radio Capodistria...

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