I modernisti, i tradizionalisti, e tutti gli altri che stanno in mezzo

di Fiorenzo Sartore

La prima cosa da fare è mettersi d’accordo sul significato dei due termini. Per questo intendo usare le descrizioni date da Dr. Vino: sono vini modernisti quelli che esibiscono fruttato pieno, intenso; sono volentieri sovra-estratti e iper-legnosi. Hanno colori cupi e densità. I tradizionalisti invece si caratterizzano per la quasi totale assenza di legno, per lo scarso “interventismo” tecnico in cantina – quindi niente concentrazioni rotomacerate, niente ciccia o colori melanzanosi. Sono rispettosi del terroir, sono spesso autoctoni, e confinano col vinoverismo. Ma i vini naturali (categoria crossmediale tra le due, un po’ transgender) non saranno l’argomento del giorno. Una tantum.

Le descrizioni che ho fornito sono spannometriche, e ricompilabili. A me interessa, ora, parlare dell’area grigia che sta nel mezzo, cioè di quella massa sfuggente alle identificazioni (è seccante, ammettiamolo) fatta di vini che non sapremmo bene come classificare. A voi capita mai? Ci sono assaggi che non soddisfano la nostra impellente necessità di compilazione – manco a dirlo, sono gli assaggi che mi divertono di più. Via, facciamo un esempio concreto.

C’è questo Barbera d’Asti che mi sta facendo impazzire. Nel senso che non so bene come piazzarlo. Surì 2009, Villa Giada. Siamo tra Agliano e Calosso, aree iconiche della tipicità del Barbera d’Asti – che significa acidità cristallina, una certa durezza solo mitigata dall’alcol. Per giunta un barbera dell’ultima annata, che quindi dovrebbe enfatizzare le caratteristiche. Niente legno, né piccolo né grande. Insomma: ci aspettiamo un vino poco piacione o ammiccante, quindi tradizionale. E invece.
La cosa che spiazza di più è la frutta deliziosa e masticabile che, più che al naso, prorompe in bocca. Ma che è? Sembrerebbe un vino-frutto, un maroniano inconsapevole. E’ un vino che sto amando appassionatamente, e parte di questo amore sta nel suo essere difficilmente catalogabile. Extra bonus: un vino che in azienda costa sotto i cinque euri, e che, sull’onda dell’entusiasmo, allo scorso Vinitaly ho centesimato ad un punteggio di 84. Esagerato. Ma almeno 82/100 ci stanno.

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Fiorenzo Sartore

Vinaio. Pressoché da sempre nell'enomondo, offline e online.

13 Commenti

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Valter

circa 10 anni fa - Link

Definirei i tradizionalisti quelli trasformati nel rigoroso rispetto dei disciplinari (Baroli, Barbareschi, Brunelli, etc..), spesso opsoleti a mio parere. Vini evoluti, con tonalità cromatiche aranciate. I vini moderni si riconoscono invece per la loro carica cromatica viola, bluastra. Integrità ossidativa residua più elevata, capaci pertanto di durare più a lungo nel tempo. Vini blu, suadenti e piacevoli. Vini facilmente bevibili.

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Gabriele

circa 10 anni fa - Link

Non sono daccordo, anzi: spesso e volentieri ma generalizzando sono proprio i vini di impostazione più tradizionale ad avere una maggiore durata nel tempo. E credo che, sempre generalizzando, il vino "moderno" sia frutto di esigenze di mercato che chiedono colori e dolcezze assolutamente atipiche per molti vitigni. Vitigni che richiedono molti sforzi sia in vigna che in cantina per fare grandi vini, lavoro semplificato da rotomaceratori e tostature spinte. O tagli non consentiti...

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Armando Castagno

circa 10 anni fa - Link

Aggiungerei che in questi vini i degustatori più dotati registrano la presenza di una purea di polpa la cui carezzevole cremosità il palato tutto omnisofficemente avvolge in diamantifera clorofillosa confettura facente capo al turgido frutto polpante non-amaro, alla sua immaginifica massa di nerissima nora, di illibata integrità.

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Fiorenzo Sartore

circa 10 anni fa - Link

Complimenti per l'interpretazione :D

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Valter

circa 10 anni fa - Link

Che vino meraviglioso allora!!

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Lido Vannucchi

circa 10 anni fa - Link

Ciao Armando mizzega che descrizione quando ci siamo conosciuti al vinitaly da Alessandro Dettori difronte al suo cannonau ai detto solamente buonissimo fantastico il più Rodano d'italia e concordo ciao Lido alla Prossima magara da Valentini. Lido Lucca

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Armando Castagno

circa 10 anni fa - Link

Lido, ciao, come stai? Ovviamente la descrizione che leggi sopra non è mia; infatti ho scritto che tutta quella roba lì l'han sentita "i degustatori più dotati". Io non ci riuscirei mai.

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Lido Vannucchi

circa 10 anni fa - Link

permettetemi un commento sui vini così detti modernisti ma le Doc e docg con tali vini come la mettiamo. alcuni semplificano con igt. o vini da tavola ecc. ma sempre di territorio si deve parlare, finito l'effetto della moda sti vini rimangono irrimedialmente in bottiglia, si servono sui tavoli e li rimangono, Abbiamo bisogno tutti quanti di una presa di coscienza più competenza in vigna, più o Forse Meno Competenza in cantina, l'uva quando è tua ed è bella ed hai un" piazzale dove l'atocisterna non ci gira", la devi manipolare il meno possibile, e sicuramente più competenza alla vendita, in particolare modo nelle sale dei ristoranti e nelle enoteche dove i vini vanno conosciuti amati e divulgati. Camerieri più professionali ed enotecari illuminati, politici diversi Forse sogno un'altro mondo. Lido

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Fabio Cagnetti

circa 10 anni fa - Link

Tradizione : Territorio = Modernismo : Uomo Chiaramente quella tra territorio e uomo è una dialettica che non si risolve con un aut... aut, ma attraversa infinite sfumature di grigio. Il vin de terroir "assoluto" probabilmente non esiste, questo è particolarmente evidente in Borgogna dove la norma è che più vignaioli lavorino parcelle distinte della stessa vigna, e anche nel caso di vini schiettamente territoriali una parte, più o meno grande, di fattore umano esce sempre fuori. Ultima postilla: discordo sul fatto che un frutto intenso e schietto debba per forza essere prerogativa di un vino modernista. Un esempio lampante è il Bricco Boschis (il "base") di Cavallotto, che alla cieca viene sempre scambiato per modernista perché sua caratteristica distintiva è quella fragolina "stupida" che si ritrova in tanti Barolo modernisti, tipo, faccio il primo esempio calzante che mi viene in mente, quelli di Josetta Saffirio. Ma evidentemente la tecnica spesso e volentieri guarda ad esempi territoriali, anche -esempio estremo- chi fa i cosiddetti lieviti-Frankenstein lo fa scimmiottando sentori territoriali.

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Lido Vannucchi

circa 10 anni fa - Link

Ciao Alberto avevo capito che non eri tu non ne avevo dubbio come sono andate le degustazioni a Montalcino. ciao lido

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Rinaldo Marcaccio

circa 10 anni fa - Link

non è che la modernità o meno debba essere l'oggetto di un'analisi degustativa. credo che sia solo una scelta di impostazione produttiva e lì rimanga. ritengo sia piuttosto difficile ricavarla da una degustazione.

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Fiorenzo Sartore

circa 10 anni fa - Link

in effetti nelle schede ais o onav questo parametro non c'e' - pero' e' un tipo di analisi che durante l'assaggio cerco di fare, se non altro mi chiedo davvero "ma questo che e'?". del resto se la filosofia produttiva non influisse sull'assaggio non ci sarebbe ragione per discuterne.

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Rinaldo Marcaccio

circa 10 anni fa - Link

quello che dico io è che il momento della degustazione non per forza debba racchiudere tutto lo scibile di un vino. ci possono essere altri momenti a corollario (preliminari, successivi), per approfondire il tema, per capire le ragioni della scelta e le linee guida aziendali; al di là delle interpretazioni o sensazioni organolettiche.

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