Wilson&Morgan e Rum Nation: whisky e rum nel solco di Samaroli

Wilson&Morgan e Rum Nation: whisky e rum nel solco di Samaroli

di Thomas Pennazzi

Dietro le etichette si celano sempre storie interessanti, quando non affascinanti. Storie di uomini e delle loro passioni, senza le quali i marchi sarebbero solo vuoti segni commerciali. Wilson&Morgan è un nome che dirà poco a chi non ha la scimmia del whisky, ma tantissimo a chi invece è divorato dal desiderio della bevanda scozzese.

Tutto nasce a Treviso negli anni Novanta. L’azienda dietro questo marchio ad alto grado è la Rossi & Rossi, una solida realtà locale figlia dell’enoteca con più tradizione della città: più o meno centenaria.

Fabio Rossi, il nipote del fondatore – insoddisfatto per la qualità dell’offerta scozzese del tempo – si era deciso a saltare la catena dei fornitori ed a partire per la Scozia per selezionare in proprio i suoi whisky, dopo che suo padre aveva sviluppato l’azienda diventando importatore di prestigiosi marchi dell’alcool internazionale. Nel solco di Samaroli, quindi: poiché l’italianissimo inventore del single malt altro non era che un palato educato ed un ottimo commerciante dalle brillanti intuizioni. Doti che non difettavano nemmeno al giovane Rossi, trovatosi a crescere in mezzo alle bottiglie, e già appassionato di whisky.

Eccolo quindi, ben provvisto di fondi, viaggiare per la Scozia, alla ricerca di botti giovani ed interessanti da comprare presso i broker e le distillerie, e da affinare in proprio. Cosa da una parte facile, visto il solco tracciato una ventina d’anni prima dai pionieri italiani, ma non così scontata perché gli scozzesi non sono così fair quanto i compatrioti entro il Vallo di Adriano: la loro proverbiale avarizia sconfina talvolta nella disonestà commerciale.

L’avventura si rivelò proficua e non un capriccio passeggero: il marchio Wilson&Morgan, appena un decennio dopo gli inizi, aveva già un’ottima reputazione non solo in Italia. Le sue proposte spaziano dalle linee più facili fino alle selezioni di pregio, sempre con un occhio alla soddisfazione del cliente, perché prima di essere un commerciante, Fabio Rossi è un appassionato, ed imbottiglia ciò che gli piace.

E se selezionare è una cosa, affinare è la vera arte: W&M ha una vera predilezione per i finishing in botti ex-vino. Avere a disposizione le sempre più rare botti dei vari sherry, e tentare finishing pionieristici (e discussi), come con i legni di marsala De Bartoli, è la vera atout di Fabio Rossi.

Non ci si immagina il lavoro del selezionatore finché non si entra nel suo sancta sanctorum. Migliaia di piatte bottiglie, accuratamente catalogate, formano la sua biblioteca. Ad ogni bottiglia corrisponde una botte, ed il suo relativo destino: rifiutata, comprata, rivenduta, in affinamento, imbottigliata, le sue strade possono essere molteplici. Ma la sorte di ogni botte che rimane è decisa dall’affinatore, con un costante lavoro di campionatura ed assaggio nel tempo: la gestione di uno stock importante richiede palato saldo, memoria gustativa, e soprattutto la capacità di comprendere il futuro di ogni acquavite, e quindi il momento giusto per chiuderla nella sua prigione di vetro. Il processo non è lineare, e può quindi rivelarsi un azzardo, e assai costoso per di più.

In tante cassette di legno divise per anno si dipana quindi la storia liquida della Wilson & Morgan. E dietro molte di queste bottigliette si nasconde il patrimonio dell’azienda, uno stock importante di vecchio whisky, che si sta affinando nei magazzini di Glasgow.

Fortuna? Zeitgeist? Fabio Rossi si era trovato ad iniziare il suo lavoro di affinatore negli anni in cui le distillerie scozzesi in crisi chiudevano, ed avevano a disposizione ingenti scorte di whisky da cui scegliere, e comprare a buon mercato. Oggi, in piena bolla speculativa, le stesse distillerie non concedono più facilmente di acquistare whisky, a meno di essere ben introdotti nel giro, o di voler investire somme ingenti, per prodotti che non hanno lontanamente la qualità del whisky di soltanto vent’anni fa. Da queste vecchie selezioni di proprietà, diventate oggi vero oro liquido, Rossi trae le sue migliori bottiglie, che non mancano di stregare gli appassionati e pure i bevitori occasionali.

Nelle competizioni internazionali, così come al prestigioso Milano Whisky Festival, gli assaggi alla cieca delle selezioni W&M mietono medaglie d’oro. E se le loro bottiglie di lusso mietono denari dai ricchi appassionati asiatici, a casa ci si può ben accontentare dello House Malt, un whisky da bere in scioltezza perché «è buono e costa il giusto», dice Rossi.

Il rum è stata la naturale evoluzione dell’azienda. In Scozia se ne trova tanto, perché per lunga tradizione vi veniva portato ad affinare per il mercato anglosassone, e – diciamolo – per minimizzare l’esosa parte degli angeli tropicale. Fatto sta che Rossi ha creato nel 1999 un nuovo marchio, Rum Nation, ed imbottiglia partite selezionate in proprio di rum di diverse provenienze, girando i Caraibi ed altri tropici a caccia di botti interessanti: perché dice che «Il rum è divertimento, è allegria, tutto l’opposto dell’alterigia scozzese». Il risultato è convincente: una linea base, con una logica territoriale, onesta e concreta, da singole distillerie; e poi le perle per gli appassionati – la linea si chiama Rare Rums – a grado pieno, sprizzanti carattere. Non contento, l’imprenditore ha acquistato la distilleria che produce il Ron Millonario in Perù, mentre a casa l’azienda trevigiana di famiglia cura la distribuzione di numerosi marchi di altri alcolici, in un portafoglio bilanciato tra chicche per amatori e best seller presenti in ogni bar.

Seduti al tavolone della sample room con Fabio Rossi si comprende subito lo spirito del padrone di casa: quando il campione assaggiato suscita un mormorio di piacere in tutto il suo team di degustatori, ci racconta, quello finirà in bottiglia, e sarà di certo una grande bottiglia.

Assaggiando qua e là tra le selezioni W&M, è inevitabile imbattersi in una delle grandi passioni di Rossi, Caol Ila: non ve li descrivo solo perché direi ingiustamente male dei torbati, ma voi lettori fedeli lo sapete, è una vecchia storia. Gli scozzesi mi capiranno. Un Laphroaig di 20 anni (omissis… campione di botte) ci insegna il valore del potenziale inespresso, ed infatti resterà prigioniero nel legno ancora a lungo. Un Clynelish 1997/2015 (18yo) 53°.3, maturato in botti di Tokaji ungherese dimostra invece tutto il carattere fruttato e vinoso del suo affinamento. Un Glen Grant 1993/2018 (25 yo), 54°.3, ex-oloroso sherry, mi strega all’improvviso: fascinoso nella sua principesca eleganza, ci ricorda che la celebre distilleria, protagonista di una fortunata serie di spot anni Ottanta, sa produrre meraviglie quando si sale molto d’invecchiamento. Un altro Speyside whisky di squisita fattura, di oltre 40 anni a grado pieno (anche qui ometto i dettagli, perché è ancora in maturazione) ricama la cifra della Casa trevigiana: sarà una bottiglia per gli happy few.

I rum sono davvero più scanzonati, ma mica tutti. Fabio Rossi ci offre l’assaggio del suo primo imbottigliamento Rum Nation: un Jamaica 1974/1999 (25yo), 45°, per nulla inferiore ad un grande distillato francese. Un salto triplo in un blend ancora tutto giamaicano: Hampden, Long Pond, e Monymusk, 25yo, dove l’esuberanza isolana si distende e si fa paciosa.  Riassaggio poi il loro giovane Jamaica White Pot Still, 57°, di cui scrivevo qui un paio d’anni fa «Non è per deboli di cuore, ma può piacere. Tanto.». Confermo.

Di altri assaggi si è perso il ricordo, ma rimane l’impressione che a Treviso ci sappiano fare parecchio con le acquaviti, di malto o di canna poco importa. A quando il cognac?

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Thomas Pennazzi

Nato tra i granoturchi della Padania, gli scorre un po’ di birra nelle vene; pertanto non può ragionare di vino, che divide nelle due elementari categorie di potabile e non. In compenso si è dedicato fin da giovane al suo spirito, e da qualche anno ne scrive in rete sotto pseudonimo.

2 Commenti

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Marco Prato – il Fummelier®

circa 3 settimane fa - Link

Concordo con tutto quanto scritto da Pennazzi. La realtá di Fabio Rossi e della Rossi&Rossi di Treviso sono ben descritte nell’articolo. Quando posso, vedo di non far mai mancare Rum Nation e Wilson&Morgan fra le degustazioni che propongo...e si, il Jamaica White pot still è una delle 100 cose da provare prima di morire...insieme a tante altre che Fabio ha a disposizione, ma credo che Pennazzi sia d’accordo con me quando affermo che la peculiarità di quel rum è comprensibile solo provandolo; tutta l’abilità del mondo con le parole non è sufficiente a dare un’idea precisa di cosa ci si puó aspettare. Ps: capisco che il sito si chiami intravino, ma cari “vinofoli” snobbare così articoli come questo o come quello, sempre scritto da Pennazzi, sui brandy con Zarri, Pojer, Pilzer e Capovilla, mi lascia l’amaro in bocca. Non si vive di solo vino... :-)

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Nelle Nuvole

circa 2 settimane fa - Link

Mi accodo, seppure in ritardo, a quanto scritto sopra dal Fummelier: quello che scrive Thomas è talmente invitante, chiaro e completo, che va seguito ed apprezzato tanto e poi tanto. Io penso che se non appaiono tanti commenti in calce ai suoi post è perché è già tutto scritto da lui, non c'è bisogno di aggiungere altro. Ma scommetto che sono in molti a leggere.

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