Appleton Estate, la storia del Rum Giamaicano

Appleton Estate, la storia del Rum Giamaicano

di Denis Mazzucato

Appleton Estate fa le cose in grande! Acquistata dalla Campari nel 2012, la più importante distilleria di Jamaica (una delle più importanti al mondo) decide di raccontare le sue nuove produzioni in una degustazione online esclusiva per l’Italia.

Il kit di degustazione è bellissimo (e le richieste di chi non l’ha ricevuto sono così tante che si potrebbe scatenare un’asta online…): un bicchiere Glencairn serigrafato con il logo Appleton Estate e 4 campioni (8, 12, 15 e 21 anni) in uno speciale cofanetto.

Presenti Luca Casale, bartender, bar manager e oggi coordinatore delle attività didattiche di Campari, e una vecchia conoscenza del quartino di intravino, Marco Graziano (Le Vie Del Rum): un ragazzo che dimostra sempre 25 anni, giudice internazionale, membro della ISS Awards, che ha girato in lungo e in largo il mondo del rum, e a cui Joy Spence ha riempito il bicchiere raccontandogli la storia di Appleton Estate.

Jamaica e Rum, storia e terroir.
Si è portati a pensare che il termine terroir si applichi soltanto ai rum agricoli, prodotti cioè dal puro succo di canna (non a caso di tradizione perlopiù francese), come se la melassa (ingrediente dei rum tradizionali) non solo sia privata dello zucchero, ma anche della sua stessa anima.

Così non è, in particolare quando tutta la melassa utilizzata per produrre un rum viene da uno stesso territorio, definito e ben delimitato, con un microclima particolare e preservato.

Questo è il caso di Appleton Estate, e questi sono gli ingredienti di questo terroir:

  1. Il Cockpit Country: termine coniato dalla Marina inglese a sottolineare il clima particolarmente caldo e umido di questa parte di isola, che ricordava quello all’interno dei pozzetti delle navi da guerra.
  2. La Nassau Valley, una delle tre vallate principali del Cockpit Country, sede della distilleria, è circondata da basse colline calcaree che custodiscono un microclima unico, fatto di sole e improvvise piogge torrenziali.
  3. Il Limestone. Sole e piogge, nei secoli, hanno eroso le colline calcaree donando al terreno di questa regione una grande quantità di minerali preziosi di cui giova tutta la vegetazione (caldo, umido, piantagioni, Jamaica: canna da zucchero! What else?).
  4. Il Black River: chiamato fiume nero per via della decomposizione di erbe e alghe nella parte paludosa, è sorgente di acqua purissima che dissemina per tutto il Cockpit Country piccoli laghetti turchesi cristallini e dona alla distilleria uno degli ingredienti più importanti per la produzione del rum, che serve per la diluizione della melassa in fermentazione, per la diluizione pre-invecchiamento e per la diluizione post-blend.

Il primo documento che attesta la produzione di rum Appleton Estate risale al 1749 (data ben impressa su ogni bottiglia).

A guidare la distilleria era la famiglia Dickinson, erede del Capitano Francis Dickinson (nato ad Appleton, Oxfordshire), che partecipò all’invasione inglese della Jamaica del 1655. Nel 1821 Appleton passa alla famiglia Hill, e gli ettari di canna da zucchero da 4 diventano 12. Nel 1845 con la famiglia McDowell la piantagione cresce ancora arrivando a 25 ettari.

Parallelamente, nel 1825, John Wray a Kingston crea la Shakespeare Tavern ponendo le basi per la realizzazione del suo sogno: diventare mercante di rum. Nel 1860 si unirà a questa avventura il nipote Charles Ward, grazie al quale la J. Wray & Nephew acquisterà fama a livello mondiale.

Nel 1916 Lindo Brothers acquista Appleton Estate e J. Wray & Nephew, riunendole sotto lo stesso tetto sebbene oggi producano linee distinte di rum. Nel 2012 infine Campari acquista Appleton Estate, che oggi possiede 11.000 ettari di canna da zucchero.

Da sottolineare che solo le piantagioni di proprietà, tutte situate nei pressi dell’azienda, danno vita ai rum Appleton Estate, mentre dalla canna da zucchero acquistata dai conferitori esterni viene prodotto il Jamaican Rum.

La fermentazione avviene con lieviti selezionati in azienda senza utilizzo di dunder e la distillazione è fatta in parte in colonna coffey still e in parte in 5 enormi pot still double retort (chiamati gli elefanti) da 22.000 litri.

Da qui escono i marks Appleton Estate, che dopo essere fatti maturare singolarmente in botti ex bourbon di quercia americana, vengono miscelati a creare il prodotto finito.

Le oltre 300.000 botti vengono tutte fatte invecchiare sull’isola, ma non tutte nella Nassau Valley, per minimizzare l’impatto di eventuali incidenti o contaminazioni.

Ed è al termine della lunga maturazione, quando occorre scegliere con cura i marks per il blend finale tra le migliaia di botti che contengono rum diversi per metodo di distillazione, tipologia di fermentazione, lunghezza dell’affinamento, tostatura della botte, gradazione e mille altri fattori, che entra in gioco forse la donna più importante del mondo del rum, Joy Spence.

Laurea in chimica all’Università delle Indie Occidentali nel 1978, dopo un master in Inghilterra torna in Jamaica come capo chimico della J. Wray & Nephew. Nel 1997 diventa la prima master blender donna del mondo del rum e consacra la Appleton Estate come una delle più importanti distillerie a livello globale.

Bastano un paio di considerazioni per capire la grandezza di Joy Spence: dalle sue mani sono nate bottiglie iconiche come il 50 anni per festeggiare l’indipendenza della Jamaica, due edizioni di 30 anni, “Joy”, voluto per festeggiare il ventesimo anniversario come master blender, tutte entrate nella storia del rum, ma anche Appleton Estate 12 anni, di gran lunga il miglior rum che si possa trovare comunemente nei principali supermercati. Lo si trova accanto alla vodka alla pesca ma anche nelle grandi degustazioni come esempio di cosa sia il rum jamaicano: qualità alla portata di tutti.

E nonostante le centinaia di riconoscimenti a livello mondiale delle sue creazioni, Marco ci racconta di una professionista disponibile, che ti si siede accanto, ti serve da bere, e ti chiede cosa ne pensi.

Gli assaggi, con un paio di note: quando si parla di rum jamaicani, il numero presente in etichetta indica sempre l’età del distillato più giovane presente nel blend; tutti i rum assaggiati inoltre sono 43abv.

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Reserve, 8 anni: il naso colpisce subito con una nota pungente speziata, pepata e salata insieme. Forse tra tutti è quello nel quale la mineralità quasi salmastra è più presente; un tocco appena accennato di frutta tropicale fresca a concludere.

In bocca ha un attacco alcolico moderato, pulito, sapido e speziato, lungo su note amaricanti di scorza d’arancia e ritorni salmastri, freschissimo. Questo rum sostituisce il Reserve Blend e lo fa con un deciso passo in avanti, per complessità ed eleganza.

Rare Cask, 12 anni: note speziate e pungenti caratteristiche non mancano, così come una leggera morbidezza data da note più calde di frutta, cacao e vaniglia. Messo a confronto con il 12 anni rare blend però sembra un passo indietro, sia per complessità – qui le note funky tipiche dei rum jamaicani sono infatti appena accennate – sia in bocca, dove manca quella progressione continua tra frutta, spezie e rimandi eterei che era la grandezza del vecchio 12 anni. Intendiamoci, è elegante, piacevolmente speziato, e ha anche una buona freschezza erbacea, ma è un po’ come un grande bassista funky che ha smesso di slappare.

Black River Cask, 15 anni: edizione limitata, sarà disponibile tra un paio di mesi. Al naso l’alcool è quasi impercettibile. Pasticceria e canditi, sia gialli che rossi, caffè, cacao, cannella e vaniglia leggerissima, balsamico, etereo tra il legno e i fiori. L’impatto alcolico anche in bocca è bassissimo. Avvolgente, caldo, mandorla, cioccolato, torna la frutta candita, e lascia la bocca pulita, fresca, di bitter e genziana. Conosco persone che in una lunga serata di chiacchiere potrebbero finire la bottiglia. Sarà un successo.

Nassau Cask Valley, 21 anni: gli anni iniziano a diventare parecchi per un invecchiamento tropicale. Le note legate al legno chiaramente sono molto più presenti, la vaniglia, la frutta secca, assieme a note eteree di colla vinilica e di leggera ossidazione. L’ingresso è molto morbido, sa di cacao e spezie dolci. C’è un bel pezzo di Jamaica in questa bottiglia ma è un rum che va ascoltato e che dà il meglio sul finale, 20, 30 secondi dopo la deglutizione, quando la bocca è pulitissima e rinfrescata dalle note più nobili del legno.

Con i suoi 300.000 barili Appleton Estate è una immensa orchestra con un numero gigantesco di strumenti a disposizione e un grande direttore. Ogni etichetta fa quindi storia a sé: il 12 anni non è un 8 anni con 4 anni in più. Capire questo è il primo passo per non snobbare quanti potrebbero preferire l’8 al 21, e non solo per una questione di qualità/prezzo.

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Denis Mazzucato

Monferrino DOC, informatico da troppo tempo, sommelier da troppo poco, musicista per sempre. Passato da Mina, Battisti e Pink Floyd a Fiano, Grignolino e Chablis, cerco un modo per far convivere le due cose. Mi piacciono le canzoni che mi fanno piangere e i vini che mi fanno ridere.

3 Commenti

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pietro

circa 6 mesi fa - Link

Bravo Denis bell’articolo mi ritrovo nelle tue descrizioni. Un evento ben condotto dall’ottimo Marco e un cofanetto pazzesco!

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Denis

circa 6 mesi fa - Link

Grazie Pietro, da te vale doppio!

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Eb2323

circa 6 mesi fa - Link

Degustazione super partes....prenderemo nota.

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