Sui punteggi centesimali e sui vini da 100/100. Così parlò Robert Parker

Sui punteggi centesimali e sui vini da 100/100. Così parlò Robert Parker

di Fiorenzo Sartore

Nei giorni scorsi rileggevo una vecchia intervista a Robert Parker, su Drink Business. Per definire il ruolo di Parker nella storia del vino di qualità durante questi ultimi tre decenni si finisce spesso per usare varie formule iperboliche, per lo più giustificate. Alla fine per me è molto agevole usare le poche parole nell’introduzione all’intervista: “the most influential man in the wine industry for over 30 years”.

Sperando con questo di essere stato conclusivo, tornando sulla lunga lettura (prendetevi il tempo necessario) ho trovato questi passaggi di qualche rilevanza – sarà anche il periodo delle guide in uscita, fatto di classifiche e punteggi.

Si parla, nel caso, dei famigerati cento centesimi. Per chi non lo sapesse Parker, e Wine Advocate, la sua creatura editoriale, non sono insoliti dare (a pochi vini, certo) questo punteggio in effetti un po’ imbarazzante per molti assaggiatori. Nella scala di punteggi centesimali i 100/100 si identificano con l’idea di perfezione, che confligge con quell’altra idea che abbiamo, per la quale la perfezione non è di questo mondo. Vale per il vino, e per tutto il resto.

Ecco cos’ha da dire Parker in proposito.

Domanda: qual è la differenza tra un punteggio molto alto, ed un perfetto “100 punti”?
Risposta: per me, la differenza sta nelle emozioni del momento – il vino deve evocare emozione – proprio come l’arte, la musica, la bellezza, deve esserci una reazione emotiva, e i grandi vini devono essere emozionali. E quando il vino nella tua mente è il miglior campione mai assaggiato rispetto a quel vino specifico, tu hai l’obbligo di dare un punteggio perfetto.

Successivamente, Parker puntualizza che la grande esperienza maturata aiuta molto a fornire un punteggio preciso, avendo accumulato nel tempo una maggiore memoria sui parametri. Alla fine conclude con: ” I think it’s irresponsible not to give a perfect score if you think the wine is perfect”.

Domanda: è mai rimasto deluso da un suo vino al quale ha dato il punteggio “perfetto”?
Risposta: intende quante volte tornando indietro ad assaggiare un vino da 100 punti io confermi il punteggio? Probabilmente nel 50% dei casi, ma il più delle volte – e ci sono state poche eccezioni – sono in grado di capire perché l’ho trovato perfetto, quella volta.

Un paio di considerazioni personali, adesso. I punteggi nella valutazione del vino sono visti, da larga parte degli enofili, come una robaccia esecrabile: essendo troppo sommari, sono semplicemente inadeguati a definire un vino. Ora, guarda caso io sono uno che usa i punteggi. Tuttavia l’aspetto che più di tutti mi colpisce è quest’idea del punteggio “mobile” (non saprei definirlo in altro modo) quando Parker dice che riassaggiando nel tempo vini da 100/100, al 50% non ottengono lo stesso score. Il paradosso contenuto in questo passaggio potrebbe, da un lato, essere proprio usato dai detrattori dei punteggi per definirli una volta per tutte inaffidabili.

Oppure potremmo dire che quel tipo di storicizzazione del punteggio rende il sistema più accettabile, in quando mobile. Ovvero in quanto definisce, oltre che il vino, la condizione direi sentimentale dell’assaggiatore. Basta intendersi, però.

[Crediti immagine: Wsj.com]

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Fiorenzo Sartore

Vinaio. Pressoché da sempre nell'enomondo, offline e online.

29 Commenti

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cernili

circa 3 anni fa - Link

Fiorenzo, è un paradosso fino a un certo punto. Se ci pensi due degustazioni in diversi momenti, su due bottiglie diverse, che sono dei microcosmi a livello microbiologico, hanno di per sé una serie di variabili elevatissima. Potremmo dire, con Eraclito, che non si assaggia mai lo stesso vino. Anche perché noi siamo diversi, evolviamo, invecchiamo, conosciamo sempre di più. Perciò, anche per sfatare un po' i punteggi, che io uso da sempre per esigenze di sintesi, come si fa per i voti a scuola, guardacaso facevo l'insegnante, impariamo a relativizzare e a contestualizzare.

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Fiorenzo Sartore

circa 3 anni fa - Link

Gia', la contestualizzazione e la storicizzazione del punteggio in quel che dice Parker sembra un fatto di cui dobbiamo definitivamente tenere conto. C'e' poi quell'aspetto relativo al sentimento dell'assaggiatore che rende tutto quasi soft, direi.

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suslov

circa 3 anni fa - Link

da cui logicamente discende che RP e' un grande un suo voto sopra 90 fa alzare il prezzo di un vino. uno sopra 95 lo fa notevolmente alzare. e un 100 lo porta nell'olimpo dei vini per i quali venderesti la casa. quindi una bella parte del mondo del vino dipende tutto sulla base delle SUE sensazioni secondo il SUO gusto in un SUO particolare momento. ditemi voi se non e' un genio

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Nelle Nuvole

circa 3 anni fa - Link

Come si fa a non levarsi il cappello quando passa Robert Parker! Perché è vero che questo signore ha fornito a suo tempo un indirizzo diverso di giudizio e di indagine relativo ai vini moderni, intesi come i vini apparsi sul mercato da trent'anni o giù di lì. Ne siamo stati influenzati tutti: critici, assaggiatori, venditori e persino produttori. E' stato a lungo il padre padrone della comunicazione enoica. Seguito sempre, a volte fieramente osteggiato. Se poi lui afferma che il punteggio perfetto ad un vino perfetto, assegnato in un momento di grazia sia del vino che dell'assaggiatore, può essere in seguito rivedibile, si rende più simpatico, ma anche più criticabile. Sono i rischi del mestiere e lui il suo lo conosce benissimo. Il problema nasce quando si fa del punteggio l'unico strumento di giudizio, e ahimè di vendita, del vino. Giustamente qui sopra si afferma che il punteggio va relativizzato e contestualizzato, ma vallo a spiegare all'enotecario del New Jersey o del Nebraska che potrebbe sforzarsi un po' di più nel presentare le bottiglie sullo scaffale e non solo mettere la targhetta col punteggio accanto alla bottiglia e poi lavarsi le mani riguardo alla scelta scontata del cliente. Robert Parker può continuare a sfornare punteggi altissimi e poi pararsi le terga col discorsino dell'emozione momentanea se un vino durante l'evoluzione in bottiglia perde l'appeal stellare e si rivela buono ma non eccezionale, ma chi si è fidato ciecamente di lui ci rimane male. Per concludere, il Nostro ha svolto una funzione importante nella comunicazione e diffusione del Verbo enoico nel mondo anglosassone e oltre, ma questa non si è accompagnata ad un'educazione critica ed autonoma del gusto dei consumatori. Non dico che sia stata colpa sua, ma questo è successo.

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Vinocondiviso

circa 3 anni fa - Link

Quanto hai ragione Nelle Nuvole quando dici "Il problema nasce quando si fa del punteggio l'unico strumento di giudizio"! E' proprio così. Personalmente uso sempre il punteggio in centesimi consapevole che è un mio giudizio senza alcuna pretesa di universalità e/o oggettività. Ma il punteggio non è mai solo. Il punteggio deve discendere dalla descrizione dettagliata del vino, ne è la sintesi e ovvia conseguenza. Non sopporto invece chi dà il punteggio senza descrivere il vino e mal sopporto chi descrive il vino e poi si vergogna di mettere il punteggio (anche perché spesso nelle descrizioni per non esporsi troppo molti degustatori - anche su IV - sono così contorti che non capisci se il vino gli è piaciuto o meno!).

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Ivan Ferri

circa 3 anni fa - Link

Che sia un genio nessun dubbio. Del resto uno che riesce a trasformare un gusto personale in un valore economico (e che valore visto quanto costano i vini che prendono 100/100) non può essere altro che un genio. Poi uno può essere d'accordo o no, ma sicuramente lui e Rolland sono geni del mondo commerciale del vino.

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daniele

circa 3 anni fa - Link

Sicuramente l'appellativo come uomo piu' influente nel mondo del vino per piu' di 30 anni ci puo' stare. Pero', avendo parecchi amici enofili americani, mi sono reso conto nel tempo di come Robert Parker abbia contribuito all'appiattimento del processo di scoperta di un vino. In un mondo dove internet consente di scovare di tutto (articoli, recensioni, blog post, interviste ai produttori, etc) limitarsi a scegliere in base al punteggio attribuito da 1 degustatore (per quanto capace) in una degustazione specifica in una data specifica (dove magari ha assaggiato altri 20 vini) lo trovo limitante. Altro aspetto da notare e' - fortunatamente piu' nel nuovo mondo che nel vecchio continente - l'influenza sulla produzione del vino (la cosiddetta "Parkerizzazione". Che brutto termine!) Produttori che cercano di capire cosa piace a Parker in un vino e cercano di costruirlo allo scopo di massimizzare il punteggio. Sicuramente personaggio influente e capace... ma forse qualche piccolo danno qua e la al mondo del vino lo ha fatto...

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Ivan Ferri

circa 3 anni fa - Link

Sono d'accordo. Il fatto di essere un "genio" non significa che faccia tutto bene. Anzi per il mio modo di intendere il vino ha fatto grandissimi danni. Proprio perchè ha omologato il risultato del processo enologico. Quando vedi un vino, che ha preso 96/98/99 per Robert Parker sai già cosa aspettarti, ed in massima parte troverai la massima espressione delle pratiche di cantina sopra la pratiche di vigna. Sono gusti personali, sono d'accordo, ma per me è un approccio totalmente sbagliato.

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cernilli

circa 3 anni fa - Link

Questo però è l'approccio che ha gran parte della critica anglosassone, che è quella che ha più seguito al mondo.

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Andrea Gori

circa 3 anni fa - Link

Non solo di Robert Parker! Ho visto di persona un master of wine che in teoria non si dichiarava adepto di parker assegnare 93 punti ad un Arneis che di arneis non aveva neanche il nome, un barriccatone tremendo che lui ha scambiato per grande vino solo perchè era l'unico non fresco e scattante come gli altri.

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cernilli

circa 3 anni fa - Link

Parker, che ho conosciuto personalmente, è un grande professionista e allo stesso tempo una persona affabile e molto diretta. Non se la tira per niente, insomma, e questo lo fa diventare immediatamente simpatico, umanamente parlando. Poi interpreta molto bene una visione del mondo che lo accomuna con i suoi molti lettori. E' un po' il profeta di un gusto internazionale che però comprende anche Giacosa e Soldera, non solo vini che strizzano l'occhio a uno stile enologico neo bordolese o nuovomondista. Il fatto che quando secondo lui ne vale la pena sappia anche operare delle variazioni sul tema mi sembra geniale. Come anche associare ai punteggi delle descrizioni molto accattivanti e sintetiche al tempo stesso. Nel nostro piccolo mondo passerà alla storia, e questo non vuol dire che i suoi giudizi siano sempre condivisibili. Sono sempre circostanziati e piuttosto coerenti, però.

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amedeo

circa 3 anni fa - Link

Il "gusto internazionale" mi sembra francamente un controsenso nel mondo del vino. E' vero, esiste, e bisogna tenerne conto, ma è quanto di più lontano, almeno secondo me, da quel "gusto personale" che dovrebbe guidare le nostre scelte e i nostri giudizi. Probabilmente per Parker e i parkeristi un sangiovese di razza, un Chianti Classico che fa solo acciaio o tonneau, non raggiungerà mai punteggi sopra i 90/100. E' questo il guaio. E' questo che non mi piace.

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cernilli

circa 3 anni fa - Link

Ci sono molti vini che Parker ama e che piacerebbero anche a lei. Bisogna leggere The Wine Advocat, però, e vedrà che si sorprenderà. Spesso Parker è assai meno "parkeriano" di quanto si potrebbe immaginare. Non lo tratti solo come una categoria dello spirito, lo giudichi nel concreto. Lui come tutto. Poi, è vero, lui si occupa principalmente di vini del nuovo mondo e francesi. Di Italia non ce n'è molta perché interessa meno ai suoi lettori e non è tenuto a fare da cassa di risonanza solo perché a noi farebbe piacere.

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cernilli

circa 3 anni fa - Link

Ancora. Gusto internazionale significa un gusto condiviso che riguarda i vini prodotti nel Nuovo Mondo con i vitigni internazionali, che sono la stragrande maggioranza di quelli normalmente in vendita in buona parte dei Paesi Extra Europei e in Gran Bretagna, come minimo. Il gusto personale è un portato della ricerca di persone appassionate, che però non sono che una piccola minoranza del pubblico dei consumatori. E' questo che dovrebbe essere più chiaro a tutti.

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Denis Mazzucato

circa 3 anni fa - Link

Solo io vedo una contraddizione? Prima il "gusto personale" dovrebbe guidare le nostre scelte (quindi quelle di RP), e poi non piace che RP non darà mai più di 90/100 ad un chianti classico in acciaio (a parte che mi piacerebbe sapere se è così)... Forse il "gusto personale" di RP è il "gusto internazionale" ed è questo che dà fastidio? O forse il "gusto internazionale" è addirittura influenzato dal "gusto personale" di RP? Forse RP non darà mai più di 90 punti ad un chianti classico proprio perché per il suo "gusto personale" non li merita? Io non conosco molto RP, ma da queste poche parole mi sembra una persona molto più umana di quanto la si descrive di norma.

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amedeo

circa 3 anni fa - Link

Però Cernilli mi permetta una considerazione. E' vero, Parker non deve fare da cassa di risonanza a nessuno, però uno che ama il vino, e siamo tutti d'accordo che Parker lo adori, non è che snobbando in parte il vino italiano fa un buon servizio (soprattutto a se stesso aggiungerei). E' come occuparsi di cinema e non conoscere Fellini o Rossellini.

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cernilli

circa 3 anni fa - Link

Non snobba nulla, siamo forse noi che ne sopravvalutiamo l'importanza e la conoscenza da parte del pubblico internazionale. Abbiamo l'illusione di essere al centro del mondo, e invece ne siamo una periferia, non la meno importante, ma non il centro assoluto. In un'importante enoteca di Chicago il posto riservato ai vini italiani, con Piemonte e Toscana quasi in esclusiva, era pari a quello occupato dai vini del Rodano e decisamente inferiore a Bordeaux, Borgogna, California e forse persino Australia. In Cina la situazione è disastrosa. Il responsabile di Alibaba per l'Italia durante un convegno ha detto che era buono l'accordo stipulato con Renzi per la diffusione e la vendita di vini italiani sul portale, solo che i cinesi i vini italiani non li conoscono. Quindi ci sarebbe prima da organizzare tutto un percorso didattico di base prima di pensare a chissà quali successi. I francesi lo fanno da anni e così il 50% dei vini importati sono francesi e solo il 6/7% italiani. Guardate, io credo che sia importante sapere chi siamo, cosa facciamo, quanto pesiamo nel mondo, altrimenti si parte per la tangente e ci si fanno illusioni. Parker ci dice semplicemente che siamo una piccola parte, di buona importanza, del mondo del vino. Ma non siamo i più bravi nè i più interessanti per il mercato dei "big spenders" ai quali lui si rivolge. Poi, vedrete, la Riserva 2013 di Val delle Corti piacerà anche a lui se e quando l'assaggerà, ma se non viene importata negli Usa lui neanche la prenderà in considerazione, come fanno tutti lì.

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cernilli

circa 3 anni fa - Link

Poi Parker da qualche anno si affida a Monica Larner, che vive in Italia e conosce bene il panorama enologico del nostro Paese. Però l'Italia vale sì e no il 10% della sua produzione editoriale, che è persino più di quanto dedichino altre pubblicazioni internazionali.

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amedeo

circa 3 anni fa - Link

E allora, secondo lei, a chi tocca sobbarcarsi questo enorme lavoro di divulgazione? Ai critici? Ai produttori? Ai consorzi? Come si intercettano i "big spenders"? ( ma direi anche gli "small spenders").

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cernilli

circa 3 anni fa - Link

Ognuno fa il suo. Parker produce una pubblicazione che vende in abbonamento. Io faccio una cosa simile con meno successo. Forse perché penso agli "small spenders" prevalentemente. Ma di certo l'opera di divulgazione è una parte del lavoro, anche se non siamo noi che dovremmo farlo. Certo che dovrebbero farlo i Consorzi, le Regioni, lo Stato, basta guardare cosa hanno fatto in Francia e copiare, semplicemente. Non si venderà di più, forse, ma si venderà a prezzi maggiori, ci sarà più reddito in agricoltura e si creerà più immagine per i vini italiani. A patto che siano comprensibili e che rispettino i disciplinari di produzione.

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Sergio

circa 3 anni fa - Link

mi scusi, ma chi ci guadagnerebbe da tutto ciò? di certo non il consumatore finale, che pagherebbe di più il vino; cioè: addirittura di più, direi , rispetto ad alcuni vostri premiati

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sergio

circa 3 anni fa - Link

E' interessante notare come alcuni commenti, pur omaggiandolo, ridimensionano Parker. Le qualità in cui eccelle Parker, come anche alcuni hanno detto, sono quelle del comunicatore: un personaggio capace d'influenzare il mercato, insomma un uomo del marketing. Ma parlare di genio non mi pare il caso: è una parola che riservo ad altra categoria di uomini.

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cernilli

circa 3 anni fa - Link

Pagare qualcosa in più per sostenere un produttore che cerca di fare qualità, e che quindi affronta costi di produzione maggiori, mi sembra sacrosanto. Il "giusto" dopo il "buono e il pulito" che sostiene Carlo Petrini ha a che vedere con considerazioni di questo tipo.

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bruno fulco

circa 3 anni fa - Link

Robert Parquet

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Denis Mazzucato

circa 3 anni fa - Link

Se non è un genio un uomo che da solo è capace di influenzare il mercato del vino a livello mondiale...

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cernilli

circa 3 anni fa - Link

Appunto. E il marketing non è belzebù, d'altra parte, ma solo il miglior modo di affrontare i mercati, cosa necessaria al giorno d'oggi, proprio per combattere la globalizzazione.

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Ivan Ferri

circa 3 anni fa - Link

Penso che, come sempre, ci sia la necessita di distinguere i discorsi. Il primo è un discorso di "commercio" e "marketing". Gli americani in questo sono dei fenomeni. Sono i re del non importa cosa è e cosa fa, l'importante è che il mercato lo riconosca il meglio e la gente lo desideri (ricordate Steve Jobs?). Qui Parker è il numero uno. Se un vino prende 100 punti lievita di prezzo, e non a caso, ma perchè la domanda aumenta di colpo. Tutto in regola. Poi ci sono tanti altri discorsi che, mia opinione, rimangono dietro al vino. Può definirsi "vino" un qualcosa che al livello di prodotto finito non ha quasi nulla dei tratti tipici di quel vino (inteso come frutto del lavoro di vigna) perchè è la massima espressioni di pratiche enologiche? Il discorso è folse più filosofico che pratico e per me la risposta è NO. Ma sono opinioni personali, di stili e di filosofie di approccio al mondo enogastronomico.

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cernilli

circa 3 anni fa - Link

Ho l'impressione che trattiate Parker più come una categoria dello spirito, idealizzandolo, che per il suo effettivo lavoro. Parker ha giudicato assai positivamente dei Barolo e dei Brunello anni luce distanti da quanto lei gli imputa. E' stato fra i più grandi sostenitori di Bruno Giacosa e di Soldera, ha sostenuto anche piccoli produttori sconosciuti. In Borgogna i punteggi più alti erano per Jayer, Rousseau, Rouget. Poi molta sua produzione è dedicata a vini californiani e australiani, perché è quello che chiede il suo pubblico. In quei casi ha creato dei veri "mostri", come Screaming Eagle o Harlan, come Torbrek, vini impostati secondo uno stile diverso, e non solo enologico, ma anche viticolo. E poi da zone con climi abbastanza uniforme e da vigneti che vivono solo perché irrigati di continuo, è chiaro che il concetto di "terroir" perde abbastanza senso. E' il mondo dei "varietals", dell'aspetto organolettico, e non dell'origine. E' il Nuovo Mondo, insomma.

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sergio

circa 3 anni fa - Link

Chiaramente sono lontano dai 2 commenti di Cernilli e da quello di Denis Mazzucato: come dice Ivan Ferri " Ma sono opinioni personali, di stili e di filosofie di approccio al mondo enogastronomico". Di Ivan Ferri condivido tutta la prima parte su Parker, definito il numero uno. Io ho parlato di qualità eccelse ma la parola genio la riservo ad altri ambiti.

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