Ikea che delocalizza in Italia ci fa pensare positivo: il design, il cibo, il vino…

di Alessandro Morichetti

Un periodo in cui le buone notizie sono solo le dimissioni leghiste è decisamente un periodo del cacchio, ma leggo i quotidiani a giorni alterni per trovare barlumi di felicità, tra spread crisi e borsa. Sebbene il titolo “Made in Iktaly” sia di rara bruttezza, il Buongiorno odierno di Massimo Gramellini (La Stampa) entra diretto nel capitolo “Penso Positivo” (grazie Lorenzo).

Ikea, il colosso svedese che ti arreda la casa in mezzo pomeriggio, delocalizza in Italia e “sposta un pezzo consistente della sua produzione dall’Estremo Oriente alla Padania detrotizzata”. Il resto sono dettagli ma è il pensiero che conta. Questo paese deprimente sa essere magnifico e la gioia di vivere che sanno trovarci gli stranieri – ieri a cena in un’osteria di provincia ho visto 2 italiani e 15 tra olandesi, inglesi, irlandesi e polacchi – ogni tanto dovremmo ricordarcela anche noi, assuefatti al degrado civile quotidiano.

Per i detrattori, Gramellini dice anche oggi le solite banalità ma lo fa bene: l’Italia è speciale, nonostante gli italiani. Siamo unici grazie a “l’artigianato di qualità, il design, il cibo, il vino, il turismo, la cultura”. Già immagino le teste pensanti dell’Ikea che scendono in Italia dal freddo nord. Appena scoprono tarallucci e vino, questi prima si fanno la loro etichetta e poi cambiano pure mestiere. Però, dai, è un po’ vero: penso positivo.

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Alessandro Morichetti

Tra i fondatori di Intravino, enotecario su Doyouwine.com e ghost writer @ Les Caves de Pyrene. Nato sul mare a Civitanova Marche, vive ad Alba nelle Langhe: dai moscioli agli agnolotti, dal Verdicchio al Barbaresco passando per mortadella, Parmigiano e Lambruschi.

6 Commenti

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Fabio Cagnetti

circa 8 anni fa - Link

è imbarazzante quanto io possa essere d'accordo con Gramellini.

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Nelle Nuvole

circa 8 anni fa - Link

Devo avere gli occhiali sbagliati. Perché proprio non riesco a leggere la notizia come l'autore del post e il Signor Gramellini. Con le mie lenti ciniche e scettiche io la leggo: "Il colosso svedese IKEA ha deciso che produrre in Estremo Oriente è troppo costoso. Meglio avvicinarsi per risparmaire sui costi dei trasporti e migliorare la carbon footprint. Ha scelto una zona dell'Italia abbastanza vicina al resto dell'Europa. Una zona meglio collegata. Un posto dove parlano anche l'inglese e hanno un modo di condurre gli affari meno tortuoso di quello cinese. Un posto in cui, certamente, hanno una tradizione artigianale, ma soprattutto hanno voglia e fame di lavorare, tanto quanto in Cina." Naturalmente sono contenta che sia stato scelto il nostro paese, ma mi chiedo cosa c'entri l'inno al nostro artigianato, alla cultura, al buon cibo e all'ancora migliore vino con la filosofia IKEA. Un luogo in cui regnano le orrende polpettine con la salsa di mirtillo. L'industria che ha spalmato nel mondo un design progettato in Svezia. Dagli Appennini alle Ande, dalle Alpi alle Piramidi, tutti gli interni IKEA sono uguali. Le teste pensanti dell'IKEA pensano senza illusioni. Al contrario di alcune penne italiane.

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Francesco Fabbretti

circa 8 anni fa - Link

Mi trovi abbastanza in sintonia, soprattutto nel non infiorettare la notizia in modo poetico però, come hai scritto, in questo momento storicio c'è gente che addirittura sogna un posto all'IKEA. Trovo la cosa triste in quanto le nostre tradizioni verranno inevitabilmente piegate a concetti di design e stile che 50 anni fà avremmo preso per il cosiddetto (ancora oggi, se ci fossero i soldi lo faremmo)... oggi l'Italia non se lo può permettere. Vedo in città gente sempre più nervosa, sfiancata, incupita, depressa; ci vorrebbe uno scatto d'orgoglio! Per la maggioranza silenziosa è più facile a dirsi che a farsi... e la capisco

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Rossano Ferrazzano

circa 8 anni fa - Link

Nelle Nuvole, grazie per avermi risparmiato 5 minuti della mia giornata.

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Nic Marsél

circa 8 anni fa - Link

Notizia di oggi, la storica azienda di liquori Stock delocalizza la produzione dall'Italia alla Repubblica Ceca. Certo non si tratta dell'eccellenza italiana ma di sicuro è meglio dell'Ikea. E con questo come la mettiamo? Io penso negativo : se esci a cena, nessun ristoratore accetta di essere pagato con la tua gioia di vivere.

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Rossano Ferrazzano

circa 8 anni fa - Link

Le parole di Gramellini sono condivisibili, lucide e sostanziose, come sempre. Ma non riescono ad uscire dal senso di impotenza e di incapacità di immaginare alternative che opprime oggi l'Italia. Giusto anzi doveroso smetterla di illudersi che si possano salvare in qualche modo dei posti di lavoro che non siano realmente competitivi, che non si sappiano insomma salvare da sé. In un paese crisi gli intellettuali, che sono pur sempre parte della classe dirigente, hanno però anche il dovere di immaginare come potrebbe e dovrebbe essere il paese, non solo distogliere da pericolose illusioni. Insomma, l'elenco stilato da Gramellini delle nostre eccellenze è un elenco di sopravvissuti, di reduci, di rimanenze. Qualcosa che difficilmente potrà da solo far mantenere all'Italia la propria condizione - o per meglio dire quella che aveva avuto fino a poci anni fa. E' necessario ed anzi doveroso progettare una politica industriale seria e di lungo periodo, che vada oltre la consolazione di lucidare le ultime medaglie rimaste (oggi preda del capitale straniero, quindi italiane solo a metà), e che sappia valorizzare le capacità professionali ed umane degli Italiani anche in direzioni diverse. Gli Italiani devono sapersi riprendere la loro fetta di mondo nei business fondamentali, strategici, scegliendosi quelli più adatti allo spirito nazionale e alle risorse materiali del paese. Perché possono. Hanno tutte le risorse materiali ed immateriali per farlo, soldi compresi. Devono solo rendersene conto. Se ci chiudiamo nel piccolo mondo antico della cultura, del vino e del cibo, della cultura e del design, di fatto rinunciamo a partecipare alla costruzione del futuro. Una cosa che inevitabilmente porterebbe a marginalizzare il paese, a farne periferia morale del pianeta, infine terra di rapina. Forse proprio quello che è già successo in questi ultimi disgraziati venti anni. Maggior ragione per ripartire subito a progettare il futuro. Dunque la domanda a cui deve rispondere il paese è: che cosa sa fare, che cosa può fare, che cosa vuole fare l'Italia nei prossimi venti o trenta anni? La risposta non può essere solo vini pregiati e mutande firmate.

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