Conoscete il Vin Santo di Vigoleno?

Conoscete il Vin Santo di Vigoleno?

di Redazione

Dopo il bellissimo pezzo dedicato alla Galizia del vino torna su queste pagine Massimiliano Ferrari, questa volta con un approfondimento dedicato a uno dei più interessanti e rari vini dolci italiani: il Vin Santo di Vigoleno, nel piacentino (jacopo)

Il borgo di Vigoleno non si concede al turista distratto, al saltimbanco da selfie o al torpedone gerontofilo, ma richiede una sufficiente dose di pazienza e curiosità per raggiungerlo. Bisogna deviare dalla via Emilia afflitta da autocarri e monotonia, lasciarsi alle spalle il capannone-Padania e puntare i tornanti sghembi che conducono alle colline della Val d’Arda.
I cartelli stradali segnalano una via crucis di località i cui nomi sono una sfida aperta al linguista che si diletta di toponomastica. Borla, Trinità, Vezzolacca, Monte Moria sono parole ispide, da covo di briganti e carbonari.
Vigoleno è posta su una dorsale calcarea, simile alla schiena di una lucertola preistorica, che separa i due corsi d’acqua che scorrono ai suoi piedi e che definiscono la geografia della zona, lo Stirone in terra parmense e l’Ongina nel piacentino. Il piccolo borgo è incastonato su una gobba di questo spartiacque dalla quale, racchiuso fra boschi di castagno e faggete, austero, guarda verso oriente.
Salendo, il borgo e il castello appaiono all’improvviso come una fantasmagoria pietrosa che si manifesta al viaggiatore impreparato.
Siamo in Val d’Arda, la più orientale della valli piacentine, quella dove una ormai evanescente attitudine lombarda cede il passo ad una emilianità sempre più inconfutabile sia nel dialetto che nella cucina.
Le vallate del Piacentino assomigliano a cicatrici ortogonali alla piana emiliana, che da ovest verso est si dispongono parallele come tasti di un pianoforte. Sono roccaforti di storie partigiane e depositi di fossili marini, terre di fortilizi e pievi romaniche, dimore di vignaioli ispirati e vitigni dimenticati.

Ma per quanto mi riguarda arrivare a Vigoleno, in una fosca mattina novembrina, significa anzitutto l’incontro con il suo Vin Santo, minuscola denominazione afferente alla Doc Colli Piacentini dalla quale però rivendica una testarda indipendenza. Qui il vino che identifica il territorio è questa dolce ambrosia, non il frizzante e rustico Gutturnio.
Il Vin Santo di Vigoleno è frutto di una proporzione aurea fra Santa Maria e Melara, uve raminghe e dalla genesi oscura, sfuggenti alla ricerca dell’ampelografo, che solo qui trovano dimora, refrattarie alla coltivazione in altre contrade.
Le origini di questo originalissimo vin santo si confondono fra incerte datazioni e perdute genealogie. C’è chi lo fa risalire alla tradizione dei vin santo toscani, chi invece ne vuole riconoscere un concepimento di matrice tutta piacentina, culla storica di grandi vini dolci, frutto della attitudine all’appassimento delle varietà di uve coinvolte.

Il Vin Santo di Vigoleno è un liquido scuro, mediamente viscoso, iridescente, è un vino che fugge il confronto perché semplicemente concede rari appigli alla comparazione anche con altre versioni di Vin Santo, fermo nella volontà di non venire incontro al degustatore sprovveduto, racchiuso nella sua veste ambrata e nei suoi profumi da caravanserraglio ottomano.
Uguale solo a sé stesso, è sì dolce ma senza cedere alla stucchevolezza, ha un inedito nerbo acidico che ne snellisce il sorso e svela un timbro ossidativo che cesella il vino in un unicum difficilmente riscontrabile altrove. Quasi un ossimoro enologico.
Il Vin Santo di Vigoleno è un filo che si annoda con fatica al rocchetto dei vini dolci italiani. Ottenuto da una lavorazione aliena alle moderne tecniche di vinificazione, imbastisce affinità involontarie con lo Sherry o il jurassiano Vin Jaune piuttosto che con i classici vin santo sparsi per la Penisola.
Anche il contenitore con cui viene messo in bottiglia è spiazzante, ribadisce la propria diversità, dal momento che si tratta di una renana da mezzo litro, fuori posto in questa zona, vetro allampanato che spicca fra i tozzi recipienti usati per il classico Gutturnio.
Il vin santo di Vigoleno è verosimilmente tempo fermentato. Sono gli anni di affinamento che decretano il carattere del vino.
È un vino che rispecchia poco l’annata da cui prende origine se non per sfumature, per mezzi toni, corrispondenti ad un un debito di acidità un anno, un calore alcolico più pronunciato quello seguente, ma chi lo produce sa che la sua vera essenza non esce allo scoperto subito quanto il ritrovarlo in bottiglia dopo diversi anni, se non decenni, ci consegna un vino che del liquido di partenza conserva poco o nulla.
Non cercatele in giro. Le vendemmie sono parsimoniose, le bottiglie esigue. Per trovarle e assaporarle occorre tenacia da segugio.

A Vigoleno il Vin Santo è discendente di una tradizione contadina, dove in ogni casa c’era un angolo di vigna e ognuno si produceva una botte di vin santo da destinare al desco e al proprio consumo. Si trattava di un vino legato alla vita sociale di un piccolo borgo, dove per lungo tempo era il parrocco a produrlo con le uve conferite dagli agricoltori. Non era un vino da convivialità quotidiana. Lo si regalava come dote per le nozze, lo si beveva durante ricorrenze speciali oppure usato dai sacerdoti per officiare la messa.

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La sua storia è un percorso ondivago, fatto di strappi e oblio, riscoperta e gloria transitoria. Quasi scomparso verso la metà degli anni ’90 quando gli spazi vitati a Melara e Santa Maria venivano espiantati a favore di varietà più produttive anche a causa della mancata possibilità di iscrivere i due vitigni al catalogo nazionale omonimo. Nel 1998 arriva l’iscrizione e quindi l’ingresso alla Doc Colli Piacentini.
I primi anni Duemila sono tribolati a causa di un disciplinare a maglie larghe che permetteva l’aggiunta di uve come Ortrugo, Sauvignon e Marsanne alle tradizionali, con il risultato di ottenere un vino che decisamente prendeva una strada diversa rispetto al suo passato.
La data che segna un ritorno alle origini è il 2008 quando un gruppo di viticoltori, riunitisi sotto l’egida dell’Associazione Produttori Vin Santo di Vigoleno, aspira e propone delle modifiche al dibattuto disciplinare che troveranno risposta nel 2010 quando un nuovo regolamento riduce i vitigni utilizzabili, stabilisce un invecchiamento minimo di 60 mesi e vieta l’uso di solforosa nelle fasi di vinificazione. Il Vin Santo ritorna alle sue origini.

Il timoniere che mi guida fra le rotte del Vin Santo è Marco Lusignani, la cui versione è oggi la più rappresentativa del piccolo areale sia per il numero di bottiglie prodotte sia per la costante qualità raggiunta. Ma non è cambiato niente, mi dice, lo faccio come lo faceva mio nonno.
La sua cantina è un piccolo trattato di buon senso ed economicità. Una piccola sala degustazione che guarda, da una ampia vetrata, i vigneti digradanti verso lo Stirone, la barricaia sta sottotetto, dove il caldo estivo e la rigidità del’inverno permettono al vino di accendere e spegnere le fermentazioni nel corso degli anni, un piccolo locale in cemento custodisce le uve in appassimento e infine la cantina vera e propria con cisterne in acciaio e botti grandi per gli altri vini.
Il manuale per la preparazione del Vin Santo perfetto potrebbe essere un taccuino di poche pagine, composto da semplici e spartani passaggi così come li sintetizza Marco. La partenza lapalissiana è la raccolta delle uve, cercando di non attardarsi troppo per non rischiare di perdere l’acidità, si passa quindi alla delicata fase dell’appassimento su stuoie in legno o telai d’acciaio, anche se l’Usl non permette più che si usino graticci in legno o bambù come si faceva tradizionalmente, con la Melara da una parte e la Santa Maria dall’altra, da qui la successiva pressatura con una pressa verticale non di primo pelo e poi l’inizio del periodo di affinamento, durante il quale faccio un travaso all’anno per i primi due, tre anni e poi non tocco più niente.

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Sarà la permanenza nelle botti scolme che disegnerà il profilo del vino, ma la scolmatura per i nostri antenati non era una scelta deliberata quanto una situazione inevitabile dal momento che non avevano vino sufficiente per ricolmarle.
L’occasione è propizia per l’assaggio della versione 2008 del Vin Santo di Lusignani, ultima annata ad essere uscita dalle sue botti. Peccato, se fossi passato qualche giorno ti avrei fatto assaggiare una 1992 ma purtroppo è finita…mi dice Marco, incurante della curiosità che devo reprimere per il sorso sfiorato.
Quello che mi versa nel bicchiere è una perfetta rappresentazione di cos’è questo vin santo. Colore ambrato, una densità che non perde in dinamismo, profumi che spaziano dal dattero secco alla noce finendo su toni di cioccolato bianco e cera, avvolgente in bocca con uno stacco acido che invoglia al bicchiere successivo, una chiusura su rimandi di frutta disidratata e crema catalana e una tenuta in bocca che non si spegne per diversi minuti.
Un vino stratificato, profondo, dove l’eleganza trova il proprio contrappunto nel vigore creando un equilibrio mirabile.
Se non volete fare un torto a questa misconosciuta perla non abbinatela ad un fine pasto zuccheroso nella più prevedibile e rivedibile delle regole di abbinamento. Piuttosto associatelo ad un erborinato di giusta piccantezza e sapidità. Un Gorgonzola, un Cabrales o uno Shropshire saranno degni compagni.

Non esistono, per i vini, leggi assolute. Sono esseri viventi, al pari di creature umane. Riescono come riescono: imprevedibili, vari, capricciosi.” La breve citazione di qui sopra, scritta da Mario Soldati e contenuta in quel compendio del vino italiano che è Vino al vino, racconta più di quanto sembri, la genesi e la natura del vin santo di Vigoleno ed è l’appropriato epilogo di questa storia.

Massimiliano Ferrari

[immagini: Massimiliano Ferrari]

7 Commenti

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Davide Bassani

circa 2 settimane fa - Link

I miei complimenti: gran pezzo, bravo.

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Marco Lusignani

circa 2 settimane fa - Link

Grazie per l'articolo! Bellissimo.

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Josè Pellegrini

circa 2 settimane fa - Link

M'ero persa la Galizia, che mi sono affrettata a leggere .Di questo ha bisogno il vino, di racconti scritti bene , di capacità evocativa del paesaggio , dove l'uomo è artefice . A quando il prossimo racconto ? Siamo sempre alla ricerca di un nuovo Mario Soldati...

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Massimiliano

circa 2 settimane fa - Link

Grazie per le belle parole e i complimenti!

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Guido

circa 2 settimane fa - Link

per quanto riguarda la reperibilità? su internet manco l'ombra purtroppo. dite che in cantina si trovi qualcosa? e se posso...si riesce ad avere una idea del prezzo del prodotto? mi avete fatto venire l'acquolina..

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Ale

circa 2 settimane fa - Link

Questi sono i pezzi che vogliamo, non le supercazzole in flusso di coscienza

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Massimiliano

circa 2 settimane fa - Link

@Guido: credo che la cosa migliore sia rivolgersi direttamente in cantina; lì sicuramente trovi qualcosa. @Ale: Onorato di non aver scritto supercazzole, grazie!

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