Chi ha paura del Bardolino? 10 bottiglie (e due tasting) memorabili

Chi ha paura del Bardolino? 10 bottiglie (e due tasting) memorabili

di Nicola Cereda

Il mio vino per l’isola deserta? Champagne! Troppo facile? Non ce lo possiamo permettere? Allora che sia Bardolino, un vino per ogni pietanza, per ogni stagione e per tante stagioni.

Verona, Palazzo della Gran Guardia, autunno 2018
Ho un invito per #BardolinoCru con la presentazione ufficiale delle tre sottozone storiche del Bardolino a cura del Consorzio di tutela. Prima di andare all’attacco dei banchi d’assaggio, l’esperienza mi spinge in modalità automatica verso il buffet per ‘fare fondo’. Mentre approfitto dell’ospitalità, un sommelier si avvicina avvertendomi che la degustazione guidata sta per cominciare. Mi giustifico dicendo che non credo di avere titolo per… “Presto! Presto! Da questa parte!”. Mi trovo proiettato quasi a forza in sala degustazione, in barba all’etichetta, con due piatti stracolmi di leccornie raccolte alla rinfusa dai tavoli del salone esterno. Il maestro di cerimonie sorride e mi fa un cenno compiaciuto di assenso. Mi accomodo non senza imbarazzo mentre già versano i primi campioni, che sorseggio intervallando assaggi di grandi formaggi, giardiniere, alta gastronomia e norcineria assortita, tra gli sguardi sprezzanti (almeno così la vivo io) dei più ortodossi tra gli astanti. Il contegno svanisce alla seconda deglutizione. “Ma sì, godiamocela!”. Sarà per via del companatico ma i vini sembrano tutti da buoni a molto buoni. Quando si dice ‘vocazione gastronomica’! Tracannerei tutto d’un fiato e mi trattengo solo per non dare ulteriore scandalo. Arriva un ’69 formidabile. Segue un ’68 che è ancora un gran bel bere. Chiude un ’64 di emozione pura. Mi perdo tra le nuvole. Il vino di un tempo invecchiava meglio! Certo non capita tutti i giorni di degustare roba di cinquant’anni in tale stato di conservazione. Se poi si tratta di semplicissimi Bardolino ‘base’, vinificati senza l’ambizione di durare in eterno, lo stupore si amplifica. Certamente merito delle cure del proprietario, il giornalista Angelo Peretti (gardesani, a quando un monumento?), ma in primo luogo merito intrinseco della materia prima di partenza e della sensibilità di coloro che, a suo tempo, ne operarono la trasformazione. L’enologia ha fatto passi da gigante, la tecnologia ci ha aiutato a raggiungere un livello qualitativo medio più elevato che in passato, per non parlare della contrazione al minimo dei tempi necessari alla commercializzazione del prodotto finito, tuttavia non tutto è filato liscio. Che sia il caso di guardarci alle spalle per riappropriarci di quello che, in questa folle corsa in avanti, ci siamo persi per strada?

Bardolino, La Loggia Rambaldi, Dicembre 2019
E’ trascorso un anno e sono ancora qui, ospite del consorzio alla due giorni #BardolinoCru e “Il Chiaretto che verrà” per farmi un bel ripasso (nessun riferimento alle pratiche valpolicellesi). Ammetto di avere un debole per questo vino demodé di norma derubricato alla voce ‘senza pretese’ o ‘di pronta beva’ a dispetto del suo nobile passato. Documenti storici del primo ‘800 riportano parallelismi tra il Bardolino e i vini di Borgogna. Giovanni Battista Perez nel suo volume “La provincia di Verona e i suoi vini” datato 1900 riferisce che “fatti come devesi, invecchiando in vetro possono passare per Beaujolais”. E allora che ripasso sia.

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Cos’è il Bardolino?
L’uvaggio del disciplinare è quasi sovrapponibile a quello della confinante Valpolicella: Corvina fino ad un massimo del 95% con un saldo di Rondinella e Molinara (sempre meno utilizzata e comunque non più obbligatoria dal 2010). Tuttavia la particolare geologia del territorio (depositi morenici eredità delle glaciazioni) e le condizioni microclimatiche determinate dalla presenza del lago, fanno in modo che i vini prodotti in questa zona siano profondamente differenti. Scordatevi concentrazioni ed opulenza, surmaturazioni e appassimenti. Qui la partita si gioca tutta tra freschezza di frutto, spezie e sapidità in un insieme che nelle versioni migliori brilla per agilità ed eleganza. La DOC Bardolino, una delle più antiche d’Italia, risale al 1968 ma il “Consorzio di difesa del vino tipico di Bardolino” era già attivo dal 1926. Nel 2018 sotto il cappello della DOC sono state prodotte 26 milioni di bottiglie, suddivise tra 16 milioni di Bardolino e 10 milioni di Chiaretto. Non proprio bruscolini.

E il Chiaretto?
Stessa geografia (la sponda veronese del Garda) e medesimo uvaggio. Il colore rosa pallido si è fatto ancora più tenue a partire dall’annata 2014 per via della decisione dei produttori di andare uniti in quella direzione. E’ un vino esile e fresco, spiccatamente salino, con gli agrumi e la fragolina di bosco in evidenza. Come nel caso del ‘fratello maggiore’ qualche anno di cantina ne esalta gli aromi speziati, dal chiodo di garofano alla cannella. Se ne produce anche una versione spumantizzata (da metodo charmat) che personalmente non amo, al contrario del rosa frizzante sui lieviti (se ne fanno poche bottiglie ancora in via sperimentale) che permette alla Corvina di esprimere meglio la sua personalità. Attenzione, il Bardolino Chiaretto non va confuso col Valténesi Chiaretto, prodotto sulla sponda opposta del lago (quella lombarda) con uve Groppello (in prevalenza), Barbera, Marzemino, Sangiovese e Rebo.

Perché Bardolino?
La sua versatilità a tavola secondo me non ha rivali. Per tradizione accompagna anche i piatti locali a base di pesce. D’estate è perfetto fresco. Estratto secco e grado alcolico contenuti, acidità e mineralità, ne fanno un vino pericolosamente facile da bere. Anche nelle sue espressioni più contadine mantiene una certa eleganza d’antan. Costa poco ed è longevo a dispetto della sua reputazione. Le potenzialità di evoluzione in bottiglia sono sottostimate dagli stessi produttori!

Le tre sottozone
La Rocca è la sottozona che risente maggiormente dell’influenza del lago con temperature che si mantengono più miti e costanti. I marcatori caratteristici che si ritrovano nei vini sono il lampone e la cannella. Dal cru di Montebaldo arrivano le versioni più sottili e profumate per via della particolare geologia pedemontana e del vento di ‘gardesana’ che spira di notte favorendo una buona escursione termica. Fragola e chiodo di garofano i marcatori che si rinvengono più spesso. Sommacampagna è la zona più vicina a Custoza dove si registrano le temperature più elevate. La marasca e il pepe nero i sentori caratteristici dei vini di questa sottozona che si distinguono per una mineralità particolarmente spiccata.

Le Masterclass
Dopo il confronto dello scorso anno con alcuni Cru del Beaujolais, nutrivo grande curiosità per le degustazioni organizzate in questa edizione e le mie aspettative non sono andate deluse. Mi è sempre stata evidente l’assonanza tra i vini ottenuti da Corvina e quelli prodotti in Alto Adige da uve Schiava, ma la degustazione comparata tra Bardolino e Alto Adige Santa Maddalena mi ha aperto un mondo. In un contesto come questo il Bardolino, più acido e verticale, sembra pagare una volta di più l’assenza del suo compagno ideale: il cibo! In definitiva i St.Magdalener si dimostrano più alcolici e pieni, forse anche più coerenti e simili tra loro. Mi limito a segnalarne un paio che mi hanno davvero colpito. Untermoserhof Georg Ramoser “Hub” 2017 (Schiava 95%, Lagrein 5%, 2500 bottiglie): esuberante, selvatico, profondo, elegante, in una parola delizioso! Maso Unterganzner Josephus Mayr “St. Magdalener Klassisch 2006 (45% Schiava Piccola, 40% Schiava Grossa, 15% Lagrein): tredici anni passati senza colpo ferire per il miglior vino degustato nella due giorni. Grande armonia in trama appena affumicata tra bellissime note boisé. Un piccolo capolavoro.

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La seconda interessante degustazione riguardava una serie di Chiaretti del 2018 serviti alla cieca in batteria con alcuni rosé transalpini della medesima annata, sotto la sapiente regia di Giampaolo Giacobbo. Per la cronaca, le preferenze del tasting panel (invero molto informale) sono andate al Bardolino Chiaretto dell’azienda Il Gorgo tallonato a brevissima distanza dal Cotes du Roussillon Rosé “La Grande Cuvée” di Domaine Lafage (a base Grenache). Due curiosità sul vino più votato. All’apertura presentava un evidente problema olfattivo (per via del tappo a vite?) completamente risoltosi col passare dei minuti grazie all’interazione con l’ossigeno. Giampaolo Giacobbo rivela che in sede di assaggio per le guide ben difficilmente si lascia tanto tempo ad un vino per esprimersi… La seconda curiosità sta nel fatto che la vendemmia 2018 è stata la prima completamente in biologico per l’azienda a valle dei tre anni di conversione. A giudizio della responsabile del Gorgo presente al banchetto assaggi (all’oscuro del risultato della degustazione) il passaggio al BIO avrebbe determinato un cambiamento profondo e radicale nella qualità della materia.

#BardolinoCru, un anno dopo, che c’è di nuovo?
Il consorzio sotto la presidenza di Franco Cristoforetti sta indubbiamente facendo un grande sforzo per mettere a fuoco l’identità e promuovere al meglio i prodotti di questo splendido territorio. Eppure la mia personalissima impressione è che, almeno tra gli appassionati, il Bardolino continui ad essere snobbato se non addirittura ignorato. La tipologia sembra stentare a far breccia persino nelle carte dei ristoranti locali. Chiamato direttamente in causa, un ristoratore risponde laconicamente: “qui vengono gli americani che chiedono pesce e amarone… e noi li accontentiamo!”. Peccato perché il Bardolino avrebbe tutte le carte in regola per sfondare. Personalmente avrei gradito un maggiore approfondimento sulla tematica della sostenibilità ambientale e magari qualche paletto in più sulle lavorazioni in cantina (che io sappia sull’intero territorio sono presenti solo 2 produttori “cosiddetti naturali”) tuttavia molte aziende sono già passate o stanno passando al biologico. Infine un suggerimento per il prossimo anno: dopo Beaujolais e Santa Maddalena, perché non una degustazione per esplorare le affinità elettive col Tai Rosso dei Colli Berici?


10+1 cantine e 10+1 bottiglie per approfondire 


Le Fraghe, Bardolino Classico DOC “Brol Grande”
Matilde Poggi, titolare dell’azienda e presidente della FIVI, è un gran personaggio e soprattutto una bravissima vignaiola. Il “Brol Grande” è il suo top di gamma al prezzo di 13 euro franco cantina. Corvina (80%) e rondinella vinificate separatamente. Biologico, fermentazione spontanea dell’intera massa, otto mesi in tini di legno da 40hl. Ciliegie, mirtilli e una bella componente speziata che esce alla distanza con l’affinamento in bottiglia. Cercate il 2015, buonissimo adesso ma di grande prospettiva. E se avete posto nel bagagliaio aggiungeteci un paio di cartoni di “Chelidon”, Rondinella in purezza con una delicatezza che commuove.

Albino Piona, Bardolino DOC “SP” 
Silvio Piona mi mette in grande, grandissima difficoltà. Distrugge tutti i miei credo uno a uno. Non è biologico, si avvale di una modernissima vendemmiatrice meccanica, utilizza solo mosto fiore fermentato con lieviti selezionati lavorando per sottrazioni e filtrazioni alla ricerca della purezza, della finezza e dell’eleganza. Il suo SP (che sta per sperimentale – o forse solo Silvio Piona?) è di colore scarico e perfettamente trasparente, al naso stupisce per la spezie nitidissime (chiodo di garofano e zafferano, vero marchio di fabbrica dell’azienda) e al palato mantiene tutte le promesse. Posso testimoniare che migliora sensibilmente con gli anni. Solo acciaio. Corvina 80% (in aumento), Rondinella 20%. Resa di 80 quintali per ettaro.

Giorgio Tommasi, Bardolino DOC “Montinghel” 
C’era una volta il “Vintage”, il vino del presidente, imbottigliato dalla Cantina di Castelnuovo del Garda e prodotto con uve (Corvina, Rondinella, Molinara, Sangiovese e Garganega come da vecchio disciplinare) provenienti esclusivamente dalle vigne di Villa Montinghel, di proprietà dell’allora presidente Giorgio Tommasi.  Lasciata la cantina sociale oltre che la carica di presidente del consorzio, Giorgio ha ripreso la produzione per puro diletto, imbottigliando in proprio circa 1500 bottiglie all’anno ottenute selezionando grappolo per grappolo le uve dei vecchi cloni presenti nel suo brol (in Francia si direbbe clos) e facendole fermentare spontaneamente. Il 2015 è classicissimo e didattico: scarico di colore, frutto croccante, poco alcol, grande sapidità e tutte le spezie della tipologia riassunte in una sola bottiglia. Ha davanti a sé ancora tanti anni a venire. Il 2017 è più snello e sottile (forse per una maggiore presenza di Garganega) con un’acidità nervosa che richiama a gran voce il cibo. Lo definirei gastronomico perché in fondo questa è la vera vocazione del Bardolino. Varcare l’ingresso di Villa Montinghel è come fare un tuffo nel passato dove il tempo si è miracolosamente fermato. Bere i vini di Giorgio Tommasi mi fa lo stesso effetto. Curiosità, magia, nostalgia. Spero che il ‘Presidente’ possa continuare a difendere ancora a lungo questo piccolo grande pezzo di storia.

Villa Calicantus, Bardolino Classico Superiore DOC “La Superiora”
Selvatico, arrembante, esuberante quasi al limite. L’azienda (giovanissima) è in conversione biodinamica dal 2014. Daniele Delaini, il proprietario,  afferma che qui (il primo imbottigliamento è del 2011) non si sono mai utilizzati prodotti chimici, né in vigna né in cantina. Resa di 50 q.li/HA per tremila bottiglie a base di Corvina, Rondinella, Molinara e Sangiovese fermentate in acciaio senza inoculo di lieviti. Poi l’affinamento di un anno in barrique di terzo passaggio. Nessuna filtrazione o chiarifica. Anche il resto della produzione merita. Il Chiaretto 2014 dicono sia oggi in splendida forma a testimonianza della capacità di tenuta di questi vini di norma messi in commercio e consumati troppo presto. Prezzo purtroppo sopra la media della zona.

Poggio delle Grazie, Bardolino DOC
Una colazione sull’erba. Conviviale, godereccio, nudo e crudo. Solo Corvina e Rondinella da fermentazione spontanea. Non filtrato e si vede. Ma che buono! E se passate dalla cantina non fatevi mancare la Corvina rosa frizzante sui lieviti e soprattutto lo straordinario “Sette filari” da Marzemino in purezza, ma stiamo divagando…

Giovanna Tantini, Garda Corvina DOC “Ma+Gi+Co” 
Giovanna Tantini ha sempre creduto nelle potenzialità di invecchiamento dei vini gardesani. I suoi Bardolino e Chiaretto sono dei classici della tipologia, al centro della produzione aziendale. Ma quello che mi piace di più di Giovanna è la sperimentazione sulla Corvina che riesce a posizionare  ai due estremi opposti: da una parte l’appassimento del “Greta”, dall’altra la freschezza irresistibile del “Magico” il vino che ho scelto per questa selezione. Resa per ettaro 90 quintali. Solo inox. Al colore è quasi un rosato: ad occhi chiusi, per un attimo, può ricordare il bouquet floreale di un vino bianco. Poi arrivano delicati fruttini rossi e la tipica trama speziata a rimettere tutto in ordine. Forse il più particolare tra i vini di Giovanna.

Raval, Bardolino Classico DOC
Nello Rossi produce uno dei miei Chiaretti preferiti con la fragolina di bosco in attacco e il sale a chiudere. Il Bardolino Classico DOC però ha una marcia in più con la ciliegia pepata, il lampone e la fragolina (di nuovo) sullo sfondo. Corvina, Rondinella, Molinara e Negrara. Poche bottiglie vendute a prezzi popolari. Solo acciaio.

Corte Gardoni, Corvina Del Veronese I.G.T “Becco Rosso”
Tecnicamente non è un Bardolino dato che è ottenuto da Corvina in purezza, ma alla fine è un po’ quella la strada intrapresa dal consorzio. I fratelli Piccoli coltivano le vigne sulle colline moreniche a sud del Garda sognando la Borgogna. Se il Bardolino DOC Le Fontane ti aggancia con la sua facilità di beva, secondo me è proprio il “Becco Rosso” a stupire per eleganza, allungo ed evoluzione. Frutti di bosco, humus, muschio e pepe. Ho bevuto di recente un 2011 che mi ha fatto rimpiangere di non averne conservate altre bottiglie in cantina. Resa per ettaro 80 quintali. Affinamento in di 12 mesi in botte grande.

Casaretti, Bardolino Classico DOC “La Nogara”
Qualcuno già si sbilancia a prevedere un futuro da star per il giovanissimo Stefano Rossi, cantiniere dell’azienda di famiglia. Se il Montinghel è il vintage, La Nogara 2018 è il contemporaneo. Limpido e luminoso, è scarico come un Pinot nero di quelli giusti. Tanto frutto e altrettanto pepe. Rotondo ed affilato al tempo stesso. Scende giù che è una goduria. Ottimo oggi, diventerà grande con qualche anno sulle spalle. Non è da meno il gemellino “Olte Longhe”. Certificazione biologica.

Le Tende, Bardolino Classico DOC
Ho scoperto questa azienda a conduzione biologica proprio a #BardolinoCru 2019 e devo dire i vini assaggiati mi hanno favorevolmente impressionato. Il Bardolino Classico targato 2018 ha profumi dolci di ciliegia e chiodo di garofano. In bocca si conferma la marasca, alla quale si affianca una bizzarra albicocca secca. E’ teso e vivo con bella acidità e la lunghezza che non t’aspetti. Ed ora mi tocca andare alla ricerca delle annate precedenti!

Bonus Track

Monte dei Roari, Bardolino DOC
Azienda con poche vendemmie al proprio attivo ma con una direzione molto precisa: agricoltura biodinamica, fermentazioni spontanee, lunghe macerazioni, nessuna filtrazione o chiarifica, solfiti in dosi omeopatiche. Oltre al Bardolino DOC c’è una lunga lista di altri vini (tutti in tiratura limitata) da assaggiare tra i quali il “Rossanel” frizzante (da uve Rossanella) e un Pinot Grigio Ramato fermentato e maturato in cemento. L’azienda fa parte di Vi.Te.

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Nicola Cereda

Brianzolo. Cantante e chitarrista dei Circo Fantasma col blues nell'anima, il jazz nel cervello, il rock'n'roll nel cuore, il folk nella memoria e il punk nelle mani. Co-fondatore di Ex-New Centro di arte contemporanea. Project Manager presso una multinazionale di telecomunicazioni. Runner per non morire. Bevo vino con la passione dell’autodidatta e senza un preciso scopo. Ne scrivo per non dimenticare e per liberarmi dai fantasmi delle bottiglie vuote.

17 Commenti

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Littlewood

circa 5 mesi fa - Link

Il 17 gennaio prossimo sfidato da silvio piona in quel di negrar(a casa mia...)ci sara' la disfida definitiva tra valpolicella e Bardolino. 4 Bardolino selezionati da Silvio e 4 valpolicella annata scelti da me. Tutto alla cieca e con giuria imparziale di enoapassionati! Vedremo chi la spunta....

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Nic Marsél

circa 5 mesi fa - Link

Oh bella! E chi meglio di voi per selezionare il meglio dei territori :-) Tenetemi aggiornato quantomeno sul risultato ;-)

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Littlewood

circa 5 mesi fa - Link

In un' anteprima della sfida il Bardolino superiore pradica' 016 di corte gradoni e' stato letteralmente spazzato via....nn dico il vino che ha vinto la sfida.....

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Silvio Piona

circa 5 mesi fa - Link

Innanzitutto mi scuso se l’ho messa in difficoltà, io la ringrazio per ciò che ha scritto faccio solo alcune precisazioni: si è vero usiamo una moderna vendemmiatrice ma penso che questo ormai non sia più un problema. Le lavorazioni in cantina per il Bardolino sono molto semplici, fermentazioni alcoliche e malolattiche spontanee, lunghe macerazioni, nessuna chiarifica o filtrazione solo una leggera refrigerazione statica per favorire la stabilità tartarica, pochissima solforosa, il Bardolino 2018 per esempio ha 37 mg/l di solforosa totale. In campagna pur non essendo certificati biologici sono anni che non utilizziamo nessun tipo di diserbo chimico, facciamo sovescio, confusione sessuale e utilizziamo solo rame e zolfo per i trattamenti, Poi grazie all’aiuto di una cara amica stiamo cercando di capirne un po’ di più sulla biodinamica. Grazie ancora Silvio Piona

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Nic Marsél

circa 5 mesi fa - Link

Ciao Silvio, innanzi tutto grazie per l'intervento e le precisazioni. E grazie di avermi consentito di coltivare il dubbio mettendo in discussione certi miei dogmi consunti. Il mio intendeva comunque essere un elogio senza dubbio alcuno. Mi scuso se vi ho "usato" come pretesto per veicolare un duplice messaggio. Da una parte affermo che l'introduzione del BIO ha significato in molte aziende una profonda trasformazione nella qualità della materia, dall'altra sottolineo che, pur senza certificazione biologica, ci sono produttori che raggiungono comunque vette qualitative eccelse (come te). Non è una contraddizione. Il passaggio da convenzionale a biologico è fondamentale, ma si può lavorare in biologico anche in assenza del famigerato bollino. Le vendemmiatrici meccaniche sono spesso viste come il diavolo, ed è anche vero che le macchine non riescono ad arrivare ovunque. Il vostro caso (la vendemmiatrice che avevo visto da voi è un gioiello di tecnologia) dimostra che si possono portare in cantina uve in perfetto stato senza danneggiare le piante. E Catalano forse direbbe che è meglio una vendemmiatrice meccanica che dieci lavoratori sfruttati e sottopagati. Infine dall'ultima visita mi ricordavo di fermentazioni da lieviti selezionati. Evidentemente sono passati troppi anni ed è ora di tornare a trovarvi :-)

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Sancho P

circa 5 mesi fa - Link

Articolo importante. Chi snobba il Bardolino senza averlo mai assaggiato, anzi senza averlo goduto, magari d'estate appena fresco di frigorifero su un piatto di pesce, sbaglio di grosso. A me intriga quella nota finemente speziata che hai ben descritto e che fa da corollario al fruttino rosso e alle note floreali. Mi auguro che i produttori non vadano a cercare concentrazioni impossibili o una piacioneria in cantina per renderlo più appetibile rispetto a certi gusti del mercato.

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Nic Marsél

circa 5 mesi fa - Link

Grazie Sancho P, credo che quel pericolo sia scongiurato a valle della fase vissuta dalla tipologia "superiore" nei primi duemila in risposta ai successi della Valpolicella, con appassimenti e utilizzo smodato del legno che peraltro non hanno portato a risultati significativi sul mercato. Oggi il disciplinare delle tre sottozone bandisce le pratiche di appassimento e arricchimento. La strada tracciata va quindi in direzione opposta.

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Sancho P

circa 5 mesi fa - Link

Allora, si va nella direzione giusta. Grazie.

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Silvio Piona

circa 5 mesi fa - Link

Volentieri, ti aspettiamo. Buone feste

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Luca Francesconi

circa 5 mesi fa - Link

Buongiorno sign. Cereda e complimenti per l'articolo che anch'io penso essere molto importante. Vorrei segnalare alcune cose: se da un lato si sta via via sempre più riconoscendo al Lago di Garda la possibilità di produrre vini molto, molto più interessanti di quanto fin quì s'era pensato (qualcuno - non proprio un parvenu come Mattia Vezzola - la considera forse la miglior zona al mondo per i vini rosati...), dall'altra prendo atto di come una denominazione come il Garda Colli Mantovani Doc, la quale partecipa a pieno titolo ai nomi Garda e Chiaretto, sia sempre tralasciata. In altre parole se il Bardolino è stato posto fin quì in secondo piano, il Garda Mantovano è ancora di la da venire. Pertanto ritengo di far bene a pagare l'erga omnes, pur non aderendo al consorzio di tutela della "rive droit" del fiume Mincio. L'altra riflessione invece è sulle scelte compiute sui vitigni gardesani negli ultimi anni: ritengo un peccato aver scelto di modificare la doc permettendo (in futuro) un Bardolino costituito da Corvina in (quasi - 95 %) purezza, sia perchè la monocultura dovrebbe essere fortemente disincentivata a mio avviso, sia perchè in questi anni sono andati scomparendo altri vitigni autoctoni o zonali come la Rossara nell'alto Garda o la Rossanella nell'areale del Mincio, entrabi prossimi la Molinara, tutti facenti parte la grande famiglia delle "schiave". Ben diverse, dal punto di vista agricolo, alla Corvina o la Rondinella tra loro, invece, strette parenti. Per non parlare poi della Negrara ormai cultivar rarissimo. La ringrazio ancora per questo bellissimo articolo.

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Nic Marsél

circa 5 mesi fa - Link

Ciao Luca, grazie del commento stimolante. Conosco i tuoi vini e la tua filosofia, in particolare rispetto al concetto di uvaggio che ovviamente parte dalla composizione del vigneto stesso. Forse il vero vino di territorio (e in grado di rispondere al meglio ai cambiamenti climatici) è proprio quello che deriva dalla gestione dei vigneti misti così come da tradizione probabilmente plurisecolare. Per questo anch'io sono tra quelli che, in linea di principio, non vedono di buon occhio l'accantonamento di varietà come la molinara (così come della bianca garganega) o altre ancor più minoritarie. D'altro canto devo ammettere che i vini più convincenti della nouvelle vague del Bardolino sono proprio quelli con la percentuale di Corvina più alta. Non sono in grado di dire se si tratti di pura coincidenza. Però, al netto della mia simpatia per i vitigni autoctoni o in via di estinzione, mi sorge una domanda: che sia solo corvina o un misto di dieci diversi vitigni, se in un territorio c'è solo la vite, sempre di monocoltura si parla. O sbaglio?

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Luca Francesconi

circa 5 mesi fa - Link

Salve, sappiamo tutti quanto sia importante la biodiversità, la quale si compone non solo di coltivazioni, ma anche circostanze spontanee quali i boschi e i prati aridi. Per quanto ci consta, per fortuna, il Lago di Garda, le sue colline e le catene montuose circostanti sono in discreto stato di conservazione, non c'è stato quel passaggio, a mio modesto avviso del tutto criticabile (e che dovrebbe far riflettere molto gli appassionati al vino - specie naturale) di massificazione della vite: è il caso di Valdobbiadene, ma anche dello Champagne, dove troppo spesso resta ben poco di selvatico. Tuttavia, quello che come agricoltori siamo chiamati a fare dovrebbe essere "L'AGROBIODIVERSITA'", coltivando non più un solo vitigno, ma stando attenti a non accettare supinamente la selezione clonale. Non so se i migliori Bardolino siano da monovitigno, so che se non fosse iniziata una riflessione su cosa debba essere Bardolino e cosa debba essere Bardolino Superiore (idem Valpolicella e V.Superiore), oggi il destino ch'è della Rondinella, vitigno a dir poco bistrattato e comunque non valorizzato per la sua spettaccolare finezza (al pari della Freisa per capirci), sarebbe stato quello della Corvina stessa, surclassata dal Corvinone. Tornando all'agro-biodiversità, credo che i vitigni misti (dunque agro-bio-diversi) e la qualità trovino una sintesi nella vinificazione separata. Ripeto, nel caso si voglia ricercare un prodotto di "riserva/superiore". Al contrario, proprio per vini più semplici potrebbe essere accettabile un (quasi) monovitigno, in quanto i punti di maturazione della Corvina e Rondinella sono quasi gli stessi: forse è una provocazione, è solo per suffragare la mia vocazione a coltivare più vitigni ( ma anche cultivar diversi su altra frutta per chi fa pesche o mele...). Nel Garda Colli Mantovani il partner della Rondinella è sempre stato il Merlot, il quale, sì, ha maturazione più precoce e credo necessiti di una vinificazione sperata. Salvo, forse, per il Garda Colli Mantovani Chiaretto, il quale, avendo nell'acidità la sua vera essenza (comme tutti i claret gardesani), ritengo possa essere ben interpretato vinificando precocemente le tre uve che lo compongono.

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Nic Marsél

circa 5 mesi fa - Link

Grazie per l'ulteriore approfondimento. Hai ragione da vendere. Le aziende che puntano alla produzione di Bardolino di qualità effettuano vinificazioni separate anche dai vecchi brol misti, con più passaggi in vendemmia per raccogliere al giusto grado di maturazione le singole varietà. L'assemblaggio avviene più tardi a cura del cantiniere. Per eccezione ho visitato vecchie vigne, dedicate espressamente al chiaretto, con le piante distribuite sul pendio in modo tale da cercare la maturazione simultanea (per quanto possibile) delle differenti cultivar poi vendemmiate in contemporanea e comunque in leggero anticipo (in media) per garantire la freschezza che è propria di quella tipologia di vino. Infine sulla rondinella sfondi una porta aperta: non a caso ho citato il Chelidon di Le Fraghe. Insomma, il fatto di puntare sulla vinificazione della corvina in purezza non dovrebbe necessariamente sottintendere l'eutanasia delle altre varietà :-)

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l

circa 4 mesi fa - Link

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circa 4 mesi fa - Link

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circa 4 mesi fa - Link

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circa 4 mesi fa - Link

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