Fuoco, cenere e lapilli: i Volcanic Wines diventano un marchio

di Massimo Andreucci

Si sa che c’è più di un motivo per cui vale la pena piantare viti sopra un vulcano. Innanzitutto i terreni vulcanici in quanto sabbiosi sono dotati di un’elevata permeabilità, caratteristica assai importante nella coltivazione della vite, oltre ad esser naturalmente ricchi (molto ricchi) di minerali.

Poi c’è quella storia della fillossera che non attacca, cosa che a sua volta implica che si possano piantare viti a piede franco, il che, ancora, permette di ottenere vini più territoriali. E c’è infine che la vite vive più a lungo, che è una vera manna se è vero che i vini migliori vengono dalle vigne vecchie.

Insomma di materiale ce n’è a sufficienza perché i produttori interessati decidano di sedersi ad un tavolo – come stanno facendo da qualche tempo – ad individuare l’impronta comune dei loro vini e, soprattutto, comunicare tutte queste cose all’esterno con una potenza di fuoco adeguata alla situazione come la manifestazione itinerante Volcanic Wines.

Iniziative del genere non possono che vedersi di buon occhio, nella misura in cui consentono alle imprese di superare le difficoltà insite nella loro piccola dimensione, caratteristica del tutto naturale, se non addirittura auspicabile, nei segmenti qualitativi più elevati. Le criticità, di contro, potrebbero essere costituite dal fatto che c’è sempre il grande produttore pronto a sfruttare la situazione e portarsi a casa i benefici maggiori. Ma siamo alle solite: se non ci si sporca le mani non si combina nulla. Spulciando nella lista dei soci aderenti noto, tra l’altro, che la maggioranza sono piccoli e piccolissimi produttori, segno che l’esigenza di fare rete è stata colta. Il futuro saprà dirci con quali risultati.

A questo punto non resta che annoiarvi con le mie note di degustazione di una serata niente affatto noiosa e molto ben organizzata. Merito dei montefiasconesi Alessandra Di Tommaso, Francesca Mordacchini Alfani e Carlo Zucchetti, che ringrazio.

Lessini Durello A.R. Millesimato 2004 – Marcato. È il bicchiere che ho svuotato più velocemente senza sputare. Non sono un patito delle bollicine, è che un vino così evoluto proprio non ce la faccio a sputazzarlo nel vaso: non sta bene. Non se viene da una magnum e ha questa bocca così complessa. Rassicuratemi: non lo avreste fatto nemmeno voi, vero?

Bianco di Pitigliano Ildebrando 2013 – Cantina di Pitigliano. Zolfo, polvere, legno d’olivo, pasticceria. Polposo ma un po’ molle, infatti chiude morbido.

Lacryma Christi del Vesuvio Bianco Vigna Lapillo 2013 – Agricola Sorrentino. Qualcosa di buono lo si intuisce già da una lieve mineralità che spunta dietro il frutto maturo e invoglia all’assaggio. Setoso. Sale e limone annientano l’alcol lasciandosi dietro un piacevole finale amarognolo. È il vino (non mosso) che mi colpisce di più.

Poggio della Costa 2012 – Sergio Mottura. Naso un po’ contratto, ma è la bocca a stupire con quella polpa, l’acidità, e un finale interminabile. Si sa che è di grandi speranze. Qualcuno dovrebbe diglielo a Mottura di smetterla di mandare in giro bottiglie così giovani.

Soave Classico Superiore Monte di Fice 2013 – I Stefanini. Un’altra bottiglia dal sicuro potenziale. Sapido, lungo, tagliente. E poi mi piacciono i vini che odorano di radici.

Orvieto Classico Superiore Le Velette 2013 – Tenuta Le Velette. Pera e rosmarino. Una certa vivacità legata ad un sottilissimo velo carbonico ed il finale amarognolo sono i suoi pregi. Forse manca qualcosa in più.

Gambellara Classico Rivalonga 2012 – Menti. Ancora belle speranze. Floreale e fruttato, sì, ma dotato di una vena minerale che un giorno emergerà prepotentemente.

Ferentano 2011 – Falesco. Una spuma leggera accompagna una sensazione sulfurea che ci starebbe pure bene. C’è anche corpo e profondità, ma è tutta quella vaniglia a stonare. Peccato.

Etna Rosso Cavanera 2010 – Firriato. Caramello, caffè e frutta rossa. Muscolare, grasso. Viene dall’Etna, ma non vuole assolutamente che si sappia.

Ciliegiolo San Lorenzo 2010 – Sassotondo. Ha due anime opposte che faticano a coesistere: una lievità del tutto naturale, ed una profondità che è invece un po’ studiata. Prevale proprio la seconda: tannini e speziato sono più che sensazioni guida: ti asciugano lasciandoti un desiderio inevaso di frutto.

Orvieto Classico Superiore Vendemmia Tardiva Petrusa 2012 – Custodi. Di impatto aromatico: note di pesca, albicocca, tè verde e camomilla. Meno espressivo al gusto, che ripropone le trame olfattive con minore dinamismo.

Colli Euganei Fior D’Arancio Passito 2009 – Ca’ Lustra. Ad un naso monotono spesso corrisponde una bocca sorprendente. È questo il caso. Morbidezza e spessore tattile trovano il loro compenso in una bella freschezza, ma soprattutto nella salinità che risulta al finale. Pensatela come volete, ma un passito senza sale non è mai la stessa cosa.

4 Commenti

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Rossano Ferrazzano

circa 5 anni fa - Link

Il tema mi interessa molto, colgo alcuni punti nell'apertura dell'articolo, quelli riguardanti la granulometria prevalente dei terreni vulcanici, e quella riguardante il piede franco quale vettore di maggiore territorialità, per chiedere qualche approfondimento. Grazie.

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pino

circa 5 anni fa - Link

ma Hauner con il suo Hierà?

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Daniele

circa 5 anni fa - Link

Ho letto l'articolo perché mi aspettavo di trovarci hauner! Come mai assente?

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Massimo Andreucci

circa 5 anni fa - Link

Perdonate la latitanza ma sono leggerissimamente sdraiato al sole dalle parti di Termoli a godermela (ma con moderazione). Hauner credo non abbia aderito al consorzio, per questo non era alla degustazione. La questione della territorialità si risolve, più o meno, nella constatazione degli apparati radicali più lunghi che caratteriazzano la vinifera a piede franco. Con tutto ciò che ne consegue. Per quanto riguarda la granulometria conto di eseguire i carotaggi in spiaggia a Bolsena al mio ritorno. :)

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