A Roero Days per ascoltare Cernilli, Farinetti, Manganelli su Nike, tartufo d’Alba, OGM e Coca-Cola

A Roero Days per ascoltare Cernilli, Farinetti, Manganelli su Nike, tartufo d’Alba, OGM e Coca-Cola

di Giovanni Corazzol

Nota di servizio per addetti ai lavori: no, se credevate che con l’arrivo di “Roero Days”, “Nebbiolo Prima” – l’imminente maxi anteprima di Barolo, Barbaresco e appunto Roero – sarebbe stata privata della giornata roerina, son qui per rassicurarvi: no, la giornata roerina ci sarà ancora; tranquilli, la cinquecentina di assaggi complessivi non ve la toglie nessuno e le interviste post rassegna, colme di lodi meravigliate per il cugino sfigato o di catastrofiche conferme per il cugino sfigato, ci allieteranno anche quest’anno. Stop, fine nota di servizio (e di rosicata, non essendo della partita quest’anno, sgrunt).

Roero Days è la prima significativa manifestazione in cui il Roero, quel territorio misterioso che sta tra la pianura di Carmagnola e Xanadù, si presenta finalmente da solo, mostrandosi per quello che può offrire (tanto) e senza l’ingombrante presenza dei cugini d’oltre Tanaro. Perché i vini del Roero, nella famiglia vitivinicola piemontese, diciamolo, rischiano sempre di fare la parte del cugino tonto, quello a cui si vuol bene, ma che nemmeno sua madre crede veramente possa farcela. Pure l’Arneis, che sul mercato ha conquistato una posizione di tutto rispetto (5,5 milioni di bottiglie, 900 ettari) diventando in poco tempo IL vino bianco del rosso Piemonte, all’enosaputello rischia di sembrare troppo general purpose e all’enoasinello probabilmente un bianco friulano.

La prima edizione di Roero Days il Consorzio Tutela Roero ha pensato di organizzarla alla Cascina Medici del Vascello (non riesco a non dire Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare, fateci pace) nella Reggia di Venaria Reale, a Venaria, insoma a Torino, a due passi dal tempio della sudditanza psicologica: lo Juventus Stadium. E di sudditanza psicologica se ne è parlato eccome durante la due giorni sabaudo-roerina, con sei laboratori di cui uno dedicato al confronto con gli altri nebbioli di Piemonte (Barolo, Barbaresco, Carema e Gattinara) e uno con gli altri bianchi (Gavi, Erbaluce, Timorasso, Nascetta) ed in particolare durante la tavola rotonda conclusiva.

Tavola rotonda, già, la tavola rotonda, cazzo. Moderati da Cavallito & Lamacchia, elargiscono saggezza e competenza Daniele Cernilli, Vittorio Manganelli, il Presidente del Consorzio, nonché produttore roerino, Francesco Monchiero e Super Oscar Farinetti. Sentite è un po’ lunga lo so, ma ci si diverte; ora prendete il pop-corn e mettetevi comodi, che Neil Simon questa l’ha scritta bene:

DANIELE CERNILLI: non bisogna fare la gara su Barolo e Barbaresco, avete bisogno della vostra identità. Ci sono esempi in questo senso. Ad esempio non tutta la Borgogna è Côte d’Or, esiste anche il Beaujolais: vini degnissimi, interessantissimi, con uno status autonomo e con un successo paragonabile alla grande Borgogna. Chi dice che ad esempio non si debba provare a fare vini meno estrattivi e più bevibili? E poi il Nebbiolo è un vitigno che sente territorio ed annata, che ha la possibilità di esprimersi nei cru, mentre ci sono vitigni e zone per cui insomma, parlare di cru è un po’ ridicolo. Pensiamo al Salento o al Tavoliere delle Puglie: insomma il clima è sempre lo stesso, il vitigno è sempre il Negroamaro; i vini sono tutti uguali alla fine, cambia semplicemente la tecnica di allevamento della vite, ma sostanzialmente ci sono sette-otto denominazioni che sono la stessa robba. Tra un Nardò, un Copertino o un Brindisi Rosso non c’è nessunissima differenza, cambia solo il modo in cui si fa in cantina, ma l’uva è quella. E poi c’è un’altra carta da giocare: il Roero non è solo vino, ma un territorio agricolo importantissimo. Voi avete tre, quattro prodotti agricoli tra i migliori che si possano trovare: le pesche, i peperoni, molti formaggi, gli asparagi, una ristorazione d’alto livello, una qualità diffusa molto interessante; potreste diventare una sorta di centro enogastronomico molto più importante di quanto non lo siate attualmente, soprattutto attraverso un’azione di promozione generale che vada anche al di là del Consorzio. Infine: se una zona è fatta di piccoli produttori i singoli non possono andare in giro per il mondo da soli, bisogna che ci si vada insieme. Bisogna fare quello che tecnicamente viene chiamato “Branding territoriale”, cioè tutti assieme si promuove la denominazione, il nome, la regione; poi è ovvio che ognuno se la deve vedere per conto proprio nelle vendite.

CAVALLITTO & LAMACCHIA: esiste un complesso d’inferiorità del vino Roero verso Barolo e Barbaresco? Stare vicino alle Langhe è un vantaggio o uno svantaggio?

VITTORIO MANGANELLI: effettivamente la cosa dà dei problemi. Anche la faccenda del nome più efficace da utilizzare lo richiama. Questa è una zona che ha la fortuna di essere relativamente giovane, almeno come nome e nascita della DOCG. Può diventare un pregio perché raccontare la storia del Roero è possibile, perché una storia ce l’ha, ma è anche giovane e ha la fortuna di non essere incappata in brutte vicende che hanno scassato un vino. Il verdicchio ad esempio, che è uno dei grandi vini del mondo, non solo d’Italia, non si è mai risollevato dall’immagine di vino di bassa qualità, scadente, che si è dato nei decenni passati. Lo stesso Chianti, per le sue vicende degli ultimi decenni, fatica a riemergere. Insomma qui come Roero e Roero Arneis abbiamo la fortuna di non dover recuperare un retaggio storico negativo che abbia dato una brutta immagine del vino. Nasce con una buona immagine. Non concordo invece sul fatto di legare il nome del vitigno Nebbiolo al Roero. Proprio perché quello che si verrebbe immediatamente a creare è un confronto tra Langhe Nebbiolo e Roero Nebbiolo. Porterebbe di fatto ad un abbassamento, credo, del livello di percezione della qualità. Langhe Nebbiolo è la DOC di ricaduta delle DOCG Barolo e Barbaresco, come a Montalcino lo è il Rosso di Montalcino, etc. A questo punto perché dovrei prendere un Roero Nebbiolo invece di un Langhe Nebbiolo?

FRANCESCO MONCHIERO: questo è un argomento, quello del nome, di cui si dibatte da tanto tempo. Il Consorzio può modificare i disciplinari e quindi i nomi. Io, come presidente del Consorzio, porterò avanti l’idea della maggioranza dei produttori, poi come produttore ho una mia idea: Oscar si lamenta della complessità delle denominazioni piemontesi, in cui è difficile raccapezzarsi. In realtà è molto semplice: il sistema delle denominazioni piemontesi è rappresentabile come una piramide, con la differenza che non è una piramide a una punta ma a tre punte. Alla base abbiamo la grande DOC di ricaduta che raccoglie la zona più ampia che va dal nord del Roero, ai confini con la Provincia di Torino fino a sud, alla Liguria, e si chiama “Langhe”, che possiamo usare a prescindere dal vitigno, perché possiamo piantare qualunque cosa: abbiamo il Langhe Nebbiolo, il Langhe Favorita, possiamo fare Langhe con qualsiasi vitigno, anche il Merlot o il Cabernet. Successivamente è stata creata una zona attorno ad Alba, più vocata per il Nebbiolo, che è la zona del Nebbiolo d’Alba, che a differenza del Langhe è una DOC in purezza di solo Nebbiolo; e successivamente sono nate le tre punte della piramide, le tre grandi DOCG: Barolo, Barbaresco e infine il Roero, che abbandonano il nome del vitigno per riportare il solo nome del territorio. Secondo me invece c’è un’altra discussione da fare, che non è quella di aggiungere il nome del vitigno o no. Il Roero ha una grande fortuna: essere vicino alle Langhe; ma allo stesso tempo ha una grande sfortuna: essere troppo vicino alle Langhe. Perchè se un territorio come il nostro si trovasse duecento chilometri più a nord, non ci sarebbe nemmeno da discutere: tra i più grandi nebbioli del Piemonte il capofila sarebbe il Roero e non si starebbe a discutere se scrivere Roero Nebbiolo o meno. Un’altra cosa che voglio evidenziare è che il Roero deve costruirsi una sua identità, giustamente noi non dobbiamo scimmiottare il Barolo, non possiamo pensare di fare i Barolo di Monforte o Serralunga, con questi tannini che non finiscono mai, che non maturano mai che dobbiamo fargli prendere tanta di quella polvere che le termiti ci mangiamo i tappi prima che noi beviamo il vino. Il Roero deve affermare la sua unicità, noi abbiamo le sabbie nei nostri terreni, questa sabbia è quella che ci permette di avere dei vini gentili, è vero, dei vini più bevibili, che possono incontrare i gusti del mercato molto più velocemente. Dobbiamo affermare questa unicità, questo è il lavoro del Consorzio. Basta! Siamo lontani dalle Langhe, basta con questo “paragonare”, dobbiamo parlare di meno e quando lo facciamo farlo del nostro territorio.

Poi un ultimo punto: ultimamente sto assaggiando Barolo che mi fan pensare che non siamo noi ad imitare il Barolo, ma sia il Barolo ad imitare il Roero. Assaggio Barolo sempre più morbidi, sempre più facili da bere.

CAVALLITTO & LAMACCHIA: perchè a un certo punto assistiamo a fenomeni per cui denominazioni che precedentemente ai più erano sconosciute, improvvisamente diventano fenomeni? Qual è l’amalgma di ingredienti che fa la fortuna di un vino?

OSCAR FARINETTI: ce n’è una sola e sono i singoli eroi. Il Timorasso è diventato di moda per un nome: si chiama Walter Massa. I singoli eroi sono quelli che segnano le storie, più dei Consorzi, più di tutti. L’Arneis deve la sua fortuna sicuramente all’impegno di tanti piccoli, bravissimi produttori, ma soprattutto al fatto che un certo Bruno Giacosa, un certo Bruno Ceretto hanno lanciato questo vitigno. Sapete perchè Alba è così importante? Per un’unica persona, si chiama Giacomo Morra. Nel 1946 trova un tartufo di due chili e duecentocinquanta grammi e lo regala a Truman; andò su tutte le riviste del mondo. Prima di lui il tartufo di Alba era uguale a quello di Savigno, a quello di Fano, di Acqualagna. Sono le singole persone che segnano la storia dei successi. Il compito di chi viene dopo è di mettersi assieme, prendersi questa eredità e portarla avanti. Monchiero ha ragione io sono un semplice, sono banale, per questo faccio il mercante. E a forza di semplicità e banalità ho inventato una cosa che si chiama Eataly, che in tutto il mondo diffonde anche i vostri vini. E l’ho inventata a forza di guardare a quelli più bravi di me e copiare. È tutta la vita che copio. Vado in giro a fare le conferenze sul copy, mi pagano anche! In tutto il mondo. Questa storia dei territori, della sfiga di essere vicino ad Alba… fate attenzione: ci sono dei territori che sono più lontani, come dici te, che fanno dei vini straordinari, ma io i vini del Monferrato non riesco a venderli da nessuna parte del mondo. Quindi facciamo attenzione a prendere questo atteggiamento. Io credo che mantenere umiltà aiuti. Io vendo dei Langhe Nebbiolo al doppio di alcuni Barolo base e Gaja ce lo insegna. Insomma io ti ho detto la cosa più semplice, il tema era: cazzo! facciamo sei milioni di bottiglie di Arneis. Bisogna capire perché oggi è più semplice vendere sei milioni di bottiglie di Arneis nel mondo di quella meraviglia di vino che si chiama Roero, che ne faccio cinquecentomila bottiglie e vorrei venderle di più e meglio. Beh, io da mercante banale e semplice penso che se gli aggiungi il nome Nebbiolo non hai assolutamente un calo d’immagine e ne vendi il doppio. È la mia idea. Anche perché per la gente è una confusione pazzesca leggere “Roero Arneis” e “Roero” solo. Piuttosto seguendo il tuo ragionamento caccia il nome Arneis a questo punto. Ma io credo sia un po’ presto. Nel senso che quando ero al tavolo con quel signore che ha inventato Nike, lui ha avuto l’umiltà di dire: prima di partire solo con quel segno scrivo Nike per trentadue anni. Poi ha tolto la scritta Nike. Per cui potrebbe essere un passaggio, ma di trade marketing. Dire: ci facciamo dieci anni di Roero Nebbiolo, quando siamo a un milione e passa di bottiglie togliamo “Nebbiolo”, facciamo un evento mondiale di presentazione, perché la dinamicità conta. Che è il problema in Langa in cui esiste questa lentezza dei gruppi e la velocità degli eroi che vanno in giro nel mondo a vendere la roba, a cui dobbiamo tutto. Chiudo così però: secondo me stiamo discutendo della parte più piccola del problema, cazzo. Noi italiani siamo un po’ così. I nomi! Ci perdiamo sui nomi! Il problema non è quello, è tutto un altro. Il mercato del vino del mondo è sessanta miliardi di euro. Sapete quanto fa la Coca Cola Company? Centodieci miliardi di euro. Il vino del mondo fa la metà della Coca Cola. Perché? Perché due terzi dell’umanità non beve vino. Semplice. Vino, stiamo parlando della bevanda più buona di tutti i tempi! Partono, vedete che partono. Io prevedo che entro dieci anni il mercato del vino raddoppia. Appena partono i miliardi di persone dell’est del mondo vedrete che raddoppia. E cosa succederà in un mercato a cento miliardi di euro? Che si pianterà la vite ovunque. Tornerà la vite nel Nord Africa, dove c’era e poi è stata tolta perché le religioni come sapete sono contrarie ingiustamente all’alcol. Tornerà, tornerà il Nord, perché sapete questo cambiamento climatico, etc. E cosa faranno i due paesi del vino numeri uno al mondo che sono l’Italia e la Francia? Ricordo che su sessanta miliardi, ventuno li fa la Francia e undici li facciamo noi. Allora, cosa dobbiamo fare? I francesi hanno preso la loro strada: che è la strada di caricare di valore i materiali. I loro prodotti, sono i più bravi al mondo, sono magici. Sono riusciti con lo Champagne a fare una cosa strana per cui nessuno di noi riesce a immaginarsi un momento di felicità, d’amore, un anniversario, un varo, una ricorrenza senza che ci venga in mente di aprire una bottiglia di quel vino lì. Pensate che lavoro che hanno fatto in questi anni, dal 1496 a oggi. Hanno duecentocinquant’anni di vantaggio su di noi. E continueranno a prendere questa strada qua. Noi invece dobbiamo prendere la strada del “verde”, della pulizia, green. Questo è il nostro futuro. Il green. Siamo già vissuti nel mondo come la nazione più verde e pulita del mondo. Abbiamo il maggior numero di aziende biologiche e blablabla. E secondo me i nuovi principi sia etici che di stile di vita, sia di marketing dei prossimi vent’anni saranno sul tema del “durare”, cioè saranno sul tema di allontanare il più possibile la fine del mondo, di trovare un nuovo rapporto con l’acqua, con la terra, col cielo. Allontanare il più possibile la nostra fine, il rapporto col nostro corpo, nel senso ci mettiamo dentro dei prodotti più sani; la grande strada che dovrà prendere per vincere il vino italiano è quella sul verde. Cioè prodotti biologici e biodinamici. Io credo che il futuro sarà lì per il vino italiano. E credo che i prodotti italiani che si distingueranno nel mondo saranno quelli che bùn da matt, ma puliti. Adesso questa storia del genoma editing e della cisgenesi ci darà una grossa mano. Io spero fortemente che sta roba passi, perché non è transgenesi, non è OGM; lavoriamo sul genoma, non andiamo a piantar casini, ma avremo la possibilità di battere oidio, peronospera e… e come si chiama quella terza merda… filossera no, filossera c’era già, eh! la flavescenza dorata, adesso c’è la flavescenza dorata, dando zero chimica, meno chimica, dipende se fai il biologico o il biodinamico. Io non vi nascondo che noi abbiamo due aziende di vino e ne abbiamo già due o tre (?) biologiche e stiamo entrando nell’ordine di idee che Fontanafredda diventi tutta bio. Stiamo bisticciando tra noi se farla biologica o biodinamica. Ma questo è il tema. Se io fossi un gruppo che rappresenta un territorio secondo me una chicca mondiale sarebbe il primo territorio al mondo che nel proprio disciplinare mette delle fortissime regole sul “pulito”. Franciacorta mi hanno detto che è già 40% bio. Cioè ci facciamo battere dai bresciani! Cazzo! Noi dobbiamo essere i primi su questa roba qua. Quindi questo è il grande punto. Il grande punto da vendere al mondo. Discutiamo tre ore sul fatto se dobbiamo chiamarci pinco, pallo o che, e poi non abbiamo identità. Io non mi ricordo i nomi delle persone che non sono un bel tipo. Io sponsorizzo fortemente l’agricoltura vitivinicola italiana, noi siamo passati da un milione e cento di ettari coltivati negli anni ottanta a seicentonovantamila. Possiamo raddoppiare il numero degli ettari coltivati. Li abbiamo. Sono incolti. Se abbiamo il mercato soprattutto possiamo alzare il prezzo medio grazie al fatto che possiamo vendere questa roba che noi siamo i più puliti. Voi che siete il territorio chiamiamolo più fresco, più giovane, con più boschi, con più biodiversità, potreste essere il primo consorzio al mondo che mette nel suo disciplinare: chi non è bio, non può chiamarsi Roero.

Poi per i vini assaggiati scrivo un altro post. Più pulito, cazzo.

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Giovanni Corazzol

Membro del Partito del progresso moderato nei limiti della legge sostiene da tempo che il radicalismo è dannoso e che il sano progresso si può raggiungere solo nell'obbedienza.

11 Commenti

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paolo

circa 3 anni fa - Link

domandone tecnico.. ma Farinetti si è messo a dire più "Cazzo!" di Paolo Rossi (il comico) o li hai aggiunti tu?

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Giovanni Corazzol

circa 3 anni fa - Link

no, no. tutta farina dei suoi sacchetti. Però ha soprattutto detto "del mondo"

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Nelle Nuvole

circa 3 anni fa - Link

Complimenti sinceri allo sbobinatore. Sto leggendo per la terza volta l'intervento di Oscar Farinetti e forse finalmente comincio a capirci qualcosa. Tutti gli altri mi sembrano chiari, anche se un poco scontati. Il Mercante dei Sogni no, non è scontato, sebbene ormai schiavo del suo personaggio di grande comunicatore e marketing man tracimante. Non condivido la sua visione iper mercantile del futuro mondo del vino e nemmeno certe soluzioni semplicistiche da lui suggerite. Però mi tolgo il cappello riguardo alla sua capacità di credere veramente a quello che dice e farlo credere anche a chi lo ascolta.

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Francesco Garzon

circa 3 anni fa - Link

Copertino non Cupertino. Sono un enosaputello ma che si fila l'Arneis :) ...vado avanti con la piacevole lettura... Corretto, grazie. [a]

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Francesco Garzon

circa 3 anni fa - Link

Concordo sul semplicistico, inoltre mi sembra che in generale manchino degli elementi concreti nuovi e condivisi che possano essere ciò su cui costruire insieme.

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suslov

circa 3 anni fa - Link

farinetti, un genio. piaccia o non piaccia.

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michele fino

circa 3 anni fa - Link

Il vero tema? Può un consorzio stabilire che il Bio è un obbligo? Secondo me no. Sia perché il consorzio non cambia i disciplinari: Quelli li cambia la UE su richiesta dei consorzi, mediata da una serie di livelli italiani intermedi. Sia perché il Bio è un'opzione che si AGGIUNGE alla DOC O DOCG O IGT. Ma sia aggiunge se lo vuole il singolo viticoltore, non per la dittatura della maggioranza...

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Nic Marsél

circa 3 anni fa - Link

Quanto BIO c'è oggi nel Roero?

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Gianni Morgan Usai

circa 3 anni fa - Link

...e mò Farinetti farà un hashtag su #cazzo..?

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Dario Bressanini

circa 3 anni fa - Link

Farinetti a Roero Days: "Adesso questa storia del genoma editing e della cisgenesi ci darà una grossa mano. Io spero fortemente che sta roba passi, perché non è transgenesi, non è OGM; lavoriamo sul genoma, non andiamo a piantar casini, ma avremo la possibilità di battere oidio, peronospera e… e come si chiama quella terza merda… filossera no, filossera c’era già, eh! la flavescenza dorata, adesso c’è la flavescenza dorata, dando zero chimica, meno chimica, dipende se fai il biologico o il biodinamico". Farinetti è furbo? Certo. Farinetti non sa nulla di biotech e di agricoltura? Certamente. Ma io dico OTTIMO lo stesso. (e chissenefrega se farà il biodinamico: c'è spazio e mercato per tutti. Se farà biodinamico con una vite CRISPR sarà il segno che il frame è cambiato). Non ci si può impiccare al mais ogm. E lo so benissimo che dal punto di vista scientifico non cambia tra editing, talen, cisgenesi, transgenesi etc: sono sempre modifiche genetiche, e che il cisgenico legalmente è ogm. Ma dal punto di vista *comunicativo*, e psicologico, SONO diverse e a non rendersene conto spesso sono proprio gli scienziati (pro OGM), e questo è un errore. Nel libro Contro natura raccontiamo la cisgenesi parlando della mela "ecologica" di Sansavini, perchè eravamo convinti che le modifiche genetiche andassero *raccontate* in modo diverso da quanto era stato fatto prima. Ci avevamo visto giusto. E alla fine delle conferenze pubbliche quasi tutti dichiarano che la mangerebbero quella mela col gene di resistenza di un'altra mela. "Divulgare è un atto politico" (semicit.)

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Filippo Apostoli

circa 3 anni fa - Link

Peccato che non sia dovuto ai regimi islamici la mancanza della vite in Nord Africa... Basti vedere Marocco e Algeria che producono buoni vini pur essendo stati con regime musulmano. Il problema di quella zona e' che da quando se ne andarono I francesi, esperienza di viticultura e vinificazione e' scomparsa (con una discrete feta del mercato locale), la EU ha imposto quote al vino ex EU e infine con I progressi del vino nel Sud della Francia dal 1970 in avanti. E poi diciamocelo fa un filo caldo per la vite un po' ovunque in zona.

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